![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 NOVEMBRE 2003 |
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L’ESALTAZIONE DELLA VIRTù E DEL SACRIFICIO |
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“I paradossi degli stoici” di Marco Tullio Cicerone |
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L’esaltazione della virtù e del sacrificio, contro la corruzione
nello Stato, è l’argomento del breve saggio di Cicerone “I paradossi degli
Stoici” (ristampato da Rizzoli, Bur, Classici greci e latini, 2003, con testo
latino a fronte). Cicerone dedica questo libro a Bruto, che era nipote di
Catone; questi, suo amico e “perfetto stoico”, soleva trattare in Senato
difficili argomenti filosofici, appunto i “paradoxa”, cioè opinioni contrarie
alle credenze dei più e lontane dalle pratiche del Foro. Cicerone, nato ad
Arpino nel 106 a.C. e ucciso nella sua villa di Formia nel 43 a.C., è a tutti
noto come grande scrittore, uomo politico della Roma antica, ma soprattutto
oratore; la sua grandezza culturale – oltre che nella prosa elegante e di
elevato spessore, ma ritenuta anche prolissa ed eccessivamente regolare – risiede
soprattutto nell’aver introdotto a Roma la filosofia greca. Egli inoltre
comprese che la sostanza morale dell’individuo trova il suo specchio più
appropriato nella parola, che ha la sua massima espressione nell’attività
forense. In questo libretto, vivace e scorrevole, scritto nel 46, Cicerone
sintetizza le difficili dottrine stoiche in sei “luoghi comuni”, mettendole a
confronto con la morale individualistica ed edonistica dell’epicureismo. Il
primo luogo comune “E’ buono solo quello che è onesto” si basa sul fatto che,
nel passato, gli uomini migliori non lo furono per le loro ricchezze, ma per
le loro imprese ed azioni disinteressate, messe al servizio della
collettività. Cicerone porta l’esempio di Coclite che, solo sul ponte, sfidò
l’esercito nemico o di Gneo e Publio Scipione, che “attraversarono coi loro
corpi” il cammino ai Cartaginesi. Quindi, non sono certo virtuosi i ricchi,
che hanno dovizie di palazzi risplendenti di oro, avorio, statue, quadri e
vasi di bronzo, cioè coloro che cercano i piaceri. In questi passi emerge
l’antica concezione del servizio reso allo Stato come via sicura per
ascendere, dopo morti, al cielo dei beati, quindi come pratica, oltre che
civica, anche religiosa (idea che Cicerone espresse nel celebre “Sonnium
Scipionis”). Secondo Cicerone la virtù porta anche alla felicità (II
paradosso: “Chi possiede virtù di nulla ha bisogno per vivere felicemente),
perché niente può scuotere una persona che ha fermezza, grandezza d’animo,
costanza; costui infatti dipende solo da sé stesso, non dalla fortuna. In
questo secondo caso, giorno e notte sei tormentato dalla paura di perdere ciò
che possiedi, temi i giudizi e le leggi, ti rimproveri continuamente i tuoi
errori passati. In questo secondo capitolo, Cicerone accenna alle minacce di
morte da lui ricevute e all’esilio che subì in seguito alla sua
partecipazione alle esecuzioni sommarie dei catilinari; definisce Roma “una
città ingrata” (riprende lo stesso argomento nel IV paradosso “Ogni stolto è
pazzo”). Nel paradosso III “Le colpe sono tra loro eguali, come anche le
buone azioni”, Cicerone spiega che per gli Stoici non c’è differenza fra le
colpe, perché sono comunque tutte azioni illecite; egli aggiunge però che a
volte si commettono più reati con un solo gesto (un conto uccidere il padre,
un conto il proprio servitore). Per gli Stoici antichi (il cui caposcuola fu
il greco Zenone di Cizio, nato nel 322 a.C.) non c’erano mai vie di mezzo fra
virtù e vizi, perché i vizi erano intesi come azioni irrazionali. Nel
paradosso V “Solo il saggio è libero; ogni stolto è servo”, Cicerone spiega
che la libertà è poter vivere come vuoi; questo non contrasta – secondo lui -
con il seguire il diritto, perché esso indica la migliore maniera di vita.
Spiega però che questo modo di vivere presuppone sempre il predominio della
forza di volontà. Ad esempio, dice, un uomo non può mai cedere alle lusinghe
di una “femminella”: deve saperle dire di no. Anche per gli Stoici greci era
libero colui che si adeguava alla legge, perchè essa esprimeva la razionalità
dell’intera realtà, argomento contestato da molti filosofi di ogni tempo
(Schopenahuer, Nietzsche, esistenzialisti), inclusi certi pensatori cristiani
(Sant’Agostino). Nel VI paradosso “Solo il savio è ricco”, Cicerone spiega
che bisogna accontentarsi di ciò che si ha, mentre critica aspramente chi,
per ingordigia, commette azioni turpi come la frode, oppure manomettere il
denaro del Comune, dare la caccia ai testamenti degli amici. In questo
scritto di Cicerone si nota come lo Stoicismo ebbe grande influenza nella
formazione della cultura latina, in particolare nella fase del disfacimento
della Roma Urbs e nella costituzione di Roma Caput mundi. Tuttavia i romani
ne diedero un’interpretazione particolare, molto rigida, non considerando che
in realtà – come nota lo stesso Cicerone – tale dottrina derivava piuttosto
dai principi di Socrate (secondo il quale la virtù consisteva soprattutto
nella ricerca del sapere e nella coscienza di se stessi); essa sembra
prefigurare perfino i principi dell’etica kantiana, fondata sull’autonomia
della volontà. |