RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2004
ARMANDO MASSARENTI
[La morale fuori di noi

            Magari letto in edizioni più economiche di quella apparsa sul tavolo del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi durante il suo discorso di fine anno, Immanuel Kant si è rivelato sempre di più nel tempo un filosofo per tutti. Non perché le sue opere siano facili. Ami, alcune, le  principali - le tre famose Critiche -, presentano difficoltà di lettura quasi insormontabili. Ma la loro  lezione è arrivata fino a noi attraverso discussioni che hanno attraversato tutti gli episodi più importanti della storia della filosofia, anche quando venivano proposti programmi apertamente antikantiani, dal neopositivismo del Circolo di Vienna alla Dialettica dell'Illuminismo di Horkheimer e Adomo fino al postmodernismo di Richard Rorty. Nella letteratura specialistica, l'interesse per Kant non è mai svanito. Prima con gli studi di Peter Strawson, poi nella filosofia politica di John Rawls, nel neopragmatismo di Hilary Putnam (che ha voluto conciliarla Wittgenstein)  e  nella filosofia  recente  di  John McDowell. Oggi è un allievo dell'antikantio Rotry, A.W. Moore a riproporlo con forza. In Germania, dopo la rinascita della "filosofia pratica", è stato Jürgen Habermas a riattualizzarne il messaggio illuministico.

            Kant (scrive Habermas) è riecheggiato a Capodanno anche nel discorso del Papa per la giornata mondiale della pace. In quel suo insistere sulla necessità di estendere le prerogative dell'ordine giuridico internazionale, tutti potevano riconoscere il "progetto filosofico" Per la pace perpetua. Ed è proprio con saggi come questo che Kant si proponeva consapevolmente come filosofo per tutti (li trovate tutti raccolti nel bel volume Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, a cura di Norberto Bobbio, Luigi Firpo e Vittorio Mathieu, edito dalla Utet).

            Ogni mente umana, in forza della sua stessa capacità raziocinativa, secondo Kant ospita un filosofo. «Osa pensare! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!», era il motto con cui egli rispondeva, nelle prime righe di un altro di quei saggi, alla domanda Che cos'è l'Illuminismo? Che altro non è che «l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli solo è responsabile». Anche la trattazione dei più complessi problemi della filosofia trascendentale non è altro per Kant che un tentativo di delucidazione che aspira a chiarire le confusioni di pensiero in cui   gli esseri umani inevitabilmente incorrono ogni qualvolta si apprestano a ragionare. Questo era e resta il compito   dell'Illuminismo, anche se molti - non a torto - pensano che talvolta Kant si sia spinto troppo in là. Il suo pensiero morale, basato su inflessibili imperativi categorici validi in sé, impermeabili a ogni conseguenza, ci impone un rigore che difficilmente oggi potremmo accettare. Ci impone di non mentire anche quando una piccola bugia può salvare la vita di un uomo.  È lo stesso,  inquietante,  rigore descritto, in chiave antiprotestante, da Lars von Triers in Dog ville.

            Ma il Kant che la filosofia morale e politica oggi ci ripropongono è un Kant assai meno rigido e dogmatico. È il Kant dei limiti della ragione, della tolleranza, dei diritti umani, della lotta a ogni fanatismo, religioso o intellettuale, dell'autonomia della morale dalla religione. È il Kant rievocato da Isaiah Berlin, consapevole del fatto che «dal legno storto dell'umanità non si è mai cavata una cosa dritta», e che di questo dobbiamo tenere conto quando vogliamo disegnare le nostre istituzioni.

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vedi anche
Filosofia (e) politica