![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 10 GENNAIO 2004 |
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A ben vedere, fu solo negli
anni ’60 che Bobbio acquisì nel dibattito politico e culturale italiano il
ruolo e il prestigio crescenti, che a un certo momento fecero parlare di lui
come di possibile presidente della Repubblica e gli valsero la nomina di
senatore a vita. Ma la sua presenza culturale risale ben più addietro ed era
già notevole allora per varii motivi.
Aveva già iniziato già da una trentina di anni prima come studioso soprattutto
di filosofia del diritto. Aveva ondeggiato tra diversi indirizzi filosofici,
come la fenomenologia e l’esistenzialismo, ma si era poi fermato sulla
filosofia analitica e sulla concezione del diritto come emanazione del potere
costituito. Si orientò, quindi, sempre più a una riconsiderazione del giusnaturalismo,
alla teoria del diritto naturale, ma non come pretesa di elaborare una dottrina
e una legislazione dei diritti di natura, bensì come possibilità di appellarsi
a ragioni di diritto superiori a quelle fatte valere nel diritto emanante dal
potere in vigore.
È sintomatico che egli non si fermasse neppure qui. La sua preoccupazione di
una garanzia efficace e amplissima delle condizioni della libertà lo portò in
diverse direzioni. Da un lato, contrapponendo Luigi Einaudi e il liberalismo
anglosassone alle dottrine liberali del Croce, privilegiava la concretezza e la
robustezza delle istituzioni e le questioni del loro profilo giuridico-politico
rispetto alla crociana fondazione etico-politica della libertà. Dall’altro
lato, allo stesso Croce opponeva Cattaneo come prototipo sfortunato della causa
di un robusto realismo storico-politico e di un pensiero positivo senza cadute
positivistiche, che non aveva mai trovato ascolto nella tradizione italiana.
Cattaneo era pure il maestro della tradizione federalistica italiana uscita
sconfitta dal Risorgimento, nella quale fin dal 1945 Bobbio vide una proposta
politico-istituzionale di permanente attualità per l’Italia contemporanea, ben
prima che il federalismo diventasse pressoché una professione di fede obbligata.
Inoltre, raccoglieva da Gramsci una particolare sensibilità al problema degli
intellettuali, la distinzione tra egemonia e dominio nel profilo
storico-politico delle realtà istituzionali e sociali e l’impulso ad opporsi
all’idealismo crociano e gentiliano in quanto presunta ragione di chiusura e di
provincialismo, senza, peraltro, che questo significasse che egli non fosse
sensibile a varie suggestioni crociane. Lo trovò poi sensibilissimo la
diffusione della cultura sociologica e antropologica francese e anglo-sassone
nel dopoguerra; e addirittura di più lo interessò la discussione sul marxismo
che animò intensamente, come si sa, la cultura europea fino agli anni ’80.
Sempre viva rimase, d’altro canto, in lui l’attenzione alla cultura giuridica a
cui aveva rivolto la massima parte della sua attività giovanile e a maestri
come, ad esempio, Hans Kelsen. Ed è stato, comunque, giustamente rilevato che
la sua riflessione si svolgeva all’insegna di un pessimismo originario, non
tanto sulla natura dell’uomo ma sulla società e le difficoltà della convivenza
umana.
Non era facile inquadrare tutta questa serie di ispirazioni in un quadro di
pensiero unitario e coerente. Una soluzione Bobbio la cercò e la trovò nella
reviviscenza neo-illuministica del dopoguerra. Ma il problema di Bobbio non era
quello di costruire una filosofia, una realtà, formalmente sua. La sua azione
culturale si è svolta essenzialmente in una costante serie di interventi sulle
questioni politiche e culturali di attualità e una delle misure più persuasive
della sua statura di intellettuale è data appunto dalla capacità, che ha
altrettanto costantemente dimostrato, di trasformare tali interventi in pagine
di innegabile e non caduco significato e valore. La sua battaglia sul fronte
della sinistra per stabilire la vera essenza del socialismo, la sua accorta
distinzione tra la «dittatura del proletariato» nel «comunismo reale» e la
«dittatura borghese» nelle liberal-democrazie, il valore universale e non
soltanto di classe da riconoscere alle conquiste della borghesia liberale e
democratica, l’assidua trattazione del rapporto tra «politica e cultura» (che è
anche il titolo di uno dei suoi libri di maggiore successo) e l’attenzione alla
«politica della cultura» (il tema di Umberto Campagnolo, suo allievo, e
fondatore della Società Europea di Cultura, di cui Bobbio fu gran parte), le
questioni delle riforme e tante altre simili occasioni furono il teatro di una
presenza che fece conoscere il suo nome anche al di là dei confini nazionali.
Nel dibattito portava un accento in cui rigore e passione si fondevano a
vicenda e l’aspetto della intransigenza non di rado dava l’impressione di
prevalere su quello dialettico. E, forse, proprio questo dà una idea anche di
quel che fu l’uomo Bobbio: preoccupato del rigore morale non meno che di quello
intellettuale (si fece un cruccio davvero eccessivo di qualche suo
atteggiamento del periodo fascista), sostanzialmente pessimista sia sul piano
teorico che sul piano pratico, e perciò in permanente tensione nella dialettica
tra riflessione culturale e impegno civile, talora appariscente nella
intransigenza che gli dettava prese di posizione che non si sarebbero attese da
lui e che potevano dar luogo a facili equivoci (come quando disse che la
«questione meridionale» era una questione dei meridionali). Una tipica figura,
insomma, di quella «Italia civile» che egli vagheggiava e venerava, che
richiama il piemontese Piero Gobetti come il lucano Giustino Fortunato. Una
figura destinata a far sentire la sua assenza non meno della sua presenza.