[Una teoria del limite
La
Critica della ragion pura, come si sa, non era una serie
di osservazioni critiche contro la ragione; e tuttavia era un lavoro diretto
a stabilire i limiti entro i quali la ragione può raggiungere risultati
validi. Cioè, principalmente, le scienze sperimentali, come la fisica di
Newton. Non solo per amore della «debolezza» del pensiero, dunque, la
permanente attualità di Kant può essere indicata nel fatto di aver fondato,
o confermato autorevolmente, una teoria del limite. La conoscenza è
limitata al mondo fenomenico, ossia all'ambito di ciò che è accessibile
alla nostra percezione sensibile. Il resto, che non è poco, è «noumeno», come
diceva Kant riprendendo il termine greco, cioè «pensato».
Quando Heidegger dice, scandalizzando molti, che «la
scienza non pensa», riprende semplicemente Kant. Il limite può essere
varcato soltanto dalla decisione morale e dall'esperienza estetica; che lo
varcano però in modo rischioso e del tutto incerto. Non possiamo mai
«dimostrare» rigorosamente ad alcuno che una sinfonia di Beethoven sia
bella; né che un singolo atto morale sia «oggettivamente» buono. Anche
l'imperativo categorico, che sembra così rigoroso al punto da diventare
antipatico, e secondo il quale la legge della ragione (pratica, non
teoretica) ci impone, qualunque cosa facciamo, di farla solo per rispetto
della legge e non per interesse o piacere personale, non comanda niente di
specifico, è un imperativo «formale». Ma, come si vede da un'altra
formulazione dello stesso imperativo (quella che comanda di vedere
l'umanità propria e altrui sempre come un fine, mai come un semplice
mezzo), il rispetto della legge ci si impone in fondo solo per amore
dell'universalità, cioè appunto per rispetto degli altri umani. Qualcosa di
simile succede anche nell'estetica; dove l'apprezzamento del bello è
indistinguibile dal senso di condivisione che esso implica: quando
apprezziamo un'opera d'arte proviamo piacere anche perché ci sentiamo parte
della comunità dei suoi «fans».
Senza arrivare all'estremo crociano (ma era poi tanto
sbagliato?) secondo cui la scienza è solo affare «pratico», una sorta di primo
passo per la tecnica di trasformazione delle condizioni di esistenza,
possiamo ben dire che Kant ci ha insegnato che, se ci è dato un qualche
accesso alla «cosa in sé» (si direbbe: all'essenziale) oltre al mondo del
fenomeno, questo passa attraverso l'incontro, etico o estetico, con gli
altri; non saranno alla fine loro il vero noumeno rispetto a cui il
fenomeno finisce per essere semplice apparenza?
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