![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 08 GENNAIO 2004 |
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Giapponesi
artificiali
Molto prima di Terminator e dei replicanti di Blade Runner, il
più antico androide della storia fece la sua comparsa a Praga nel XVI secolo.
Il mito letterario del Golem (il termine è già presente nella Bibbia, al Salmo
139) racconta l'impresa del rabbino Loew che, sotto il regno di Rodolfo II
d'Asburgo, diede vita a un automa d'argilla. Il Golem si ribellerà al suo padre
putativo, secondo un copione a cui il lettore-spettatore moderno è abituato,
tra abbandoni, finali più o meno tragici e possibili redenzioni.
Gli europei mostrano un certo disagio verso i robot che iniziano davvero ad
assomigliare all'uomo. Ultimamente l'universo dei cyborg è diventato più
affollato. Tra gli ultimi «nati» c'è Actroid, una donna-robot prodotta
dall'azienda nipponica Kokoro, che è stata presentata lo scorso novembre
all'International Robot Exibition di Tokyo (www.nikkan.co.jp/eve/
03roboteng). Actroid ha le parvenze di una ragazza giapponese con tanto di
pelle vellutata (in realtà è di silicone), che può esprimere con il volto 40
emozioni e in più parla e gesticola con naturalezza. Oppure Asimo, l'androide
prodotto dalla Honda, seguito da Hoap-2 della Fujitsu o ancora Qrio della Sony.
Tutte «macchine», come si vede, made in Japan. Da qui la domanda: come mai i
giapponesi sembrano avere più familiarità di noi occidentali con i robot?
Perché, in una parola, li accettano meglio?
Di questo tema si è discusso nei giorni scorsi a Parigi, alla casa della
Cultura del Giappone, all'interno della manifestazione «Uomini e robot, tra
utopia e realtà» (che durerà fino il 13 gennaio). Ed ecco una prima risposta
venuta fuori dal convegno, che è stato seguito anche dal quotidiano Le Monde.
Frédéric Kaplan ricercatore nei laboratori di computer science della Sony
parigina sostiene che «gli europei sono più imbarazzati di fronte a robot
umanoidi degli abitanti del Sol Levante perché i due popoli hanno una
concezione diversa di umanità, dell'essenza dell'uomo, che deriva anche dal
loro diverso reta ggio religioso». Secondo Kaplan la tradizione
giudaico-cristiana, che porta con sé il concetto di uomo come creatura-creata
dalla divinità, è il primo ostacolo all'accettazione e quindi alla produzione
di androidi. Nello shintoismo, invece, la religione storica del Giappone (pur
nelle sue diverse contaminazioni con il buddhismo), non esiste la creazione ex
nihilo. Senza contare, come rileva ancora lo studioso, che «per i nipponici
naturale e artificiale non sono in contrasto».
Questa diversa impostazione tra Oriente e Occidente non convince tutti. Aaron
Sloman, docente di intelligenza artificiale e scienze cognitive all'Università
di Birmingham, interpellato sull'argomento da Avvenire si è dimostrato
scettico: «Non sono per niente convinto che i popoli del Vecchio continente
abbiano un disagio maggiore dei giapponesi verso i robot, o che siano meno
interessati a questi progetti. Anzi, credo che si tratti di una
generalizzazione un po' grossolana. Personalmente sono più interessato al
funzionamento di una cosa e non tanto alla sua origine e certo non ho paura dei
robot. I veri mostri, in certi casi, sono proprio gli umani. Basta leggere i
giornali e guardare la tv...».
Marco Gori è professore presso il dipartimento di Ingegneria dell'informazione
dell'Università di Siena e presidente dell'Associazione italiana intelligenza
artificiale, che conta più di 1500 ricercatori associati: «La maggiore
disponibilità della cultura giapponese rispetto alla nostra a
"ospitare" androidi si manifesta soprattutto nella disponibilità di
finanziamento verso questo tipo di ricerche. Non credo invece che nel
ricercatore la fede e la cultura giudaico-cristiana possano imbrigliare il
desiderio di esplorare, di porre domande per carpire i segreti della creazione
e replicarli nelle macchine. Non credo, insomma, che la religione possa
circoscrivere il dono della razionalità».
Ma l'attrazione-repulsione dell'uomo verso i simulacri, umani e non, appartiene
anche ai giapponesi. Hiroaki Kita no, uno dei padri del cane-robot della Sony
Aibo, rivela: «Avevamo realizzato anche una versione del nostro cane meccanico
dotata di pelliccia, che rendeva il replicante ancora più simile a un animale
vero. Troppo vero... visto che la gente ne rimaneva turbata». Quasi a dire che
i robot ci devono sì ricordare la realtà, ma «fino a un certo punto», e che
dietro l'ibridazione uomo-macchina potrebbe esserci il desiderio di un io
perfettibile in cui l'anima diventa l'unico software non copiabile.