RASSEGNA STAMPA

12 NOVEMBRE 2003
AUGUSTO ILLUMINATI
[Il rispetto dei patti
Un'idea relazionale del diritto contro ogni possibile forma di teologia politica o positivismo giuridico. «Potenza e beatitudine», un saggio di Roberto Ciccarelli sul diritto nel pensiero di Baruch Spinoza. Per l'editore Carocci
 Nella postfazione di Riccardo Caporali alla Critica della religione in Spinosa di Leo Strauss (edito da Laterza e di prossima recensione sulle pagine di Alias) si osservava giustamente che nel fondamentale approccio straussiano alle condizioni in cui sorge una prospettiva filosofica - nel nostro caso quella spinoziana in rapporto alla religione e allo stato - andava smarrito il primato ontologico della moltitudine, la sua funzione costituente di vita e di forma dei modi finiti in cui si esprime la Sostanza. Scrive Caporali: «la moltitudine non è solo l'oggetto delle manovre di politici e della gioiosa, distaccata contemplazione del saggio, ma anche la condizione imprescindibile di ogni potenza, quindi anche della politica e della filosofia». Proprio questo è il tema soggiacente al bel libro di Roberto Ciccarelli, Potenza e beatitudine -Il diritto nel pensiero di Baruch Spinoza (Carocci, pp. 239, € 18), che ribadisce la distanza fra l'Olandese e ogni possibile forma di teologia politica o di positivismo giuridico. La novità spinoziana, in ferma opposizione al dualismo ontologico e antropologico cartesiano, consiste nell'offrire un'idea relazionale del diritto in luogo di una coercitiva o valoriale. In tal modo è possibile costruire nella sua opera una teoria della soggettività come pratica transindividuale. Il contratto, lungi dall'essere sovradeterminato teologicamente (come nella tradizione tommasiana e scolastica) e addirittura in riferimento alla Trinità (come in Hobbes), è uno strumento empirico e normativo del tutto contingente e revocabile, funzionale alla razionalizzazione della moltitudine e all'equilibrio sociale. Lo stato di diritto che vi si costruisce intorno è dunque costruito sul conflitto fra moltitudine e stato, su un ethos imperniato sui rapporti di forza, cioè sul gioco dei modi finiti in cui si distribuisce la potenza-diritto della Sostanza. La critica del diritto (comportante il rigetto della sua presunta origine dal trasferimento a una qualche autorità tradizionale o convenzionale della potentia absoluta divina) prepara alla (e discende dalla) rinuncia alla metafisica, all'essere eterno e assoluto opposto al divenire e all'apparenza.

Avendo assunto materialisticamente la normatività giuridica come equipollente a quella biologico-naturale (conatus = potentia =ius), la produzione della norma esprime adeguatamente quella della natura, che non ha finalità né privilegi per l'uomo. Quindi il diritto non assoggetta l'individuo al dover essere della legge (pur sempre promanante da una volontà divina), ma si scioglie negli effettivi comportamenti cui è immanente e in cui si articola. La norma non scinde più fra legittimo e illegittimo (tutto ha la legittimità della partecipazione alla Sostanza) ma incorpora progressivamente e organizza tutti i comportamenti dettati dal diritto fondamentale di ciascuno di vivere e agire secondo la propria potenza ovvero diritto di esistere. Da questo punto di vista le norme non possono che essere plurali in un regime di equilibrio metastabile, in cui la relazione è immanente all'esistenza e non anteriore ad essa, secondo il modello metafisico classico. Questo meccanismo consente di recuperare appieno il realismo machiavelliano e però di tener fermo contro Hobbes un diritto naturale non passibile di obbligazione giuridica assoluta e di trasfert integrale a un sovrano - motivo su cui può anche innestarsi in linea di principio una democrazia assoluta. Congiunge infine il piano di una costituzione liberale e federale della moltitudine con quello della beatitudine del saggio.

La persona giuridica (che non distingue, al contrario di Hobbes, fra autore - i molti - e attore unico, cioè in pratica è irrappresentabile) deriva dall'assoluta identità fra essenza ed esistenza dell'individuo, totalmente immerso nella sostanza divina infinita: la stessa base su cui si sviluppa, a livello di conoscenza intuitiva di terzo genere, l'accesso alla beatitudine, all'amor Dei intellectualis, che eternizza l'individualità, non dissolvendola ma ridefinendola a un livello superiore (transindividuale, nell'accezione di Gilbert Simondon e di Étienne Balibar). Si passa così dalla vita nutritiva alla contemplazione senza oggetto, mediante un continuo incremento della potenza - anche se in questa transizione restano numerosi problemi che il libro, per ragioni tematiche, non affronta.

Il rispetto dei patti, per tornare alla dimensione giuridica, si colloca all' interno della razionalità sociale, dipende dalle condizioni effettuali senza discendere da un obbligo di obbedienza preliminare alla libertà soggettiva. Questa è la differenza fra cittadino e servo e, ancor oggi, fra integrazione statale del popolo e democrazia della moltitudine, implicante la possibilità della disobbedienza. Che non si tratti di distinzioni accademiche lo dimostra ogni giorno la feroce polemica degli schieramenti di governo e spesso anche di opposizione contro ogni comportamento trasgressivo, bollato virtualmente come anticamera di terrorismo quando non perseguito direttamente alla stessa stregua.

 
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vedi anche
Filosofia (e) politica