[Gli
irriverenti sudditi della vecchia Europa
Il vecchio continente
come unico spazio politico possibile per l'iniziativa dei movimenti sociali. E'
la tesi del volume «L'Europa e l'Impero», che raccoglie gli scritti di Toni
Negri dedicati al processo di unificazione economico e politico continentale,
dalla moneta unica ai lavori della convenzione
L'Europa necessaria e l'Europa probabile. E' tra questi due
estremi che si muove il libro di Toni Negri L'Europa e l'Impero (manifestolibri, pp. 172, € 14),
una volta soffermandosi sul processo costituente il vecchio continente in
soggetto politico; altre volte analizzando le opportunità di iniziativa
politica globale che esso rappresenta, in quanto spazio pubblico, per il
movimento di critica alla globalizzazione economica. Va subito detto che
l'Europa messa a fuoco da Toni Negri non ha nulla a che fare con le istanze di
«democrazia assoluta» auspicate dall'autore. La discussione che ha animato i
lavori della convenzione europea è stata infatti marchiata da una visione
«imperiale» del processo costituente: come gestire l'allargamento ad est e
quale rapporto con gli Usa. In altri termini, tolto un preambolo di altisonanti
princìpi, la costituzione europea che si sta profilando non è altro che la
ratifica dei vari trattati che hanno portato alla moneta unica, relegando a una
funzione decorativa financo la contraddittoria carta di Nizza che aveva
tuttavia incontrato l'interesse di una parte non irrilevante dell'intellighenzia democratica europea. Come ha
scritto su questo giornale Papi Bronzini (30/10/2003) nei lavori per la stesura
della bozza di costituzione europea, la ricerca di una mediazione al ribasso ha
prevalso sull'ambizione di un processo costituzionale che partisse dai punti di
forza del cosiddetto «modello sociale europeo», cioè di quell'articolato
sistema di protezione dei diritti sociali e individuali che ha segnato, tra
alti e bassi, la vita del vecchio continente dagli anni Cinquanta agli anni
Ottanta. In questo desolante quadro la «democrazia assoluta» non è riuscita
nemmeno a fare capolino nelle algide stanze di Bruxelles.
Di tutto ciò è consapevole Toni Negri, che tuttavia continua
a fare esercizio di un generoso «ottimismo della ragione», in particolare modo
quando affronta le contraddizioni e le aporie del processo costituente in atto
come il terreno obbligato dell'iniziativa politica. Per il filosofo italiano,
la dimensione continentale è l'unica dimensione possibile per i movimenti
sociali che si stanno manifestando in Europa dal 1995 ad oggi. Ma che l'Europa
sia l'unico spazio politico concepibile non è dovuto soltanto a un'opzione
metafisica o a una vocazione cosmopolita, ma perché è l'unico adeguato per contrastare
quell'astrazione reale che è la globalizzazione neoliberista. (Su questo
specifico aspetto l'autore, parafrasando una celebre figura marxiana, parla
della globalizzazione come il passaggio dalla sussunzione formale a quella
reale dello spazio in quanto determinazione sociale che contribuisce alla
valorizzazione del capitale).
La globalizzazione neoliberista significa in primo luogo un
salto di qualità nell'interdipendenza tra le economie dei diversi
stati-nazione, di cui il terremoto che investe la sovranità dello stato-nazione
ne è lo stigma più evidente. Non suona certo come una novità affermare che le
grandi imprese globali minano alla base la sovranità nazionale o che i singoli
paesi ne cedono una «parte» agli organismi sovranazionali o a quelle law firms di cui scrive la studiosa Saskia Sassen nel libro
Losing Control (Il Saggiatore). La crisi della
sovranità è quindi effetto e spinta alla costituzione dell'Europa in quanto
soggetto politico. E se il capitale si fa globale, anche le lotte sociali hanno
una valenza globale. Ed è quindi questa necessità politica che porta Toni Negri
a considerare l'Europa come l'unico spazio politico possibile per afferrare una
«democrazia assoluta».
Questo non significa però, almeno per chi scrive, che la
dimensione nazionale perda di rilevanza nell'azione politica. Più
realisticamente, lo stato-nazione è oramai un nodo di un sistema di potere che
viene esercitato a livello transnazionale. Da qui, ne discende una diversa
gerarchia tra la dimensione globale e quella locale, quasi a costituire un
doppio legame che diventa, questo sì, campo di possibilità per i movimenti
sociali, ma anche limite della loro efficacia a livello locale.
L'Europa e l'Impero raccoglie testi e saggi scritti
tra il 1995 e il 2003. Sono da considerare tappe di un percorso accidentato,
che vede soste e rapide accelerazioni. Si parte dal primo testo, scritta a
caldo al termine dello sciopero francese del 1995, a sancire che anche in
Europa era iniziato il disgelo dopo il lungo inverno reaganiano. Si intitola
«Contro l'Impero» e suona, molto pomposamente, come un manifesto politico per
una nuova fase iniziata con la rivolta di Los Angeles e continuata con
l'insurrezione zapatista. D'altronde l'«Impero» è lo sfondo in cui si colloca
questo libro. Non è questa sede per discutere le tesi di Toni Negri e Michael
Hardt sulla costituzione della sovranità imperiale, ma va comunque sottolineato
come questi saggi accompagno quella elaborazione a partire dalla situazione
europea. In primo luogo, l'autore si sofferma sulla supposta specificità del
modello europeo rispetto a quello anglosassone («Il nuovo proletariato europeo
ha interesse all'Europa unita»). In questo saggio, scritto nel 1998, cioè
quando la discussione sul processo costituente dell'Europa parla solamente il
linguaggio del mercato e della moneta unica, la resistenza alla piena
omologazione del vecchio continente al Washington
consensus sottolinea l'anomalia del modello sociale e politico «renano» -
welfare state, diritti sociali di cittadinanza e cogestione sindacale del
conflitto tra capitale e forza-lavoro - rispetto alla diffusione del modello
anglosassone - deregulation all'insegna del
motto tatcheriano che «la società non esiste più: esiste solo l'individuo» -
che mina alla base le fondamenta della costituzione materiale dell'Europa
socialdemocratica. L'autore, dal canto suo, evidenza i limiti di questa
resistenza, ma anche la necessità politica contingente a farla propria. I
rapporti sociali di produzione sono stati sì terremotati e le «nuove
soggettività» messe al lavoro rappresentano la linfa e, al tempo stesso, il
limite per il pieno dispiegamento della globalizzazione neoliberista. E pur
tuttavia, anche a causa della mancanza di significati conflitti del «nuovo
proletariato» (per fortuna, nel libro è quasi del tutto assente l'oramai
abusato termine moltitudine), la «democrazia assoluta» deve cercare dei
«compagni di strada» proprio nei difensori del «modello sociale renano».
In fondo, è questo il filo rosso tra i saggi del volume, anche
quando si addensano all'orizzonte nuvole minacciose. Sono gli anni dell'Ulivo
mondiale e della globalizzazione dal volto umano, che lascia alla finestra lo
scettico Schröder e il «repubblicanesimo» della sinistra plurielle francese. L'intervento militare della Nato prima
e poi degli Usa nell'ex-Jugoslavia in funzione di polizia internazionale - a
cui sono dedicati i testi «Europa, Europa», «Fra la meteo e la pubblicità»,
«Europa, una burla per i sudditi dell'Impero» - ne è la sintesi più drammatica.
Ma poi Clinton esce di scena, Blair si converte all'unilateralismo dei
neoconservatori giunti alla Casa Bianca e D'Alema è sconfitto in Italia. Ad
opporsi all'Europa della moneta unica rimane solo il «movimento dei movimenti»,
come testimoniano le giornate del luglio 2001 a Genova. Il resto è de te fabula narratur : Twin Tower, Afghanistan, Iraq.
L'Europa viene sempre più relegata a provincia dell'Impero, anche se la partita
non è ancora chiusa, come testimonia il saggio del 2003 «Il continente della
democrazia assoluta».
Un libro, quindi, necessariamente segnato da stop and go, come sono anche da considerare le recensioni a
La mediazione evanescente di Etienne Balibar
(da poco tradotto per i tipi della manifestolibri) e di Geofilosofia dell'Europa di Massimo Cacciari, pubblicate
rispettivamente dal manifesto (5/03/2003) e dal magazine settimanale di questo
giornale Alias (15/03/2003). Siamo però giunti alla fine del ciclo iniziato
proprio nel 1995. La necessità di un'altra Europa possibile rimane, ma quella probabile
appare sempre più parte integrante di un ordine mondiale basato sulla logica
della guerra preventiva. Sono però le contraddizioni che presiedono la
globalizzazione a tenere aperta la partita. Non c'è infatti tema che non vede
l'Europa scontrarsi con gli Stati uniti, sia che si tratti della guerra in Iraq
che dei trattati sul commercio internazionale, come dimostra l'ultimo vertice
del Wto a Cancun. (E anche tra i paesi europei non sono tutte rose e fiori).
Questo non significa che il continente della democrazia assoluta sia a portata
di mano. Più semplicemente, lo spazio pubblico europeo è contraddistinto da
conflitti portati avanti da movimenti sociali che hanno la «democrazia
assoluta» come opzione di fondo. Non sarà moltissimo, ma è già molto.
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