RASSEGNA STAMPA

18 OTTOBRE 2003
CORRADO OCONE
[ Dagli Usa all’Italia, il fenomeno degli intellettuali conservatori già militanti di sinistra


Con buona pace degli ingenui, gli studiosi seri sanno che anche la politica democratica è diretta da élites ristrette e da lobbies piccole ma influenti. A questa «regola aurea» non si sottrae, ad esempio, nemmeno George Bush, soprattutto la sua tanto discussa politica estera. La strategia basata sulla lotta senza quartiere dell’America alle «forze del male» e sulla dottrina della «guerra preventiva», pur essendo diventata ufficiale solamente dopo l’11 settembre, viene in effetti da molto lontano. Nasce in circoli culturali e politici molto ristretti, composti da studiosi e esperti che si conoscono da tanto tempo: fin da quando frequentavano l’università ed erano tutti discepoli e fans di un carismatico filosofo tedesco di origine ebraica. Leo Strauss, questo il suo nome, si era rifugiato in America in epoca nazista. E qui aveva scritto un volume sulla tirannide che i nostri considerano ancora oggi una sorta di Bibbia ispiratrice della loro lotta acerrima contro i «nemici della libertà», a cominciare dai fondamentalisti islamici. Strauss, che aveva giustificato la guerra preventiva, a proposito della resa dell’Europa ai totalitarismi, aveva affermato, fra l’altro, che «gli intellettuali europei avevano parlato così tanto di tirannide, che quando essa comparve effettivamente non se ne accorsero».
Gli intellettuali di cui stiamo parlando, legatissimi a Bush, sono noti con il nome di neoconservatori, per distinguerli dai conservatori tradizionali. Ma in realtà è problematico associarli a loro anche per un motivo sostanziale: hanno una concezione della politica niente affatto legata allo status quo, vogliono anzi trasformare il mondo facendolo diventare, anche con la forza delle armi, democratico e capitalista. Credono nella superiorità morale degli Stati Uniti, anche nei confronti della «vecchia Europa» (soprattutto la Francia, una vera bestia nera) che secondo loro è pavida e pigra in quanto opulenta e soddisfatta. Sono «i nuovi rivoluzionari», come li chiama Jim Lobe nel titolo dell’antologia sul loro pensiero che Feltrinelli manda in questi giorni in libreria (I nuovi rivoluzionari. Il pensiero dei neoconservatori americani, pagg. 176, euro 10). Un altro tratto a loro comune è che si tratta per lo più di studiosi che negli Sessanta e Settanta militavano nella sinistra, liberal ma anche e soprattutto trotzkista. Nel progressivo distacco da quella parte politica, essi hanno conservato uno stile di approccio alla politica che potremmo definire iperattivo, da «rivoluzione permanente». «È come se dal trotzkismo avessero derivato - scrive Lobe - una mentalità, uno stile polemico, molto aggressivo, e l’idea che non possa esistere il capitalismo in unico Paese (derivato dall’idea trotzkista che non può esistere il socialismo in un unico Paese), che bisogna spostarlo all’esterno, esportarlo in altri Paesi perché possa sopravvivere».
Facciamoci ora una domanda. Esiste in Italia un gruppo di «neocon»? Ovvero: nel riposizionarsi a destra di molta politica e cultura nostrana, è possibile individuare intellettuali che hanno forti tratti in comune con i loro omologhi americani? Il primo nome che viene in mente è sicuramente quello di Giuliano Ferrara, che non a caso pubblica su «Il foglio» gli articoli dei neocon e ha indetto, dopo l’attentato alle Twin Towers, un «Usa day». Come dimenticare le sue radicate origini comuniste? In pochi sanno tuttavia che il buon Giuliano si è laureato con una tesi, che poi ha pubblicato, proprio su Leo Strauss. In ogni caso, oltre Ferrara, bisogna notare che le sponde della destra più o meno berlusconiana sono piene di ex comunisti. Basterebbe fare un esperimento mentale per rendersene conto. Ipotizziamo che il marziano di Flaiano ridiscenda a Roma e che, dopo aver faticosamente capito qualcosa del nostro paese nel precedente viaggio, prenda ora in mano «Il Giornale» di Berlusconi. Probabilmente penserà che si tratti di un foglio comunista... Troverà un fondo di Renzo Foa, un tempo direttore de «L’Unità», un articolo di spalla di Arturo Gismondi, che dirigeva «Paese Sera», un pezzo in cultura di Duccio Trombadori, figlio del mitico Antonello, un commento di Fernando Adornato. Quest’ultimo, attualmente presidente della Commissione Cultura della Camera, ha con così tanto fervore sposato la causa di destra che in questi giorni manda in libreria, per Mondadori, un vero e proprio manifesto dei nuovi conservatori: La nuova strada. Occidente e libertà dopo il Novecento (pagg. 280, euro 17). Con toni quasi profetici, Adornato si propone «la difesa e il rilancio del concetto di Occidente come soggetto storico-morale (e non solo complesso militare-industriale) fondato su tre idee forza: il riconoscimento della tavola di valori che dalla rivelazione biblica in poi regola l’ordine naturale della nostra vita; la centralità della persona nella storia; il rapporto di amichevole autonomia tra fede e ragione».
Questo afflato quasi religioso, questa volontà di superare lo steccato fra liberali e uomini di fede, è sorprendente ma lo si ritrova anche nei neocon d’Oltreoceano. Fa sì, fra l’altro, che, in America come in Italia, essi siano vicini alle posizioni della destra cristiana. I vari Socci, Cammilleri, Baget Bozzo non esitano a definirsi liberali, anche se hanno un astio contro la Rivoluzione francese e contro gli ideali laici e separatisti del nostro Risorgimento che crea grossi problemi a livello teorico.
In definitiva, è proprio questa la cifra della nuova destra: una leggerezza post-ideologica, una capacità pragmatica di adattarsi alle circostanze, che manca del tutto a sinistra. La quale, per quanti sforzi faccia, tende a ripetere troppo miti e riti del passato.
Il problema, tuttavia, è che non sempre si capisce a destra dove finisce il pragmatismo e dove comincia invece l’opportunismo.

 

 

 

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