RASSEGNA STAMPA

15 FEBBRAIO 2004
FRANCA D'AGOSTINI
[Anche la filosofia soffre di cattive maniere
Tanto le regole di una corretta interpretazione, quanto la pratica del rigore argomentativo vengono spesso violate nei testi filosofici contemporanei, indirizzandoli verso un destino comune a altre vittime della fretta massmediatica. Tuttavia, qualche segnale sembra promettere un ritorno al buon governo del linguaggio filosofico. Tra questi, una ricostruzione del pensiero di Gadamer che Donatella Di Cesare ha pubblicato dal Melangolo con il titolo Utopia del comprendere, leggibile come un'ottima guida per guardare alla verità e al significato nel loro contesto
FRANCA D'AGOSTINI
Il panorama della filosofia del secondo Novecento si caratterizza per una buona distribuzione generale di maleducazione logico-argomentativa e maleducazione ermeneutica (ossia storico-interpretativa). Di entrambe sappiamo alcune cose, ma forse non tutto quel che può servire per porre rimedio ai danni di questo duplice e generalizzato malcostume. La prima forma di maleducazione è sicuramente la più nota, e si sintetizza bene in alcune abitudini o stilemi tipici della tradizione idealistica. Per esempio: confondere l'essere predicativo (Giacomo è stanco) e l'essere esistenziale (Giacomo è), scambiare totalità e infinito (per cui se qualcosa è infinito è tutto). Ma il problema è ben più generalizzato. Si ripete spesso che i politici e i pubblicitari compiono di frequente errori logici e fallacie argomentative, a ben guardare però anche i filosofi, e anche quelli che si vantano di mettere l'argomentazione in primo piano, ne fanno spesso; molti di loro peraltro si ritengono in qualche misura autorizzati a confondere le carte sul tavolo delle partite razionali, e ciò perché danno per scontato che la filosofia abbia diritto di rivedere e discutere tutto: anche le regole del rivedere e del discutere; oppure perché sono prigionieri di un canone razionale del tutto pregiudiziale e fuori corso; o anche, più frequentemente, perché sanno che pochi tra i loro colleghi avranno il coraggio la voglia o l'acutezza necessari per rilevare le loro fallacie.

La seconda forma di maleducazione si esprime nei celebri anacronismi di chi rimproverò a Kant di non conoscere i buchi neri, nelle letture fuorvianti di Kant e Husserl (e dell'ermeneutica stessa) fornite da Richard Rorty, nelle liquidazioni sommarie di Platone e Hegel da parte di Popper, nelle avventurose ricognizioni di Jonathan Bennett, proverbialmente note come esempi di «violenza» interpretativa. Spesso si osserva che gli autori di formazione (in largo senso) «logica» hanno qualche difficoltà a soffermarsi sul lavoro interpretativo, e compiono i tre seguenti, tipici errori: tendono a leggere i testi altrui in modo idiosincratico, misurando quel che l'autore dice solo in base a quel che loro stessi pensano (per usare una espressione di Gadamer: invece di procedere a una «fusione» tra il proprio orizzonte di pensiero e quello dell'autore, includono il pensiero dell'autore nel loro proprio orizzonte); estrapolano una o due tesi e le considerano separatamente dal contesto dell'intera opera, a volte anzi le criticano aspramente (ma, diceva Dilthey, prima di criticare un autore, specie un autore contemporaneo, bisognerebbe aver «vissuto» insieme alle sue opere per lungo tempo). Infine (usando ancora una espressione gadameriana), dimenticano il cosiddetto «presupposto della perfezione», il quale dice che quando si esamina criticamente una teoria occorre sempre dare per scontato che l'autore sappia ciò di cui sta parlando, per lo meno quanto lo sappiamo noi (simile ma più antipatico in quanto leggermente paternalistico è il «principio di carità» di Davidson), per cui leggere un testo presupponendo che l'autore sia poco «autorevole» significa condannarsi a non capire nulla del testo stesso.

È vero che i filosofi analitici spesso mancano di quel che Gadamer ha chiamato «una coscienza ermeneuticamente educata», e che appunto si compone di questi tre requisiti (e altri). Ma qui, come altrove, quel che è vizio occasionalmente si traduce in buona abitudine. Non per nulla pensatori come Frege, Bolzano, Brentano, Lotze, Reinach, sono stati tolti dall'oblio e riconsiderati in maniera più storicamente corretta grazie precisamente al lavoro della storiografia di orientamento analitico. E d'altra parte l'assenza di sensibilità storica è a volte la condizione per fare giustizia teorica di un autore: è stata molto criticata la lettura che Strawson ha fatto di Kant (The Bounds of Sense), che è però all'origine di nuovi e per molti aspetti interessanti modi di leggere il filosofo di Köningsberg.

In ogni caso, una significativa mancanza tanto di intelligenza ermeneutica quanto di correttezza logica la si può riscontrare abbastanza frequentemente in ogni orientamento filosofico, e ciò è documentato dall'alta incidenza media, nei testi contemporanei, di una tipica violazione simultanea delle regole del buon interpretare e del buon argomentare, ossia la fallacia dello «strawman», o dell'uomo di paglia. Tale fallacia consiste nel costruirsi un uomo di paglia, per poi facilmente distruggerlo, ovvero: nel riferire quel che gli altri dicono in modo deviato o riduttivo, quindi procedere a discutere le tesi altrui sulla base di tale ricostruzione: X dice questo e questo, questo e questo sono sciocchezze, dunque quel che X dice è una sciocchezza.

Si sa che la comunicazione contemporanea, vittima della fretta massmediatica, è generalmente viziata da fenomeni di questo tipo, ma almeno in filosofia bisognerebbe dimostrare una certa lealtà nei confronti del logos.

Ora forse tutto questo si avvia ad essere un brutto sogno lontano. Alcuni tra gli studiosi delle ultime generazioni, benché un po' smarriti per la sorprendente quantità di risultati limitativi, proibizioni e interdetti con cui hanno dovuto fare i conti (dopo Kant non si può più, dopo Frege non si può, e neppure dopo Wittgenstein, Nietzsche e Freud si può), sembrano aver sviluppato una buona attenzione preliminare alle due tecniche principali del lavoro filosofico: appunto la logica, ovvero la correttezza logico-argomentativa, e l'ermeneutica, ovvero il rispetto culturale nell'interpretazione. Probabilmente, l'esistenza di dipartimenti di filosofia in cui oggi si studiano entrambe ha aiutato, e non è escluso che proprio dalle nuove generazioni possa provenire un innalzamento generale del livello del dibattito filosofico.

Un caso sintomatico è quello di Donatella DiCesare, studiosa già molto affermata, sebbene appartenente alle nuove generazioni. Il più evidente requisito del lavoro di Di Cesare, come si vede soprattutto nelle pagine della sua prima importante sintesi teorica, Utopia del comprendere (il Melangolo, pp. 347, Euro 24,00), è una insolita limpidezza e pacatezza dell'esposizione, una cura notevole dell'argomentazione, una precisa attenzione allo sviluppo razionale degli argomenti, una eleganza del tutto personale nel tacere alcune cose e dirne altre. Di Cesare conosce profondamente il linguaggio della tradizione in cui opera, ma fa scarsissimo uso dei suoi tipici elementi gergali. Non manca qualche uso analogico delle etimologie, punto di forza dell'analitica concettuale di stampo ermeneutico-heideggeriano, ma condotto sempre con estremo controllo critico e precisa finalizzazione teorica.

Da alcuni anni si avvertiva il bisogno di una messa a punto generale sulla filosofia ermeneutica del linguaggio, che possiamo chiamare «l'altra metà del cielo» della filosofia del linguaggio. Come noto i libri che escono in Italia con il titolo Introduzione alla filosofia del linguaggio o Filosofia del linguaggio (l'ultimo, particolarmente ben riuscito ed esaustivo, è di Carlo Penco, pubblicato da Laterza) per lo più ignorano totalmente l'apporto ermeneutico in questa direzione. Ciò si deve al fatto che si è diffusa in Italia la tendenza a considerare l'ermeneutica e la filosofia continentale in genere come indirizzi di pensiero «anti-professionali» (dove per anti-professionale si intende poco serio), e «anti-specialistici» (dove per anti-specialistico si intende ignaro delle distinzioni disciplinari).

Il diffondersi di queste opinioni risale alle dure e ragionevoli critiche alla spettacolarizzazione postmodernista della filosofia, condotte negli anni Novanta da autori analitici, come Kevin Mulligan, Pascal Engel e altri, profondi conoscitori della filosofia continentale e della sua deriva. Ma nessuna di queste critiche ha mai riguardato seriamente la sostanza della filosofia dell'interpretazione. Oggi capita invece di sentir dire che l'ermeneutica sarebbe irrilevante per la filosofia del linguaggio, in quanto portatrice di una visione unicamente «estetica» e «ludica» del linguaggio (il povero Gadamer, con la sua «critica della coscienza estetica», si rivolterà senz'altro nella tomba a sentire ciò); oppure ci si compiace di liquidare l'ermeneutica in quanto ignorerebbe l'esistenza e l'utilità dei confini disciplinari (ma queste liquidazioni documentano solo l'ignoranza dei liquidanti).

Chi ancora è vittima di simili non autochiariti pregiudizi ha dalla sua qualche ragione per il fatto che la pars construens della filosofia ermeneutica del linguaggio in Italia è stata in qualche misura sacrificata, a vantaggio dei suoi requisiti critici, che negli anni della prima penetrazione del pensiero di Gadamer nel nostro paese sembravano meglio adattarsi al clima culturale, tutto pervaso dalla Nietzsche-Renaissance e dall'ascesa del decostruzionismo derridiano. Non mancavano, naturalmente, sintesi ermeneutiche alternative e più orientate in senso costruttivo, per esempio quella di Vittorio Sainati, recentemente scomparso, ma hanno prevalso nell'opinione media le versioni debole e tragica della filosofia dell'interpretazione. Così del pensiero di Gadamer e degli altri ermeneutici abbiamo anzitutto assimilato e tendiamo a ricordare il lato negativo, limitativo e critico.

Senza peraltro aderire a un'idea forte e gioviale di ermeneutica (e di filosofia), Di Cesare elabora qui invece le tesi positive di Gadamer circa il linguaggio, ed emerge con estrema chiarezza dalla sua analisi come e quanto l'ermeneutica potrebbe oggi offrire contributi notevoli alle teorie analitiche. L'autrice dà conto naturalmente delle critiche gadameriane (e heideggeriane) al predominio dell'enunciato nella considerazione logica del linguaggio, un vecchio e classico tema che ha sempre caratterizzato l'impostazione anti-logica in filosofia. Mentre si presuppone che ogni analisi logico-argomentativa del linguaggio debba partire dall'enunciato dichiarativo (ossia suscettibile di essere detto vero o falso), nella prospettiva ermeneutica l'enunciato è solo un aspetto derivato e astratto dell'ampio fenomeno del parlare. Questa, nota Di Cesare, era anche una convinzione di Aristotele, il quale per l'appunto considerava il logos «apofantico», ossia il linguaggio «in cui sussiste una enunciazione vera o falsa», come un caso specifico del logos «semantico», ossia del linguaggio semplicemente significativo. Ora, nella vita di tutti i giorni, la gran parte del linguaggio è semantikos e non apophantikos, ossia non richiede la verifica della verità (circostanza peraltro notissima anche ai filosofi analitici), e proprio richiamandosi a questa concretezza del parlare comune (che è anche una concretezza del parlare scientifico e artistico) l'ermeneutica sottolinea il primato dell'aspetto semantico del linguaggio a svantaggio di quello apofantico.

Tutto ciò non significa affatto una svalutazione della verità né una sottovalutazione del rigore e della correttezza argomentativa (se mai a vantaggio di una considerazione e un uso esclusivamente retorici del linguaggio). Significa piuttosto un modo di guardare alla verità e al significato nell'ottica e alla luce delle loro applicazioni storico-contestuali, e delle limitazioni che queste impongono all'indagine. Se pensiamo all'attuale interesse analitico per una considerazione pragmatico-contestuale del linguaggio (interesse ben documentato nel citato libro di Penco) ci accorgiamo che tanto l'esclusione di Gadamer dal novero dei filosofi contemporanei del linguaggio quanto l'esclusione della logica e in generale dell'approccio analitico dalla prospettiva ermeneutica risultano immotivate.

Ma, al di là delle teorie, che sono in massima parte condivise (più volte è stata rilevata la misteriosa analogia tra l'impostazione di Gadamer e quella di Davidson, ma di solito chi si occupa seriamente degli stessi problemi arriva alle stesse conclusioni), l'ermeneutica offre una pratica di analisi del linguaggio che può utilmente costituire un complemento alle tecniche analitiche. L'ottica ermeneutica infatti, come illustra Di Cesare, si rivolge a ciò che il linguaggio dice, a ciò che il linguaggio presuppone e implica, e a ciò che il linguaggio non dice. La coscienza e la pratica di questa triplice dimensione è per l'ermeneutica di Gadamer il segreto della riuscita del dialogo, e comporta un particolare atteggiamento epistemologico e scientifico. Per l'ermeneutica è vero che noi «siamo» essenzialmente linguaggio, nel senso che quel che comprendiamo come essere in quanto lo comprendiamo è linguaggio (qui come in altri suoi scritti Di Cesare insiste sul fatto che la posizione di Gadamer in ontologia non è per nulla «panlinguista»), ma è anche vero che noi non siamo affatto «a casa» nel linguaggio, e anzi ci sentiamo (e dovremmo sempre sentirci) «stranieri» nella nostra lingua. Ne deriva l'idea dell'utopia del comprendere, ossia del comprendere concepito come definito da un passo indietro e da una estraneità, che è caratteristica di ciò che Gadamer chiama la «linguisticità».

La pratica della buona educazione ermeneutica, che è pratica dell'ascolto, ha inizio da tale consapevolezza, e a partire da qui si dischiude la pratica ermeneutica del dialogo, che è basata sulla percezione e il rispetto della differenza e dell'alterità. Il libro di Di Cesare è ricco di molte tesi interessanti, particolarmente brillanti sono quelle sul nesso tra l'ispirazione gadameriana, fondamentalmente hegelo-cristiana (il linguaggio è infatti per Gadamer il «logos incarnato»), e l'ebraismo. Letto nella luce della tradizione filosofica ebraica, anche il rapporto tra Gadamer e Derrida si rivela più significativo di quanto si fosse indotti a pensare a partire da precedenti analisi, e in questa stessa luce il decostruzionismo di Derrida scopre risvolti inaspettati, e forse anche una nuova fecondità.
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