![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 MARZO 2004 |
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INTERVISTA Parla il matematico e astronomo
inglese John D. Barrow, autore di saggi che spiegano i grandi enigmi
dell’universo
Il futuro della scienza si chiama divulgazione
«Il futuro? Una batteria di dimensioni minime
che possa alimentare automobili e mantenere la carica per mesi». John D. Barrow,
professore di scienze matematiche a Cambridge, non ha dubbi. Per lui la sfida
dei prossimi cinquant’anni consisterà nel miniaturizzare la tecnologia e
immagazzinare e utilizzare l’energia solare al posto dei combustibili fossili.
Obbiettivo, eliminare lo spreco di energia e la nostra dipendenza da tecnologie
inquinanti. «Non si tratta di fantascienza - spiega il luminare - una scoperta
di questo genere rivoluzionerebbe l’attuale assetto geopolitico. Il Medio
Oriente cesserebbe di essere una zona strategica perché principale fonte di
energia». Barrow è noto al grande pubblico come divulgatore grazie a una
dozzina di saggi tradotti in ventinove lingue in cui esplora le implicazioni
storiche, filosofiche e culturali dell’astronomia e della matematica. Per lui
la scienza è semplicemente «l’arte del risolvere», un mezzo per affrontare
anche le sfide più difficili, purché non impossibili. «Il successo dello
scienziato - dice - consiste proprio in questo. Si inizia con domande semplici
per arrivare a quelle più complesse. Un percorso graduale ma molto stimolante».
Lei è impegnato su molti fronti, dalla ricerca all’insegnamento, dalla
letteratura al teatro. Perché dà così tanto peso alla divulgazione scientifica?
«Si tratta di una naturale estensione del mio lavoro. Se non riesci a
spiegare quello che stai facendo alla gente che incontri al bar significa che
tu stesso non comprendi quello che fai. Per questo, oltre alla scrittura, mi
dedico a creare programmi nelle scuole, attività interattive via Internet e
videoconferenze. Tutto quello che facciamo, qui a Cambridge, è disponibile
gratuitamente sul nostro sito Millenium mathematics project (mmp.maths.org). Il
venticinque per cento dei nostri utenti - circa sette milioni di visitatori al
mese - sono stranieri, molti giovani e bambini».
Come si spiega il successo riscosso dalla divulgazione scientifica negli
ultimi anni?
«La divulgazione della scienza esiste da sempre, ma negli ultimi
cinquant’anni è stata trascurata dai ricercatori impegnati prevalentemente
nello scrivere testi tecnici. Galileo era famoso per i suoi scritti indirizzati
al grande pubblico e lo stesso Einstein ha avuto grande successo con i suoi
saggi. Dalla metà degli anni Settanta agli anni Ottanta il pubblico ha
focalizzato la sua attenzione sulla scienza e gli editori si sono accorti che
poteva diventare un grande business. Oggi eventi come l’atterraggio su Marte, i
cambiamenti climatici, le discussioni su clonazione e cibi geneticamente
modificati sono temi che appassionano sempre di più. Così, gradualmente si è
venuta a creare una cultura scientifica divulgata dagli scienziati in prima
persona».
Vuol dire che finalmente anche la matematica non sarà più un incubo per
milioni di studenti?
«Divulgare la scienza - e dunque anche la matematica - significa spiegare
idee difficili con idee più semplici, attraverso analogie. È possibile farlo,
con esempi tratti dal mondo della natura. Noi ci siamo sviluppati ed evoluti
insieme all’ambiente in cui viviamo, ecco perché amiamo il mondo intorno a noi.
Ci piacciono gli alberi, i fiori e le formazioni nuvolose. Tutti elementi che
hanno una loro precisa geometria riproducibile in frazioni che, a loro volta,
si possono ricondurre all’arte. Per questo, quando gli architetti creano
edifici che rispecchiano questa struttura, noi li troviamo belli. Pollock, per
esempio, ha scoperto le frazioni per intuito ben prima che Mandel e gli altri
matematici ci avessero pensato: riconosce che l’occhio umano ama guardare
modelli frazionati. Le sue opere pittoriche sono frazioni perfette. Si può
stabilire se un suo quadro è autentico o falso grazie a un calcolo matematico.
Un modo davvero particolare di effettuare un’expertise artistica!».
Si fa abbastanza in Europa per divulgare la scienza?
«Ogni Paese è un capitolo a parte. Dipende dal rapporto che esiste fra
scienza e cultura. L’Italia è la terra di Leonardo da Vinci. Non avete una
linea di demarcazione così netta, come in Inghilterra, tra materie scientifiche
e classiche. In Italia il grande pubblico ha una percezione molto diversa della
scienza. La scienza occupa le pagine culturali dei quotidiani insieme all’arte
e alla tecnologia; sono tutti settori strettamente legati. È una questione
importante. Da voi, una stessa persona può occuparsi di cose diverse: gli
architetti, per esempio, creano opere d’arte ma devono anche capire la
meccanica».
Forse bisognerebbe cambiare i sistemi formativi?
«Ovunque ci sono problemi e i governi lavorano per porvi rimedio. Sono
convinto che non sia così importante cambiare i sistemi, piuttosto ci
vorrebbero insegnanti competenti e soprattutto entusiasti. Un buon insegnante
fa la differenza. Per cambiare un sistema ci vuole troppo tempo. In Gran
Bretagna, stiamo cercando di modificare l’insegnamento della matematica, e
migliorare gli esami in funzione degli allievi. Nel corso delle prossime
settimane, verranno avanzate delle proposte al governo per renderle al più
presto operative».
Il tema della fuga dei cervelli dall’Italia (e non solo) continua a essere
di stretta attualità. Lei cosa ne pensa?
«È una questione complessa sotto molti aspetti. Nel mio settore, la
matematica, ci sono tutta una serie di limiti e restrizioni sull’immigrazione
in America che hanno portato all’impossibilità di avere scambi scientifici. Io,
dunque, non consiglierei a chi si occupa di scienza di andare in America se
solo può avere una diversa opportunità in Europa. È importante capire se chi
lascia l’ambiente scientifico italiano lo fa perché esiste una forza repulsiva
insita nel sistema o se esiste una forza di maggior attrazione da qualche altra
parte. Se il problema esiste va affrontato. Nel settore della ricerca
biomedica, ad esempio, in alcuni Paesi ci sono restrizioni legali tali da
scoraggiare gli scienziati. Molti luminari inglesi hanno abbandonato l’America
proprio per questi motivi. In campo astronomico, invece, la strumentazione più
avanzata è un potente richiamo per chi vuol fare ricerca. In Germania, i
giovani scienziati non riescono ad avere accesso a posti importanti. Uno deve
arrivare a cinquant’anni, prima di diventare professore o direttore di un
istituto. Al contrario, in Inghilterra, si può ambire a diventare professori
universitari anche prima dei trent’anni! Da noi la maggior preoccupazione, come
nel business, deriva in realtà dalla concorrenza con altre istituzioni. A volte
gli studenti e i laureandi in cosmologia, decidono di abbandonare l’ambiente
accademico e andare nella City di Londra oppure a Francoforte o nelle altre
piazze finanziarie come New York o nel settore informatico dove possono
guadagnare moltissimo».
Come mai scrive tanti libri su argomenti che non sono quelli che insegna
all’Università?
«La maggior parte dei libri che scrivo necessitano molta ricerca. Mi piace
imparare e poi spiegare un argomento che io stesso ho dovuto approfondire. La
conoscenza non deve rimaner chiusa in compartimenti stagni. Per questo cerco
sempre di sorprendere i miei lettori rivelando tutta una serie di cose che, in
genere, non si pensa facciano parte della matematica».
La matematica è la sua grande passione e divulgarla è diventata quasi una
missione...
«Subisco sempre il fascino di quei segni che scarabocchiati su un pezzo di
carta ci raccontano come cambiano le stelle, come funziona il sole, come si
sono formate le galassie. È la matematica più semplice che ti dice perché la
mela cade per terra e ti permette di capire i buchi neri, lo spazio
dell’universo e lo sviluppo delle stelle. Può sembrare incredibile, ma è la
verità».
Quindi?
«Quindi è un buon motivo per imparare la matematica e capirla. Ti racconta
cose del mondo che non si potrebbero imparare altrimenti».
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Il premio: John D.Barrow è stato insignito
ieri, a Torino, del «Premio Italgas energia e ambiente» per la divulgazione
scientifica, assegnato quest’anno anche a Luca Ronconi e a Sergio Escobar,
direttore del Piccolo Teatro di Milano, per lo spettacolo «Infinities».
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