![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 NOVEMBRE 2003 |
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L'angelo di Benjamin veglia sulle nozze di
marxismo e teologia
Fino a che punto Benjamin
si lascia iscrivere, oggi, nella prospettiva della lotta di classe? In quale
misura, come si chiese Habermas, è ancora attuale in lui il «teologo della
rivoluzione»? E ha ancora senso la definizione di «marxista più sui generis»
della storia, che ne diede Hannah Arendt; o vale meglio quella di Scholem che
lo vide come un «teologo trasferito in campo profano»?
Perché mai l'«Angelo
Nuovo» dovrebbe darci delle indicazioni, e forse anche preziose, per
comprendere più a fondo e ridisegnare con più chiarezza il rapporto tra
teologia e politica? Benjamin non riuscì mai a staccarsi dall'angelo dipinto
nell'acquarello di Klee; dovette farlo alla fine, prima di togliersi la vita a
Port-Bou, alla frontiera spagnola, inseguito dai nazisti, a un passo dalla
libertà. Il quadro, che Benjamin aveva ritagliato dalla cornice e infilato in
una valigia, giunse fortunosamente nelle mani di Adorno in America e questi poi
lo portò con sé a Francoforte. Così scrive Benjamin: «C'è un quadro di Klee
che si intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di
allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la
bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto.
Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, lui vede
una sola catastrofe che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai
suoi piedi. Vorrebbe trattenersi, destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma
una tempesta, che si è impigliata nelle sue ali, spira dal paradiso, ed è così
forte che non può più richiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente
nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a
lui in cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta». Si trova nelle Tesi di filosofia della
storia,
scritte poco prima di morire, nel 1940, questa descrizione dell'angelo della
storia, ovvero dell'angelo della rivoluzione: è insieme l'angelo raffigurato da Klee ma anche
quello descritto dalla Kabbalah, tanto che pone già la questione di un originale,
difficile, precario e affascinante connubio tra messianismo e comunismo.
Ma quale era davvero la posizione di Benjamin? Alla domanda,
più che lecita, è difficile rispondere. Anzitutto perché invano si cercherebbe
una coerenza nella sua vita e nella sua opera. Entrambe sfuggono a qualsiasi
definizione. E la sua figura è di quelle che si incontrano nell'attualità di un
istante messianico della storia. A proposito di questa «attualità» (Jetzteit), Benjamin cita in Avanguardia
e rivoluzione la leggenda cabbalistica secondo cui «gli angeli, rinnovati
in ogni istante a schiere innumerevoli, sono creati per cessare di esistere e
sprofondare nel nulla, una volta che abbiano cantato a Dio il loro inno».
Potrebbe essere questa, se necessaria, una descrizione che di sé avrebbe dato
Benjamin. Quel che è certo è che dalla sua posizione di linker Ausserseiter, di «outsider di sinistra», Benjamin
cerca di coniugare motivi diversi per non dire opposti: dalla mistica ebraica
al materialismo storico.
Gershom Scholem e Bertold Brecht sono i due poli, le due
stelle polari di una costellazione nella quale si viene delineando la sua
opera. Quest'ultima ha anzitutto un nome: critica.
Sin dai primi saggi la «critica» si rivela la via maestra
della conoscenza. Il procedimento critico - basato sulla convinzione che il
presente non sia un tempo neutrale, ma un istante teso verso il futuro
messianico - se ha il suo ambito più abituale nella letteratura e nell'arte,
trova un terreno filosofico privilegiato nella filosofia del linguaggio e nella
filosofia della storia. È anzi il trait-d'union fra l'una e l'altra. Non si
sottolineerà mai abbastanza quanto fosse importante per Benjamin la filosofia
del linguaggio. Non solo perché il linguaggio scardina il vecchio sistema
filosofico, fondato sulla contrapposizione tra soggetto e oggetto, e rinvia
piuttosto a un modello dialogico. Ma anche perché Benjamin, in veste quasi di
commentatore rabbinico, partendo dalle prime pagine della Torah, riconosce al linguaggio una forza messianica che sta
non solo nel nominare ma anche nel tradurre. Se il filosofo del domani sarà un
«nuovo Adamo», il traduttore, capace di far dialogare tra loro le lingue, sarà
una figura rivoluzionaria.
La «teoria critica» è l'unità tra filosofia del linguaggio,
critica letteraria e filosofia della storia. A questa teoria Benjamin affida l'attesa
utopica che la verità si riveli una forza messianica. La filigrana degli
scritti di Benjamin è un vocabolario teologico, il loro filo rosso è il
messianismo. Come può accordarsi ciò con una radicalità che giunge a ritenere
indispensabile la violenza rivoluzionaria votata a interrompere il
«sempreuguale» della storia? Non è certo per un amore, e tanto meno per un
amore non ricambiato, che si muta idea politica. Eppure Benjamin, che ebbe una
vita sentimentale tormentata, in un certo senso la mutò. Nell'estate del 1924
si era trasferito a Capri per scrivere il suo lavoro di libera docenza Il dramma barocco tedesco. Qui incontrò la comunista russa
Asja Lacis a cui restò, nonostante tutto, legato e che incontrò ancora a Riga,
a Berlino e a Mosca. A lei deve, come lui stesso ammette, la comprensione della
«attualità di un comunismo radicale». A metà degli anni `20 Benjamin sarà sul
punto di iscriversi al partito comunista.
Ma è soprattutto Brecht, conosciuto nel 1929, a introdurlo
al materialismo dialettico. A partire da questo momento Benjamin cercherà con
sforzi enormi, e pagando di persona, una sintesi singolare tra mistica ebraica
e dialettica materialistica. Nel saggio Il
surrealismo, del 1929, riferendosi alla propria adesione alla rivoluzione
proletaria, parla di sé, della sua figura di intellettuale che ha dovuto
«sperimentare fin nel corpo la posizione estremamente esposta tra ribellione anarchica e disciplina
rivoluzionaria». La definizione del proprio compito di intellettuale resta
negativo: deve organizzare il pessimismo ed esercitare la distruzione
dialettica dei falsi idoli dalle cui proiezioni si viene costituendo lo spazio
sociale.
Il materialismo dialettico si inscrive però in una
concezione messianica della storia caratterizzata da un forte impulso
salvifico. A questa concezione Benjamin non rinuncia. Ma è d'altra parte
un'impresa disperata accordarla con gli assunti del materialismo dialettico. In
breve: nella prospettiva messianica di Benjamin il comunismo si delinea come
possibilità realizzabile alla fine della storia. Di qui l'alleanza suggerita
nelle Tesi di filosofia della storia: quella
tra teologia e politica. Il burattino chiamato «materialismo storico» deve
vincere, e può farlo, assumendo al proprio servizio la teologia che oggi è «piccola
e brutta». Prima ancora di chiedersi se questo strano connubio, se questo
sorprendente matrimonio riuscirà, occorre domandarsi che cosa ha spinto
Benjamin a giocare, qui, la parte - tutta ebraica - del sensale, che cosa lo ha
portato a mettere insieme una coppia tanto inconsueta.
L'obiettivo polemico di Benjamin è quel materialismo
positivistico che si è piegato allo storicismo, che si è reso complice di una
concezione evoluzionistica della storia dove il tempo si presenta come un corso
vuoto e rettilineo. Così, secondo Benjamin, i riformisti socialdemocratici si
figurano il progresso, come uno sviluppo lineare e inevitabile. Qui non ci sono
interruzioni, non ci sono rotture, non ci sono salti, non ci sono rivoluzioni.
A questo progresso, inteso come modernizzazione delle forme di vita, assunto
come ritmo «sempre uguale» con cui uomini ed epoche si inseriscono nella
«coazione a ripetere» che segna l'affermazione del capitalismo, Benjamin oppone
il suo angelo messianico. L'uscita dal capitalismo non può essere
evoluzionistica, progressiva, pacifica.
Come per Brecht, anche per Benjamin è insanabile la frattura
fra passato e presente. Il politico che non si dà e non dà scadenze è un
cattivo politico. Così scrive in Senso unico:
«È indifferente che la borghesia vinca o che soccomba nella lotta, perché è
comunque condannata a perire dalle contraddizioni interne che diventano mortali
nel corso dello sviluppo. Il problema è solo se perirà per mano propria o per
mano del proletariato». Decisiva è la risposta a questa domanda. E se la
borghesia si esaurirà nel corso dell'evoluzione economica e tecnica, tutto sarà
perduto. Perciò l'alternativa al capitalismo è un'alternativa estrema,
catastrofica, apocalittica: a questo limite estremo, che è un limite escatologico,
la rivoluzione nel suo senso più radicale
rinvia già alla redenzione.
Che cos'è allora la rivoluzione per Benjamin? Rivoluzione
vuol dire tirare il freno d'emergenza, compiere il balzo dialettico sotto il
libero cielo della storia. La rivoluzione interrompe la continuità che consiste
nel permanere dell'insopportabile, nell'eterno ritorno della catastrofe. Se la
catastrofe è la semplice continuità, la salvezza è l'istante in cui il tempo si
arresta e inizia l'attesa. Ma l'attualità dell'arresto messianico è un presente
che, come l'angelo, è volto verso il passato nell'intento di redimerlo e
riscattarlo. E questo perché l'attualità fronteggia un potere che minaccia vivi
e morti: quello del destino mitico. Il genere umano è esiliato nel ciclo
riproduttivo della mera sopravvivenza che può essere arrestato solo per brevi
istanti riconquistati alla attualità. E non è detto che ciò sempre riesca, non
è detto che le irruzioni dell'attualità capaci di spezzare il sempreuguale
della storia costituiscano altrettante possibilità di emancipazione e non
cadano invece nell'oblio. Sta al critico interrompere il destino truccato da
progresso scorgendo il nuovo nel sempreuguale, l'esperienza utopica che,
riposta nell'immagine dialettica, è il fermento del futuro.
Il concetto di «attualità» che, come l'angelo, colpendo
quasi dall'alto, attraversa il corso lineare e lo interrompe, è un concetto
anarchico. Già nel saggio del 1921 Critica della
violenza, Benjamin riprende la tradizione anarchica per considerare la
fonte del potere e distinguere tra violenza che mantiene diritto e violenza che
produce diritto; simile a quest'ultima, perché non «strumentale», è la
«violenza rivoluzionaria» che, proprio come la violenza mitica, e opponendosi a
questa, semplicemente «si manifesta». Questo modo di intendere la rivoluzione
ha basi teologiche. La rivoluzione è una fenditura nella storia che lascia
aperto un varco messianico. Senza questo varco, che è un varco salvifico, la
fenditura risulterebbe alla fin fine incomprensibile. L'angelo cabbalistico,
raffigurato da Klee, è un angelo del giudizio e della distruzione, è un angelo
apocalittico. Mentre si fa largo lungo la via della rivoluzione, irrompendo
nella storia attraverso una nobile e positiva violenza, prepara l'avvento del
Messia e la redenzione. L'angelo fissa lo sguardo al passato da cui si
allontana e volge le spalle al futuro. Ma verso il futuro lo sospinge la bufera
proveniente dal paradiso. Il «paradiso» è passato remoto e futuro messianico,
cioè è origine e meta - come aveva detto Karl Kraus. La «bufera» è un altro
modo, più profano, per dire «progresso». Questa bufera spinge irresistibilmente
l'angelo verso un futuro a cui non può guardare, almeno finché non abbia
compiuto la sua missione. Viceversa l'angelo guarda verso il passato che non
può non presentarglisi come un'unica grande catastrofe, un cumulo di rovine.
Questo angelo non canta più inni, ma è azzittito dalla malinconia. Gli resta
ancora una speranza?
La risposta è in una frase di Kafka che Benjamin aveva
scelto per descrivere la propria rovina: «c'è tanta speranza per tutti, solo
non per noi». È qui che viene alla luce il momento messianico nel pensiero di
Benjamin. Il materialista dialettico, senza speranza negli uomini e per gli
uomini, avrà tuttavia ancora speranza in quella catastrofe escatologica nella
quale, in un istante, il mondo potrà essere riscattato e redento. Così in
Benjamin sembra prendere di nuovo corpo l'antica figura ebraica del profeta
che, malgrado l'annientamento del proprio popolo e la coltre di silenzio che lo
circonda, tanto più è certo che le sue profezie si realizzeranno.
Il cumulo di rovine, a cui l'angelo guarda, fa pensare alla
teoria cabbalistica della «frantumazione dei vasi» che per via della luce
divina si sono rotti durante la creazione del mondo. Sembra così che
sull'angelo incomba il compito messianico del Tikkun,
della riparazione dei frammenti della storia. L'angelo fallirà il suo compito
minacciato continuamente dal progresso. Ma sarà proprio il progresso a rendere
più «attuale» il Tikkun. Resta allora la
speranza nel dialettico «balzo di tigre» della rivoluzione o nel salto
messianico della redenzione. Su questa scelta, ammesso che di scelta si tratti,
Benjamin non si pronuncia. Ma se l'angelo della storia fallisce, perché non lasciare
pur sempre aperta la «porticina della storia» da cui in ogni istante potrebbe
entrare il Messia?
La questione posta da Benjamin (che era ateo) è la perdita,
nell'ateismo di massa, di ogni contenuto utopico. Lo scientismo dominante ha
contribuito a far crollare quelle costruzioni, giuste o sbagliate che fossero,
dinanzi a cui la cattiva realtà doveva rispondere. È anche in tal senso che
Benjamin, tra i primi nella tradizione marxista, critica il vuoto progresso
riformista che non distingue tra una migliore riproduzione della vita e una
vita realizzata, cioè felice. Il capitalismo non si manifesta solo attraverso
lo sfruttamento e la repressione, ma anche attraverso il fallimento di una vita
non realizzata. Così, accanto al benessere e alla libertà, va rivendicata la felicità. E la felicità diviene una categoria politica. Se
esistesse infatti un'emancipazione infelice? Un benessere e una libertà senza
felicità?
Ma le questioni che si aprono rinviano anche al modo di
interpretare la sua figura e il suo pensiero: fino a che punto Benjamin si
lasci collocare oggi nella prospettiva della lotta di classe, in che misura,
come si chiede Habermas, sia ancora attuale come «teologo della rivoluzione»,
se e come gli si attagli la definizione del «marxista più sui generis» della
storia, che di lui dà Hannah Arendt, se davvero sia stato un «teologo
trasferito in campo profano», come dice Scholem.
La questione più difficile, ma anche più affascinante, è
però se quel matrimonio tra un burattino e una nana, tra comunismo e teologia
ebraica, di cui Benjamin si era proposto come sensale, sia finito in una
separazione, o addirittura in un divorzio; se l'angelo messianico non abbia
fatto di tutto, non faccia di tutto, in tempi come questi, per tenere insieme
una coppia tanto temibile quanto sovversiva.