RASSEGNA STAMPA

11 FEBBRAIO 2004
GIANNI VATTIMO
[Una teoria del limite

La Critica della ragion pura, come si sa, non era una serie di osservazioni critiche contro la ragione; e tuttavia era un lavoro diretto a stabilire i limiti entro i quali la ragione può raggiungere risultati validi. Cioè, principalmente, le scienze sperimentali, come la fisica di Newton. Non solo per amore della «debolezza» del pensiero, dunque, la permanente attualità di Kant può essere indicata nel fatto di aver fondato, o confermato autorevolmente, una teoria del limite. La conoscenza è limitata al mondo fenomenico, ossia all'ambito di ciò che è accessibile alla nostra percezione sensibile. Il resto, che non è poco, è «noumeno», come diceva Kant riprendendo il termine greco, cioè «pensato».

Quando Heidegger dice, scandalizzando molti, che «la scienza non pensa», riprende semplicemente Kant. Il limite può essere varcato soltanto dalla decisione morale e dall'esperienza estetica; che lo varcano però in modo rischioso e del tutto incerto. Non possiamo mai «dimostrare» rigorosamente ad alcuno che una sinfonia di Beethoven sia bella; né che un singolo atto morale sia «oggettivamente» buono. Anche l'imperativo categorico, che sembra così rigoroso al punto da diventare antipatico, e secondo il quale la legge della ragione (pratica, non teoretica) ci impone, qualunque cosa facciamo, di farla solo per rispetto della legge e non per interesse o piacere personale, non comanda niente di specifico, è un imperativo «formale». Ma, come si vede da un'altra formulazione dello stesso imperativo (quella che comanda di vedere l'umanità propria e altrui sempre come un fine, mai come un semplice mezzo), il rispetto della legge ci si impone in fondo solo per amore dell'universalità, cioè appunto per rispetto degli altri umani. Qualcosa di simile succede anche nell'estetica; dove l'apprezzamento del bello è indistinguibile dal senso di condivisione che esso implica: quando apprezziamo un'opera d'arte proviamo piacere anche perché ci sentiamo parte della comunità dei suoi «fans».

Senza arrivare all'estremo crociano (ma era poi tanto sbagliato?) secondo cui la scienza è solo affare «pratico», una sorta di primo passo per la tecnica di trasformazione delle condizioni di esistenza, possiamo ben dire che Kant ci ha insegnato che, se ci è dato un qualche accesso alla «cosa in sé» (si direbbe: all'essenziale) oltre al mondo del fenomeno, questo passa attraverso l'incontro, etico o estetico, con gli altri; non saranno alla fine loro il vero noumeno rispetto a cui il fenomeno finisce per essere semplice apparenza?

 

 

 

 

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