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Il
cuore amorfo della democrazia
Derrida e gli Stati
canaglia Solide argomentazioni filosofiche al servizio di una stringente
attualità etico-politica, in due conferenze edite da Cortina. Con le Torri
gemelle crolla un intero armamentario logico, politico, giuridico: il
concetto stesso di rogue State tocca il suo limite e si rivolta contro gli Usa
che l'anno inventato, riflettendone l'immagine
Due conferenze tenute nell'estate dello
scorso anno costituiscono ora l'ultimo libro di Jacques Derrida, Stati canaglia, appena edito da Cortina.
Come il titolo stesso indica ed evoca, sulla scia di altri identici fra cui
anche uno di Chomsky, ad essere in questione qui sono certi avvenimenti
recentissimi - il crollo delle torri gemelle, il fatidico 11 settembre 2001,
la teoria dell'amministrazione americana di guerra preventiva al terrorismo
internazionale, l'uso della forza militare nei confronti, appunto, dei rogue States, delle Nazioni fuorilegge, voyous, canaglie (Afghanistan, Iraq,
e poi Iran, Siria, Corea del Nord, e prima Libia, Cuba, Sudan...), il
comportamento dell'Onu e del Consiglio di sicurezza. Ebbene, trattandosi come
al solito di una solida e sofisticata argomentazione filosofica, questa vera
e propria tempestività del testo è qualcosa che colpisce, al punto di
diventare un utile criterio di lettura. Sappiamo già che gli interessi più
recenti delle opere di Derrida sono andati progressivamente concentrandosi
attorno a temi di natura etico-politica, spostandosi da luoghi che si
potrebbero definire esclusivi verso spiagge più affollate. Una simile tendenza
potevamo considerarla, senza entrare troppo nel merito, come un'esigenza di
maggiore concretezza, una richiesta implicita di maggiore vicinanza alla
realtà. Quando però ad essere prescelto è un fatto di cronaca politica, sia
pure spettacolare e di risonanza mondiale, pare evidente che, in quella
stessa direzione, è stato compiuto un passo ulteriore e probabilmente
estremo. Come se il discorso filosofico necessitasse adesso di un'inserzione
indiscutibile, di una presa certa, di un'arpionatura, e non solo, non più, di
un semplice riferimento allo stato delle cose. Come se anch'esso vivesse più
consapevole di non avere molto tempo a disposizione, di trovarsi anch'esso in
piena emergenza, dove occorre rischiare il tutto per tutto. In che modo
giudicare allora questa sua esposizione integrale? Quali risultati si può
dire consegua l'intera operazione? Ed è in generale lecito ricominciare a
ragionare in questi termini? Da un lato Derrida ci restituisce, o comunque
mantiene inalterato, qualcosa che almeno i lettori di questo giornale sanno
per certo. La teoria degli Stati canaglia, per rimanere alla cronaca, è la
classica ragione che il più forte si dà, ed è inutile cercarvi delle
giustificazioni argomentabili, perché, semplicemente, esse non ci sono.
Venuta in auge negli anni Ottanta e soprattutto dopo il 1990, già perciò
durante l'amministrazione Clinton, per qualificare presunte trasgressioni del
diritto internazionale, l'espressione rogue State viene infatti definita da un membro dell'équipe
di Clinton, Robert S. Litwak, nel modo più esplicito possibile: «a rogue
State is whoever the United States says it is». Nella sua spudorata
franchezza questa definizione possiede un significato emblematico. Mentre durante
la cosiddetta Guerra Fredda la teoria degli Stati canaglia poteva ancora
avere un senso perché era ancora possibile dare una forma statale alle
minacce e ai pericoli, con il crollo dell'Unione Sovietica prima e con quello
delle Due Torri definitivamente essa diviene un semplice alibi, una scusa,
un'insensatezza. Il terrore non può più essere localizzato in uno
Stato-nazione; non ha più un contorno circoscritto e organizzato che uno
possa dichiarare `nemico' (o 'amico'); contro di esso, contro questa
informità, non è più ipotizzabile di muovere una `guerra'. Con l'11 settembre
si fa perciò implausibile e va direttamente in archivio un intero
armamentario logico, politico, giuridico: è un'epoca che chiude. Cosicchè nel
cinismo della definizione di Litwak è il concetto stesso di Stato canaglia a
toccare il proprio limite.
In realtà di Stati canaglia non ce ne possono, alla
lettera, essere più. Solo, perciò, con un atto di forza arbitrario, con un
gesto unilaterale è possibile sostenere malamente il contrario e continuare
strumentalmente ad avvalersene per fini interni e internazionali. Chi rimane
davvero `canaglia' allora se non proprio gli Stati Uniti e i loro alleati?
Anzi, sottolinea Derrida, a ben vedere il 'mostro' che ci troviamo
malauguratamente di fronte è proprio il fatto che non esistono ormai che
Stati canaglia: ogni Stato esercita un abuso di potere. Nessuno a rigore e
tutti nella fattispecie. Giunti a questo punto, cosa possiamo dedurne? Come
sbrogliare questa matassa in cui si rischia di soffocare? A quale idea di
democrazia rifarsi in alternativa? E un simile esito può considerarsi
un'eccezione, una crisi passeggera? Ebbene, una volta agganciatolo, Derrida
sottopone questo bordo di attualità, già piuttosto friabile di suo, ad una
lunga e ripetuta opera di masticazione. Qui le contraddizioni di partenza
trovano, se possibile, un'amplificazione: una messa a punto radicale, ma non
certo una qualunque risoluzione.
Col noto stile avvolgente, e dunque talvolta anche
inconcludente, del ragionamento ad alta voce, passando attraverso Platone e
Aristotele, Hobbes e Rousseau, Schmitt e Heidegger, Kant e Husserl, Nancy e
sullo sfondo Agamben, Derrida ha buon gioco nel mostrarci come certe
lacerazioni provengano dal nucleo stesso del concetto di democrazia, come
certe cadute o ambiguità gli appartengano costitutivamente.
Democrazia è sin dal principio, ovviamente, libertà ma
anche, nondimeno, licenza, spregiudicatezza; di nuovo libertà, cioè qualcosa
di incondizionato, e insieme uguaglianza, qualcosa di misurabile; allo stesso
tempo sovranità, imposizione indiscutibile e anche diritto alla continua
contestazione; una prerogativa riservata soltanto a qualcuno, a chi possiede
una cittadinanza, e insieme estendibile a chicchessia, universalizzabile sino
agli animali o ai morti. In un modo o in un altro, tali antinomie esprimono
un tratto irriducibile della democrazia: la mancanza in essa di un paradigma,
di un'idea, di un'identità prestabiliti cui riferirsi con sicurezza. Ovvero
la presenza ineliminabile, al suo fondo, di una indeterminatezza, di una
vaghezza, di una indecisione, di una imprevedibilità. La democrazia ha un
cuore amorfo. Tutto ciò spiega perché il tempo, la storia, cioè il rinvio, il
continuo aggiornamento, le siano imprescindibilmente connaturati, siano il
suo meglio. Essa vive di occasioni di perfezionamento che si rinnovano,
attraverso un sempiterno divenire. Ecco perché non può patire chi le parla
contro, chi la critica. E' evidente, però, che se il ragionamento di Derrida
si limitasse a postulare la semplice equivalenza tra democrazia e divenire
temporale - se lo schema di fondo suggerito fosse quello che la democrazia si
avvale di una `crisi permanente' - avremmo a che fare con un inutile
paradosso che raddoppia la realtà di fatto senza scalfirla. Non viviamo,
precisamente, già oggi irretiti e come storditi da un dispositivo mondiale
che ha fatto della `crisi permanente' la propria norma e il proprio trucco?
Non a caso perciò Derrida tenta in tutti i modi di distinguere il divenire
democratico, la democrazia a-venire da un semplice, automatico, rinvio
all'infinito; di sottrarre l'uno e l'altra dalla pesante e controproducente
ipoteca, kantiana e husserliana, di essere soltanto idee regolative. Muoversi
politicamente in vista di un fine, all'interno di un orizzonte ideale,
significherebbe infatti restringere drasticamente il campo, facendo di quello
che `viene' qualcosa di prevedibile, di troppo simile e omogeneo a ciò che
già siamo, neutralizzandone e incorporandone in anticipo l'eventuale novità.
La vera posta in gioco di una democrazia a venire non può
che essere quella di accogliere il dissimile nel senso più lato e radicale
del termine e in tutta la sua imprevedibilità, inconcepibilità, unicità e
irruenza. La presenza di antinomie irrimediabili nel cuore della democrazia -
mai sopite lungo il corso della sua storia e mai così drammaticamente
all'ordine del giorno - alluderebbe, sottolinea allora Derrida, più che a uno
schema critico, a uno `auto-immunitario' (dove la capacità di difendersi si
rivolge contro sé, trattato a mo' di nemico esterno), il solo davvero
adeguato per contrastare ciò che ci impedisce di cambiare sul serio anche se
passassero altri diecimila anni, ovvero il nostro potere, la forza implicita
in ogni nostro atto e pensiero, la padronanza di noi stessi e la concomitante
esclusione dell'altro.
Dovremmo allora accontentarci di favorire una nostra, al
momento letteralmente inimmaginabile, passività? Magari sì, ma in tal caso la
democrazia, né più forma di governo né costituzione, scivolerebbe da una
dimensione politica in una puramente etica, un'etica peraltro «impossibile» e
nondimeno necessaria. Dovremmo allora conservare assieme al più veritiero ma
paralizzante schema auto-immunitario anche quello critico consueto, come sembra
infine suggerire Derrida? La grande mossa assieme alle `piccole, solite cose
di cattivo gusto'? Magari sì, ma allora è proprio questo collegamento, questo
`transito', questa `cesura' che avrebbe dovuto costituire dichiaratamente, e
più direttamente, la sola questione degna di questo nome. In sua assenza non
ci rimangono, in fondo, che due spezzoni separati: con lo schema critico il
discorso di Derrida non produce altro che delle considerazioni prevedibili,
senza alcuna originalità (come per esempio quella di allargare il Consiglio
di sicurezza dell'Onu). Con lo schema auto-immunitario si esce da
qualsivoglia specificità tematica, e al posto di democrazia avrebbe potuto
benissimo ragionare d'altro, di essere, tempo, soggetto, fondamento indifferentemente, mancando o rendendo
pretestuoso così l'aggancio, sin troppo tempestivo, all'11 settembre,
all'attualità che più attuale non si può. (Nel frattempo, sia detto per
inciso, chi nel proprio bagaglio si ritrovasse la vecchia idea di conflittualità
farebbe bene a tenersela stretta ancora per un po').
E' un rischio che andava comunque corso? Fa fare comunque
qualche passo avanti, nel senso che rende suo malgrado sempre più limpidi i
termini della questione? Conferma indirettamente che il problema è quello
giusto? Riguarda, più in generale, oltre che Derrida anche tutta una certa
argomentazione filosofica? Se così fosse c'è un'immagine notoria che ne
inquadrerebbe bene la difficile condizione. Si tratta di quella del fuggiasco
che, braccato dagli inseguitori, si getta infine nell'acqua e da lì sotto
prende a respirare con una canna, aspettando che l'attenzione si distolga da
lui per farla provvisoriamente franca. A me pare una condizione inusitata
degna della massima considerazione, forse poverissima ma per nulla inerte o
ridicola, a patto però che il fuggiasco non sia preso dal panico o dalla
voglia di strafare.
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