RASSEGNA STAMPA

29 NOVEMBRE 2003
MARCO VOZZA
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Abbi cura di te stesso: è questo il primo compito di chi pensa
il principio della verità


ALL’INIZIO degli Anni 80 ho avuto la fortuna di ascoltare alcune lezioni di Michel Foucault al Collège de France, presso il quale era titolare della cattedra di «Storia dei sistemi di pensiero»: ricordo in particolare l’efficacia del suo argomentare, l’eleganza del suo lessico, la sconfinata vastità di un sapere tentacolare, la disponibilità al colloquio, il tono congetturale e problematico delle sue tesi filosofiche, formulate più con lo spirito del ricercatore che non con l’enfasi di un maître à penser . Ritrovo quelle indelebili sensazioni leggendo il poderoso volume dal titolo: L’ermeneutica del soggetto, che contiene il testo delle lezioni tenute nel 1982; un’edizione impeccabile per traduzione e apparato critico, la cui lettura gioverebbe molto agli studenti dediti alla conoscenza della cultura classica. Riflettendo storicamente sulle relazioni tra soggettività e verità a partire dall’Antichità, Foucault scopre che il noto imperativo: «Conosci te stesso» non costituisce l’indicazione primaria rivolta al soggetto occidentale, quanto appare subordinato e circoscritto all’interno della più originaria prescrizione della cura di se stessi; correttamente intesa, la conoscenza appare come l’esito più sofisticato (Aristotele avrebbe detto dianoetico), un’applicazione specifica della regola più generale secondo la quale è opportuno occuparsi di se stessi, formare la propria identità innanzitutto in chiave etica, relativa cioè alla modalità del nostro soggiornare nel mondo e delle nostre propensioni all’azione. Già Socrate, quando si paragona ad un tafano che pungola un cavallo, mostra di comprendere che la cura di se stessi «rappresenta una sorta di aculeo che dovrà essere piantato proprio nella carne degli uomini, che dovrà essere conficcato nella loro esistenza, destinato a fungere da principio di agitazione, di movimento, di inquietudine permanente per l’intero corso dell’esistenza». Se Platone finirà col privilegiare l’iperuranico mondo delle idee, saranno gli stoici, gli epicurei e in generale la cultura ellenistico-romana, a privilegiare la dimensione della cura sui, la quale comporta una conversione dello sguardo, dapprima orientato verso l'astrattezza dei concetti e ora rivolto al mondo delle cose prossime, quelle che ci riguardano da vicino, ivi comprese le relazioni con il mondo circostante, l’attenzione verso gli altri, mentre il cristianesimo tenderà all'interiorizzazione e al ritorno presso di sé come rinuncia al mondo. Da questo ribaltamento dell’ordine di priorità, Foucault può trarre conseguenze di carattere generale: il primato del metodo conoscitivo è un’acquisizione moderna, dovuta per lo più a Cartesio che valorizza la prova dell’evidenza nel suo offrirsi indubitabilmente alla coscienza; così la filosofia si emancipa dalla spiritualità, si pone come scienza rigorosa o enciclopedia del sapere ma non come fenomenologia dello spirito, rinunciando a quel compito di trasformazione del soggetto che originariamente si era assegnata, nella convinzione che l’accesso alla verità ci sia concesso solo a patto di una radicale messa in gioco della nostra condizione esistenziale. Tuttavia, almeno con Kierkegaard e poi con Nietzsche, la trasfigurazione del soggetto tornerà ad essere la questione filosofica per eccellenza e lo stesso Wittgenstein, con inaudito rigore, scriverà a Russell: «Come posso essere un logico se non sono ancora un uomo!». In relazione a tale esigenza, la filosofia sviluppa una funzione terapeutica, analoga e complementare a quella della medicina, tanto che Epitteto definiva la scuola di filosofia uno iatreion, un ambulatorio; ma valorizza anche la vecchiaia come l’approdo di una lunga pratica di sé, l’epoca di una sovranità su se stessi, resa immune da effimere preoccupazione esterne: non si tratta di un’etica della rinuncia bensì di una risorsa vitale, poiché si vive ogni istante come se fosse l’ultimo. «Curati da te stesso» significa anche occupati degli altri, esprimi la parrésia, la franchezza verbale, l’apertura di cuore e la generosità del pensiero. Quello degli antichi appare così come un sapere che verte sulle cose, sugli enti naturali, ma la cui finalità è la trasformazione di chi conosce, la sua autonoma soggettivazione, portando l’anima «a fior di labbra», in comunicazione con tutto l’universo, pur sempre pronta a prender congedo dalla vita. La filosofia contemporanea, tentata da ricorrenti posizioni scientiste oggi ispirate per lo più alle neuroscienze, sarà disposta a riconoscere la priorità o l’urgenza del compito etico di formare se stessi, un’arte dell’esistenza (la tekhné tou biou da cui scaturiscono le biotecnologie), di elaborare le condizioni soggettive di accesso alla verità, riflettendo con rinnovato interesse sulla lezione di Seneca o di Marco Aurelio, assumendo anche un valore testimoniale di rettitudine, oppure ha già declinato tale invito affidandone la cura alla psicoanalisi o a presunti maestri di spiritualità? Tra le molteplici questioni che il libro ha il merito di porre, l’ontologia dell’attualità praticata da Foucault sembra privilegiare tale istanza dagli evidenti risvolti, oltre che filosofici, etico-politici: saremo capaci di diventare il soggetto etico della verità che pensiamo?


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