![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 06 GENNAIO 2004 |
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LÉVINAS
Per
le strade di Atene e Gerusalemme
Orme di vita IL SOBRIO
EBRAISMO LITUANO dell'infanzia, l'adesione entusiastica alle impalpabili atmosfere
di Strasburgo. Quindi Parigi, la guerra, la prigionia, la shoà. E poi gli
incontri. Con Blanchot e Jean Wahl, Husserl e Heidegger. Per Jaca Book, «La vita e la
traccia», l'attesa biografia di Emmanuel Lévinas firmata da Salomon Malka
Traiettorie parallele La filosofia e l'ebraismo come
luoghi fondativi di un pensiero che voleva resuscitare il religioso nel cuore
del filosofico
Tutti i nomi degli uomini Un'insonne e incessante ricerca
dell'Altro. Volto e nome proprio di un'etica che Lévinas viveva come turbamento
e passione
Emmanuel Lévinas muore a Parigi il 25
dicembre 1995, giorno in cui i cristiani celebrano il Natale e gli ebrei
terminano Chanukkah, la festa delle luci. Venne
sepolto al cimitero di Pantin, in un grigio mattino, battuto dal vento e dalla
pioggia. Una folla raccolta di amici, colleghi, discepoli, curiosi dava l'addio
a uno dei più grandi filosofi del secolo appena trascorso. Quel giorno Jacques
Derrida pronunciò l'orazione funebre con la voce rotta dall'emozione che il
vento quasi copriva. Un mattino d'inverno che rendeva più duro l'addio. «Alla
vita di Lévinas poteva ormai seguire la traccia».
Ed è quello che ha fatto Salomon Malka (scrittore,
giornalista, allievo di Lévinas) con questo libro cui ha consacrato cinque anni
di ricerca - Emmanuel Lévinas. La vita e la
traccia, Jaca Book, Milano 2003, pp. 302, euro 24,00 - che ci accompagna,
con una minuziosa ricostruzione, attraverso i sentieri, le tappe di una vita e
di un'opera che hanno segnato la storia del mondo contemporaneo.
Si tratta dell'attesa biografia di un filosofo che non ha
cessato e non cesserà di interrogarci e di scuotere il nostro modo di pensare,
le nostre certezze, le nostre sicurezze.
Non si può separare un cammino di pensiero dal volto che lo
ha incarnato, né si possono separare i libri dai luoghi, dalle relazioni, dagli
incontri che ne hanno segnato la maturazione, la difficile composizione.
La vita e la traccia, dunque. «Ma di cosa è fatta una vita
filosofica? A cosa assomiglia la vita di un filosofo?». Le domande di Malka non
hanno a che fare con una banale curiosità biografica. Del resto nessuna
biografia può dirsi completa. Anch'essa sarà condizionata dalla nostra
interpretazione. Una vita può essere disponibile, a portata di mano. E' di tutti
e di nessuno. Certo, può essere ripercorsa ma mai catturata nelle maglie di un
sistema biografico che curva una intera esistenza e la piega alle nostre
necessità. Così è dell'opera di una vita. Anche i libri sono a portata di mano,
ma se non se ne vuole fare degli oggetti spenti e opachi vanno tenuti aperti,
continuamente interrogati per proseguire un cammino avviato da una voce che
seppure spenta, continua a parlarci.
Volti, voci, luoghi. Rue Michel-Ange a Parigi, la casa di
Lévinas. Comincia qui il lungo viaggio di Malka. Comincia nell'intimità
familiare fatta di cose semplici, da un accoglienza sull'uscio della porta
dell'appartamento dei Lévinas. Il filosofo con l'abito stropicciato e la moglie
«un po' ripiegata su se stessa».
Accoglienza fatta di parole semplici, dirette, di una
gentilezza innata accompagnata da un sorriso.
L'indagine di Malka comincia dai luoghi che hanno visto
nascere il filosofo francese.
La prima tappa è nella sua città natale: Kaunas (o Kovno),
in Lituania dove il filosofo nasce il 30 dicembre 1905. In famiglia si parla il
russo. La sua infanzia è immediatamente intrisa di valori religiosi. La sua è
infatti una famiglia praticante, si reca in sinagoga, mangia kasher, si rispetta lo Shabbat,
si celebrano le feste ebraiche. «E' un ambiente religioso senza eccessi,
inserito nella tradizione lituana, dove la vita quotidiana è scandita dalle
usanze ebraiche». L'ebraismo lituano dominato dalla gigantesca figura del Gaon di Vilna si è sempre caratterizzato per la sua
sobrietà e per una rigorosa interpretazione della tradizione religiosa che i
fratelli Lévinas ricevono grazie a un precettore ebreo a domicilio. Il padre
libraio trasmette il suo amore per i libri. La grande cultura russa non poteva
lasciare indifferente Lévinas che, infatti, vi attinge a piene mani.
Nel 1923 Lévinas giunge a Strasburgo, città dalle
impalpabili atmosfere, città di confine, sospesa tra due mondi: quello francese
e quello tedesco. Per il giovane lituano si tratta di un ambiente meraviglioso
in cui potersi adattare al suo esilio che sarà quello definitivo. Studia
filosofia, si laurea nel 1927. Cominciano gli incontri che segneranno la sua
vita: quello con Maurice Blanchot innanzitutto.
La scena filosofica francese era, allora, dominata da un
notevole fermento e aperta a diverse correnti e influenze. L'eredità del XIX
secolo con il positivismo di Auguste Comte o l'epistemologia di Cournot pesano
ancora. Ma da un lato le scienze umane rivendicano tutto il loro peso e
dall'altro la religione, la spiritualità ritornano ad essere un campo di
riflessione teorica e di ricerca storica. Le prime traduzioni dell'opera di
Freud; la sociologia con la rivoluzione metodologica proposta da Durkheim; la
linguistica di De Sussurre, l'etnologia di Mauss; l'effetto dell'opera di
Bergson, di Maritain o di Etienne Gilson partecipano a quel rimescolamento dei
saperi che formano lo sfondo di un momento decisivo della cultura europea.
Ma ben presto Lévinas va oltre. Tra l'estate del 1928 e
l'inverno 1928-29 si reca a Friburgo in Brisgovia, in Germania. Intende
studiare con Husserl e incontra Heidegger. Sono incontri cruciali con due
giganti del pensiero che segneranno profondamente il cammino di pensiero di
Lévinas. Infatti tutta la riflessione filosofica successiva porterà i segni di
questi due grandi maestri a cui si aggiungerà la ripresa in profondità del
pensiero ebraico. Sarà proprio il giovane studioso a far conoscere in Francia
Husserl e la fenomenologia. E a Husserl dedica il suo primo libro La teoria dell'intuizione nella fenomenologia di Husserl.
Il rapporto con Heidegger sarà segnato per sempre dalla sua
adesione al nazismo.
Divenuto cittadino francese, nel 1932 torna in Lituania per
sposare Raissa Levi, la figlia dei suoi vicini, la compagna di una vita.
Finalmente Parigi, la nascita dei figli, il lavoro all'Ecole Normale Israelite
Orientale, la guerra, la prigionia, la Shoah, i seminari di Davos, quelli di
Lovanio, le strade di Tel Aviv e quelle di Gerusalemme, fino, ormai più che
cinquantenne, alla Sorbona.
I difficili rapporti con la scrittura, le insicurezze, la
solitudine in cui maturava autentici capolavori tra l'indifferenza generale
fino alla tardiva consacrazione, sono altrettante tappe di una vita.
Malka annoda i fili di un'esistenza (il rapporto con i
figli, con gli allievi), le amicizie (Blanchot e Jean Wahl), il duro
apprendimento talmudico con un misterioso e affascinante maestro, Chouchani,
gli influssi di Rosenzweig, i dialoghi con Ricoeur, Derrida e Giovanni Paolo
II.
Ma la sua è stata anche un'esistenza filosofica. Emmanuel
Lévinas ha parlato la lingua della filosofia e, da questo punto di vista, deve
essere considerato uno dei maggiori pensatori del XX secolo. Ma ha anche
parlato quella della tradizione del suo popolo. Da quest'altro punto di vista è
un testimone dell'ebraismo contemporaneo. Egli non si è mai considerato un
talmudista, ma è stato un grande lettore del Talmud, una vera guida per
un'iniziazione ai testi della tradizione ebraica.
Del resto, pur non amando sentirsi definire un filosofo ebreo,
pur insistendo sul fatto che faceva essenzialmente filosofia, non si può non
riconoscere questo intreccio. Non Atene contro Gerusalemme, ma Atene e
Gerusalemme sono i luoghi fondativi della sua proposta filosofica.
Nel corso degli anni, accanto alla riflessione filosofica,
porterà avanti un'attività di «talmudista della domenica» che verrà consegnata
in scritti «confessionali» di notevole spessore e suggestione.
Non c'è opera filosofica - da Dell'evasione
del 1935 a Totalità e infinito del 1961 (che lo
consacra), fino a Altrimenti che essere o al di là
dell'essenza del 1974 e a Dio che viene
all'idea del 1982 (per citare solo alcuni titoli di una ricerca magistrale)
- che non indichi un rimando alla tradizione ebraica. Tuttavia mai come in
Lévinas i due tragitti sono pensati in maniera rigorosamente autonoma.
«L'opera di Lévinas si è radicata lentamente. Ci ha messo
del tempo». Perché? Per la lingua difficile? Per la singolarità della sua
scrittura, per il suo impatto, per la sua fascinazione che provoca al tempo
stesso la consapevolezza di trovarsi di fronte a un pensiero cui è difficile
attenersi?
Mettere il volto al centro
della sua filosofia, descrivere l'irruzione dell'etica, che Lévinas riteneva
essere la filosofia prima, come un turbamento, uno sconvolgimento, una
passione, «resuscitare il religioso nel cuore del filosofico, tracciare una
nuova via nel profondo del giudaismo», non poteva che disturbare producendo
molte caricature e semplificazioni.
Si può forse caratterizzare l'itinerario filosofico di
Lévinas come un'insonne ricerca dell'Altro, che - volto
e nome proprio - è sempre innanzitutto l'uomo. L'Altro, l'interrogante che
si svela, contemporaneamente nella sua distanza e nella sua prossimità. Questo
risuona nelle potenti architetture del suo pensiero come nel suo scabro
argomentare. Del resto la nozione dell'umano nella Torah precede la differenza.
La relazione interumana viene prima di tutto.
Da questo punto di vista il pensiero di Lévinas rinvia al
capitolo del libro della Genesi (4, 26) dove
si dice: «Solo allora si comincerà a invocare il nome dell'Eterno». Siamo dopo
la morte di Caino. Caino ha dato vita a Chet e Chet a Enoc. Il passo si trova
dopo la nascita di Enoc, il cui significato in ebraico è, appunto, «umano».
Lungi dal poter essere chiusa in un sistema quest'opera si
presta a una lettura infinita, mai definibile. Sempre aperta.
Che ne è dell'opera di una vita? Dei successi, degli
insuccessi, dei rimorsi, delle cose solo abbozzate? Lévinas amava un passo di
Rashi sulla rotture delle tavole della legge in cui è prescritto a Mosè di
conservare nel Santuario i frammenti delle prime accanto alle seconde, come se
mancasse qualcosa alle seconde senza la «rottura» delle prime. Lévinas ha
scritto molto. Quello che non ha desiderato dire non l'ha detto.
L'opera ha una coerenza. La vita anche. L'una e l'altra
bastano a se stesse. Il suo pensiero si rivela inabitabile perché è un pensiero
in cui non c'è un'ultima parola, dove niente è definitivo, nulla è stabile, che
non lascia alcuna quiete. Un'opera che semplicemente testimonia le infinite
risorse del pensare. Per continuare a pensare.