![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 30 DICEMBRE 2003 |
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Arriva l'anno di Kant, ma la politica
batte i sogni del filosofo
E'
ORMAI prossima la scadenza del secondo centenario della morte di Kant. Bene:
quel grande uomo sia ricordato come merita. Ma che cos'ha ancora da dire a noi,
abitanti di un mondo infinitamente più complesso e chiamati a fronteggiare
problemi che lui neppure poteva immaginare?
Ha da
dire molto. Non c'è aspetto del suo pensiero che non dia da pensare. Le grandi
domande filosofiche, quanto alla loro radice più profonda, restano kantiane.
Che cosa significa conoscere? Che cosa significa agire moralmente? Che cosa
significa godere del bello, sia il bello naturale sia il bello artistico? A
queste domande si potranno anche dare risposte diverse rispetto a quelle date
da Kant. Impossibile però ignorare che è stato Kant a insegnarci a porle.
Ma è
negli scritti minori che Kant apre prospettive di stupefacente attualità. Gli
scritti politici, ad esempio. Dove egli afferma la necessità di istituzioni
allora ignote e oggi insostituibili.
L'Organizzazione
delle nazioni unite, la Banca mondiale, la Corte internazionale di giustizia:
ci sono già in Kant. E ciò che è anche più interessante, è che Kant già vede
tutte le difficoltà di quello che pure gli sembra un passaggio obbligato verso
un mondo più razionale e quindi più libero.
Kant
faceva notare che finché gli Stati ritengono di non dover rispondere a una più
alta istanza, ossia a un più comprensivo ordinamento civile, nessuna speranza
di pace per i popoli: come dirimere altrimenti che con la guerra gli inevitabli
conflitti fra Stato e Stato? E la guerra, ammoniva Kant, è il male peggiore.
Essa scarica sull'uomo tutti i mali possibili e immaginabili. Inoltre il che è
anche peggio corrompe l'uomo al punto da fare di lui un essere semplicemente
disumano.
Dunque,
la pace deve essere perseguita incondizionatamente. Ma per raggiungere un
obiettivo come questo non c'è che un mezzo. E cioè il "governo delle
nazioni". Va da sé che tale governo deve essere realmente e non solo
formalmente sopra le parti. In breve: basato su principi in cui tutte le
nazioni si riconoscano. Al di là degli interessi particolari. Che naturalmente
esistono e non si possono ignorare. Ma siccome questi interessi sono quasi
sempre di natura economica, perché non cominciare con l'abbattimento delle
barriere doganali e incentivare non solo la libera circolazione delle merci, ma
la libera circolazione degli uomini? Sarà più facile riconoscere che il nostro
destino è comune.
Per
questa via, sosteneva Kant, si giungerebbe a stabilire un vero e proprio patto
di pace sul fondamento dei "diritti e doveri dei cittadini del
mondo". Cui tutti si sentano vincolati. Pronti a rispondere delle proprie
azioni, sia i singoli sia gli Stati, sulla base di esso. E come e dove, se non
di fronte a un tribunale apposito, quel tribunale che oggi è la Corte
internazionale di giustizia, relativamente ai crimini dei singoli, ed è il
Tribunale penale internazionale, per quel che riguarda i crimini degli Stati?
Ci sono
voluti due secoli. Durante i quali le ipotesi kantiane sono state lasciate
cadere nel vuoto. Con gli esiti disastrosi che sappiamo.
Se
l'Ottocento è stato il secolo (relativamente pacifico) degli Stati nazionali,
il Novecento è stato quello (spaventoso) dei totalitarismi.
Eppure
un'idea attraversa questi due secoli come un sotterraneo legame di continuità.
L'idea che lo Stato non debba rispondere ad altri che a se stesso. Come
potrebbe lo Stato, stando così le cose, non lasciarsi tentare dalle più brutali
prevaricazioni?
Kant lo
aveva capito con largo anticipo. E perciò aveva avanzato la sua proposta di un
governo delle nazioni, ma anche di un governo globale dell'economia, oltre che
di una cittadinanza del mondo. Che i suoi non fossero sogni di un visionario,
lo conferma un fatto: ben prima che quei sogni diventassero realtà, già li
aveva sottoposti a una critica severa. Ben più severa di quella che noi oggi
timidamente incominciamo ad abbozzare.
Una
convivenza fra i popoli che abbia la sua stella polare nella pace e non nella
guerra è possibile unicamente sul fondamento di un diritto universalmente
riconosciuto, che le istituzioni sovranazionali devono garantire. Ma che cosa
potrebbe accadere nel caso queste istituzioni si trasformassero in apparati
anonimi, superfetazioni burocratiche, o addirittura strumenti ideologici di
potere? La risposta di Kant è dura: avremmo a che fare con un "dispotismo
senz'anima".
Ha
visto davvero lontano, Kant. Costringendo anche noi ad aprire gli occhi.