RASSEGNA STAMPA

08 GENNAIO 2004
DANIELE LEPIDO
[Guardati con sospetto in Occidente, androidi e cani-robot sembrano invece di casa nel Paese del Sol Levante. Un «tabù» legato a motivi religiosi o agli investimenti dei finanziatori? Rispondono gli esperti

Giapponesi artificiali

Molto prima di Terminator e dei replicanti di Blade Runner, il più antico androide della storia fece la sua comparsa a Praga nel XVI secolo. Il mito letterario del Golem (il termine è già presente nella Bibbia, al Salmo 139) racconta l'impresa del rabbino Loew che, sotto il regno di Rodolfo II d'Asburgo, diede vita a un automa d'argilla. Il Golem si ribellerà al suo padre putativo, secondo un copione a cui il lettore-spettatore moderno è abituato, tra abbandoni, finali più o meno tragici e possibili redenzioni.
Gli europei mostrano un certo disagio verso i robot che iniziano davvero ad assomigliare all'uomo. Ultimamente l'universo dei cyborg è diventato più affollato. Tra gli ultimi «nati» c'è Actroid, una donna-robot prodotta dall'azienda nipponica Kokoro, che è stata presentata lo scorso novembre all'International Robot Exibition di Tokyo (www.nikkan.co.jp/eve/
03roboteng). Actroid ha le parvenze di una ragazza giapponese con tanto di pelle vellutata (in realtà è di silicone), che può esprimere con il volto 40 emozioni e in più parla e gesticola con naturalezza. Oppure Asimo, l'androide prodotto dalla Honda, seguito da Hoap-2 della Fujitsu o ancora Qrio della Sony. Tutte «macchine», come si vede, made in Japan. Da qui la domanda: come mai i giapponesi sembrano avere più familiarità di noi occidentali con i robot? Perché, in una parola, li accettano meglio?
Di questo tema si è discusso nei giorni scorsi a Parigi, alla casa della Cultura del Giappone, all'interno della manifestazione «Uomini e robot, tra utopia e realtà» (che durerà fino il 13 gennaio). Ed ecco una prima risposta venuta fuori dal convegno, che è stato seguito anche dal quotidiano Le Monde. Frédéric Kaplan ricercatore nei laboratori di computer science della Sony parigina sostiene che «gli europei sono più imbarazzati di fronte a robot umanoidi degli abitanti del Sol Levante perché i due popoli hanno una concezione diversa di umanità, dell'essenza dell'uomo, che deriva anche dal loro diverso reta ggio religioso». Secondo Kaplan la tradizione giudaico-cristiana, che porta con sé il concetto di uomo come creatura-creata dalla divinità, è il primo ostacolo all'accettazione e quindi alla produzione di androidi. Nello shintoismo, invece, la religione storica del Giappone (pur nelle sue diverse contaminazioni con il buddhismo), non esiste la creazione ex nihilo. Senza contare, come rileva ancora lo studioso, che «per i nipponici naturale e artificiale non sono in contrasto».
Questa diversa impostazione tra Oriente e Occidente non convince tutti. Aaron Sloman, docente di intelligenza artificiale e scienze cognitive all'Università di Birmingham, interpellato sull'argomento da Avvenire si è dimostrato scettico: «Non sono per niente convinto che i popoli del Vecchio continente abbiano un disagio maggiore dei giapponesi verso i robot, o che siano meno interessati a questi progetti. Anzi, credo che si tratti di una generalizzazione un po' grossolana. Personalmente sono più interessato al funzionamento di una cosa e non tanto alla sua origine e certo non ho paura dei robot. I veri mostri, in certi casi, sono proprio gli umani. Basta leggere i giornali e guardare la tv...».
Marco Gori è professore presso il dipartimento di Ingegneria dell'informazione dell'Università di Siena e presidente dell'Associazione italiana intelligenza artificiale, che conta più di 1500 ricercatori associati: «La maggiore disponibilità della cultura giapponese rispetto alla nostra a "ospitare" androidi si manifesta soprattutto nella disponibilità di finanziamento verso questo tipo di ricerche. Non credo invece che nel ricercatore la fede e la cultura giudaico-cristiana possano imbrigliare il desiderio di esplorare, di porre domande per carpire i segreti della creazione e replicarli nelle macchine. Non credo, insomma, che la religione possa circoscrivere il dono della razionalità».
Ma l'attrazione-repulsione dell'uomo verso i simulacri, umani e non, appartiene anche ai giapponesi. Hiroaki Kita no, uno dei padri del cane-robot della Sony Aibo, rivela: «Avevamo realizzato anche una versione del nostro cane meccanico dotata di pelliccia, che rendeva il replicante ancora più simile a un animale vero. Troppo vero... visto che la gente ne rimaneva turbata». Quasi a dire che i robot ci devono sì ricordare la realtà, ma «fino a un certo punto», e che dietro l'ibridazione uomo-macchina potrebbe esserci il desiderio di un io perfettibile in cui l'anima diventa l'unico software non copiabile.

 

 

 

 


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