![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 3 NOVEMBRE 2003 |
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Ulrich Beck, sociologo e teorico della
"terza via", parla del suo saggio "La società cosmopolita"
La minaccia del terrorismo, la sfida dell'integrazione. E l'unica guerra
possibile: quella alla povertà
ERA una
nobile utopia all'epoca degli illuministi, potrebbe diventare oggi un progetto
concreto in grado di allentare le tensioni internazionali causate dal
terrorismo, dai flussi migratori e dalla progressiva interdipendenza economica.
Ulrich Beck, sociologo tedesco con una cattedra all'università di Monaco e
un'altra alla London School of Economics, ideologo con Anthony Giddens della
"terza via", prende spunto da Immanuel Kant per mettere a fuoco nella
sua ultima raccolta di saggi, appena pubblicata in Italia dal Mulino ( La
società cosmopolita , 295 pagine, 16 euro), il percorso che dovrebbe favorire
la nascita di un nuovo equilibrio planetario capace di colmare il vuoto
lasciato dalla crisi dei vecchi stati nazionali. "Kant fu il primo a
intuire che la pace offre enormi vantaggi in termini economici e che le
rivoluzioni nell'ambito produttivo non sono in grado di sviluppare tutti i loro
effetti benefici se non vengono seguite in tempi rapidi da adeguate riforme in
ambito istituzionale", sottolinea Beck. E quindi aggiunge che
"l'unica risposta davvero efficace alla minaccia rappresentata dal
fondamentalismo religioso, da improvvise crisi finanziarie o da una catastrofe
climatica, è costituita dalla nascita di legami forti e durevoli tra i governi,
dalla consapevolezza che solo grazie alla globalizzazione delle scelte
politiche si possono ridurre i rischi causati dall'inarrestabile
globalizzazione dell'economia".
Occorre,
insomma, rafforzare l'Onu e mettere da parte l'unilateralismo teorizzato da
molti autorevoli esponenti dell'attuale amministrazione americana?
"Ritengo
che attribuire in maniera unanime un ruolo centrale al Consiglio di Sicurezza e
alle Nazioni Unite costituirebbe un passo davvero importante per costruire
quella società cosmopolita di cui parlo nel mio libro. Penso che non ci sia
altra strada in un'epoca in cui i pericoli non hanno più un carattere locale.
Anche la sicurezza interna dei singoli paesi può essere garantita solo con
interventi coordinati su scala planetaria. Negli ultimi anni si sono verificate
numerose crisi sui mercati finanziari, ma non c'è stato un crollo delle Borse
paragonabile a quello del 1929 perché la stretta collaborazione tra gli
organismi di controllo lo ha impedito. Lo stesso, a mio avviso, deve accadere
nell'ambito della lotta al terrorismo o negli interventi per la salvaguardia
della natura".
Senza
dubbio l'idea di una società cosmopolita è affascinante, ma non rischia di
rimanere un progetto astratto?
"Credo
che non ci sia davvero questo pericolo. Perché già viviamo in un mondo che è
ormai diventato cosmopolita nei consumi, negli stili di vita, nelle abitudini
alimentari. Anche ciò che, a prima vista, ci appare piccolo, familiare, vicino,
il guscio che contiene il nostro quotidiano, è continuamente teatro di
esperienze universali che ci costringono a ripensare il rapporto tra un luogo a
noi noto e il mondo intero. Per me, che abito a Monaco, e per tutti i miei
concittadini, un ottimo esempio di cosmopolitismo realizzatosi senza traumi e
senza conflitti è la squadra di calcio del Bayern. Chi strappa gli applausi del
pubblico allo stadio per un gol spettacolare o, magari, per un dribbling
ubriacante? Spesso un brasiliano o un africano che indossano la maglia della
squadra dei bavaresi. Naturalmente, questa regola si applica in altre città di
molti paesi. Ora, però, dobbiamo fare in modo che non venga accettata solo in
ambito sportivo".
Quali
interventi di natura politica potrebbero, a suo giudizio, dare maggior forza al
progetto della società cosmopolita e raffreddare le tensioni internazionali?
"Sono
convinto che l'unica strategia davvero efficace sia rappresentata dalla
battaglia contro la povertà. I processi di globalizzazione offrono nuove
opportunità di sviluppo a paesi che sino a pochi decenni fa erano costretti a
dipendere dalle scelte compiute a New York, a Londra o a Parigi. Senza contare,
poi, che la crescita economica dell'Africa, dell'Asia o del Medio Oriente può
avere benefiche ripercussioni sul dialogo con l'Occidente. Sarebbe comunque un
grave errore ritenere che il progressivo allargamento dei mercati finanziari
possa, da solo, favorire la nascita di nuove democrazie. Servono, al contrario,
riforme serie e rigorose per evitare che singoli episodi di crisi finiscano per
avere pesanti conseguenze su economie ancora fragili. Nel mio libro io avanzo
due proposte concrete: l'applicazione della Tobin tax, ovvero di un'imposta
fissa dello 0,5 per cento sulle transazioni finanziarie internazionali,
legandola a programmi di finanziamento del welfare, e l'obbligatorietà di un
sistema planetario di assicurazione creditizia. I processi in atto di
globalizzazione nascondono al loro interno molti rischi. E' indispensabile
ridurli il più possibile grazie a scelte politiche condivise che conducano ad
un riordino del sistema finanziario auspicato in più di una circostanza sia da
George Soros come da gran parte degli studiosi di economia".
Lei si
mostra molto critico con l'Europa. I passi compiuti verso un'integrazione
continentale non le sembrano sufficienti?
"Attualmente
si sta discutendo su quale tra due modelli, quello intergovernativo e quello
federale, sia migliore. Ma in entrambi i casi mi sembra si attribuisca un
rilievo eccessivo ad una vecchia concezione dello stato che, a mio giudizio,
non ha più ragione di esistere. Per poter contare sul piano internazionale, per
essere d'esempio ad altri paesi, l'Europa deve invece essere cosmopolita, non
può limitarsi a cercare punti di compromesso tra le proposte elaborate dagli
esecutivi dei paesi che la compongono. Mi pare davvero un controsenso in
termini logici ritenere che una sorta di nuovo superstato continentale possa
risolvere per magia i problemi aperti dalla crisi degli stati nazionali. Se è
vero che la sfida con la quale stiamo facendo i conti è rappresentata dalla
capacità di individuare nuove forme di governo per l'epoca postnazionale,
allora soltanto un'Europa davvero cosmopolita rappresenta una risposta
coraggiosa e lungimirante. Per ora, però, continua a prevalere la timidezza.
Con risultati che non mi entusiasmano".