RASSEGNA STAMPA

17 DICEMBRE 2003
IDA DOMINJANNI
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POLITICA O QUASI
Laterale, troppo laterale
 Giuliano Ferrara s'è preso molto a cuore la legge sulla procreazione assistita e fa di tutto, a mezzo stampa e tv, per nobilitare una vicenda che dovrebbe essere solo gettata nell'immondezzaio della cronaca parlamentare. L'ultima, sul Foglio di ieri, è che la legge è controversa come tutte le leggi, e che la si può perfino abrogare (lo prendo in parola), «purché resti nella coscienza dei cosiddetti moderni un'oncia della riflessione che si è avviata attorno alla sua giustificazione». L'oncia di riflessione riguarderebbe «un elemento che sembra laterale: la natura del desiderio». Sono d'accordo, ma partendo da presupposti e arrivando a conclusioni opposte. Per Ferrara, la questione del desiderio (non altrimenti specificato) è stata centrale nella discussione della legge; a me la questione del desiderio (femminile di maternità) è parsa all'opposto la grande assente. Ferrara contesta che ogni desiderio sia traducibile in diritti, ma poi ragiona come se l'unico modo per interrompere la sequenza desideri-diritti della tradizione illuminista fosse quello di mettere un divieto al posto di un diritto; io penso, sulla scorta della critica femminista alla tradizione illuminista (pile di letteratura ignorata dal dibattito nostrano), che fra il linguaggio del desiderio e il linguaggio dei diritti c'è uno scarto incolmabile, e che mettere un divieto al posto di un diritto non risolve il problema ma lo conferma rovesciandolo. Ferrara pensa si sia trattato di una battaglia «della ragione laica religiosamente assistita contro la dogmatica integrista del laicismo», io di una battaglia dell'integrismo cattolico contro le contraddizioni della ragione laica. L'equivoco parte da lontano. I nostri legislatori non fanno che ripetere una coazione alla cancellazione del primato femminile nella procreazione antica quanto lo stato moderno (e di più). Una studiosa della questione, Nadia Filippini, sull'ultimo numero di «Genesis» (la rivista della società delle storiche), racconta quando è cominciata la smania di personificare l'embrione e di fare del concepito un individuo a sé stante separato dal (e contrapposto al) corpo materno. Siamo nella seconda metà del `700, scienza, teologia, filosofia e politica si alleano in questa operazione, che va di pari passo con l'affermarsi della figura del cittadino. Come mai? Perché il cittadino moderno nasce libero, uguale e senza madre. E' neutro, universale e disembodied, disancorato dalla sua corporeità e dal corpo materno che l'ha generato. Sì che per estensione anche l'embrione, inteso come «cittadino non ancora nato», diventa raffigurabile come una entità scissa dalla madre. Come se potesse esistere al di fuori, senza o contro il corpo materno. Il resto segue. Non è solo l'ideologia cattolica che si mette in testa di tutelare l'embrione-persona. E' anche l'ideologia laica dei diritti che resta intrappolata nella logica individualistica, e non riesce a pensare (e a tradurre in diritto) una relazione asimmetrica come quella della gravidanza, in cui non ci sono due individui ma una donna che decide, piaccia o no a cattolici e laici, della venuta al mondo di un altro/a. Secondo la misura del proprio desiderio. Che appunto è un desiderio e non un diritto, o un desiderio non del tutto traducibile in diritto. Ma non tradurlo in diritto non significa vietarlo: significa riconoscerne il primato e fidarsene. Il contrario di quello che fa la legge contro la procreazione assistita, che ne diffida e lo cancella. Con la sconfitta dello stato laico, nell'imporre per legge a tutti una scelta morale che è solo di una parte. Ma anche con la complicità dello stato laico, nel pretendere di tradurre nel linguaggio dei diritti e dei divieti il linguaggio del desiderio. Lì, sul disconoscimento del primato femminile nella procreazione, la distanza tra cattolici e laici è meno polare e bipolare di quanto faccia comodo a tutti pensare.


  
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