|
Domande
per individuare dov'è la mente
Nel dibattito sulla
natura della mente, la psicoanalisiporta il suo contributo segnalando i
fattori consci e quelli inconsci del nesso tra la dimensione biopsichica
individuale e quella sociale: a fare da ponte è il linguaggio
Nel dibattito intorno
alla mente, che le ricerche neuroscientifiche degli ultimi decenni hanno
potentemente rilanciato riaccostandosi alla questione della coscienza e della
soggettività e riaprendo perciò la questione della «natura umana», si
sostiene che sia in corso un mutamento paradigmatico della scienza cognitiva
che, abbandonato un solipsimo disincarnato e antibiologicista, sarebbe
approdata alla concezione di una «mente estesa» ben oltre i limiti della
scatola cranica, di una profonda unità tra mente, corpo e azione, e degli
esseri umani come «cyborg `naturali'», perché capaci di entrare in relazione
simbiotica con strumenti e artefatti esterni (primo fra tutti il linguaggio)
e creare l'ambiente tanto quanto l'ambiente crea loro. Da un lato, ci si è
domandato allora se questo mutamento non equivalga all'abbandono del
programma di ricerca cognitivista individuato nella convinzione che la costituzione del senso, la prestazione cognitiva più
tipica dell'uomo, sia il frutto esclusivo delle sue attività mentali, senza
chiamare in causa una dimensione pubblica, cioè quella razionalità
sovraindividuale distinta dalla psiche un tempo denominata «spirito» e oggi
meno enfaticamente «sfera pubblica» o «sistema sociale». Dall'altro lato, si
contestano entrambe le posizioni: innanzitutto il fatto che la scienza
cognitiva coincida con un internalismo o un solipsismo, dal momento che, ab origine, anche nella sua «ortodossia»
ha preso in seria considerazione la dimensione interpersonale e ambientale di
ogni attività umana intelligente e visto che il «problema del contesto» è
sempre stato «il problema fondamentale del cognitivismo». Ed effettivamente,
come non ricordare anche un Francisco Varela che, già molto tempo fa benché
forse «eterodossamente», considerava la cognizione un'azione incarnata, dipendente dall'esperienza
dell'avere un corpo con diverse capacità sensomotorie incluse in un più ampio
contesto biologico, psicologico e culturale, e il rapporto fra gli esseri
viventi e i loro ambienti come un rapporto di reciproca codeterminazione? In secondo luogo, è
contestato il presupposto d'ordine metafisico intravisto in questo
fraintendimento, che confinerebbe una presunta soggettività originaria o
«sostanza» primitiva dell'uomo in una dimensione pubblica e sociale
contrapposta agli algoritmi cui la ricerca scientifica ridurrebbe i pensieri.
Se effettivamente è importante domandarsi «dove sta la mente?» per comprendere «cos'è la mente», la psicoanalisi segnala con la sua
teoria e la sua pratica uno snodo molto
concreto, ma niente affatto contingente e anzi universale, tra la dimensione biopsichica individuale e quella
sociale e comunicativa sovraindividuale (altrettanto biopsichica, giacché
linguaggio e cultura sono l'ambiente in cui si evolve l'uomo e che lo spinge
verso una progressiva despecializzazione e infantilizzazione per ampliarne le
potenzialità) e tra una mente individuale
che si estende emergendo dall'attività cerebrale e trattando informazioni e
contesti e un mondo sovraindividuale della comunicazione sociale e del senso
che la informerebbe. Questo snodo cruciale per comprendere la mente umana è
costituito da quella «situazione antropologica fondamentale», così la chiama
Jean Laplanche, che confronta il cucciolo dell'uomo con gli adulti (genitori
ma non solo) i quali, a differenza di lui, possiedono un inconscio sessuale
che compromette ogni interazione e parassita ogni comunicazione con il
bambino, introducendovi la dimensione enigmatica - enigmatica per loro stessi
- delle proprie fantasie inconsce, che non hanno corrispettivi nel bambino.
Il bambino, d'altra parte, potrà solo tentare di tradurre questi messaggi
enigmatici mediante i codici che via via gli si renderanno disponibili,
quelli corporei nonché le teorie, i miti, i racconti fornitigli dal mondo
adulto che ne è impregnato. Una traduzione sempre parzialmente inadeguata,
che ha come inevitabile rovescio la rimozione di
quanto è intraducibile, mediante cui si fondano congiuntamente un inconscio e
l'Io che se ne difenderà strenuamente.
Un inconscio che per l'essere umano non costituisce un
altro centro o fondamento, ma il suo costante decentramento e la sua
insolubile infondatezza, perché consiste in un'alterità irriducibile e
inconciliabile: un'altra-cosa che, essendo frutto della trasformazione
dell'alterità intrinseca alla comunicazione e alla interazione con l'adulto,
mina costantemente, dall'interno, la sua organizzazione egoica, cosciente e
razionale. Un Io che cerca di assicurare il proprio spazio anche
proclamandosi la totalità dell'organismo e dell'individuo, alla maniera del
clown Augusto, diceva Freud, che vuol convincere gli spettatori di comandare
lui tutti i cambiamenti che avvengono nel circo, laddove, come il «cavaliere
della domenica» Itzig, alla domanda «Dove vai?», dovrebbe rispondere: «Non
chiederlo a me, chiedilo al cavallo!».
Questa «situazione» relazionale originaria è dunque
l'innesco della costituzione di quell'«apparato dell'anima» con cui Freud
indicava l'organizzazione psichica specie-specifica dell'essere umano, che
discende certo dal suo essere un animale linguistico, e dunque votato alla
comunicazione, ma che si radica e si incarna in una sessualità «infantile»
che precede e poi affianca - conflittualmente, e talvolta con ardue o perfino
impossibili composizioni - quella istintuale condivisa con altre specie, che
arriva solo più tardi. Una sessualità infantile «allargata» che, per di più,
nell'essere umano dovrà alimentare e rifondare una istintualità naturalmente
deficitaria perché tesa ad accrescerne le potenzialità: ben presto, ad
esempio, il neonato si alimenterà per amore (dell'altro e di sé) anziché per
fame.
Così come il bambino passa da un iniziale
«copernicanesimo» - in cui gravita intorno all'altro ed è passivo rispetto ai
messaggi enigmatici che da lui gli provengono - a una chiusura «tolemaica»
che corrisponde alla costruzione dell'Io e dell'inconscio, la situazione e
l'esperienza analitica (inclusa la teorizzazione che ne discende e la fonda),
reiterando questa situazione originaria dell'essere umano, è nel contempo
tolemaica e copernicana. Copernicana, per il fatto che ripristina il suo
centro di gravitazione nell'altro: sia l'altro interno - mediante la regola
fondamentale dell'associazione libera che evidenzia «l'attrazione del sole e
degli astri inconsci che fa gravitare, occultamente, l'apparente coerenza del
nostro discorso», dice Laplanche - sia quello enigmaticamente presente nel
transfert. Tolemaica, perché non sfugge all'incessante ricentramento con cui
l'Io cerca di rimettere in ordine gli elementi inconsci che vi emergono.
Uguale destino lo hanno le stesse teorie con cui l'uomo cerca di rendere
ragione a se stesso di sé e del mondo, da quelle più personali e più o meno
fantasmatiche o francamente deliranti intorno a cui struttura la propria vita
e una propria storia, fino a quelle più astratte, condivisibili e
falsificabili: in scale e proporzioni variabili - e sicuramente con esiti e
in ambiti ben differenti - riproducono la perenne oscillazione tra apertura e
chiusura all'altro da sé. Un sé che del resto può essere tale solo per questa
sua originaria derivazione dall'altro, quello concreto della propria storia
relazionale affettiva e cognitiva, mediante la quale prende corpo la ricerca,
lunga una vita, per costituirsi come soggetto, dando un senso al proprio
esserci.
|