![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 16 OTTOBRE 2003 |
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Protagonisti/ Nel centenario della
nascita, un convegno a Roma sull'"omino di Francoforte". Un eclettico
che ha creduto nella spendibilità quotidiana della filosofia
Adorno, il Pensiero nella vita di ogni
giorno
ADORNO
scampa al destino degli autori con il nome che inizia con A, polverosamente
relegati agli scaffali più alti e impraticabili della libreria. No, le opere
del filosofo, musicologo, sociologo ebreo tedesco di Francoforte (dove era nato
l'11 settembre 1903) restano tuttora a portata di mano. Minima moralia.
Meditazione della vita offesa (1951), ad esempio, rimane un insostituibile
vademecum per avventurarsi nel labirinto della modernità. Vi è una generazione
di prosatori, intellettuali e scrittori tedeschi del primo Novecento che, sulla
scia di Schopenhauer e Nietzsche e alla luce delle rivoluzionarie scoperte di
Freud, ha capovolto la filosofia tradizionale, trasformandola da scienza
accademica elitaria, esclusiva dell'intelletto logico, a pragmatica
esistenziale, a confronto, franco e appassionato, spesso umile e sempre
fecondo, con la quotidianità, con le "smorfie del giorno" (così
affermava Goethe). Adorno sceglie una posizione mediana tra la riflessione
filosofica e l'analisi delle strutture sociali, collaborando già alla fine
degli anni Venti con l'amico e sodale Max Horkheimer al mitico Istituto per la
ricerca sociale e fondando la "teoria critica" della società, che
rappresenta un'ardita contaminazione tra statuto filosofico (quello,
rigorosissimo, della tradizione tedesca) e la spregiudicata adesione a un mondo
ormai in costante cambiamento. L'intuizione adorniana è tutta nella
spendibilità della proposta filosofica, nella traducibilità della teoria nel
quotidiano, nello sforzo titanico di conciliare filosofia e vita d'ogni giorno,
di scorgere nella fitta e intasata trama del quotidiano l'ordito occulto della
riflessione. Per questo Adorno, figlio di un ricco mercante di vini e di una
cantante lirica corsa (di cui adotterà il nome), è sempre attento alla politica
senza però esaurire la propria ricerca alla filosofia della politica (come è
successo a Hannah Arendt), aprendo improvvisamente la sua proposta
intellettuale alla vertigine estetica, alla sensibilità creativa e alla
partecipata emotività estetica poiché per Adorno (così diventa a pieno titolo
l'esecutore intellettuale di Nietzsche) l'arte è alterità, liberazione,
mistero, utopia, come ha chiarito Paolo D'Angelo nel suo recentissimo Estetismo
(Il Mulino, 312 pagine, 21 euro). Massimamente la musica è la traccia visibile
dell'ineffabile: una sonata di Beethoven, un'aria colorita di Wagner, una
sinfonia di Mahler (su cui ha scritto saggi decisivi) sono i segni assoluti e irreversibili
che esiste una dimensione elusiva eppure pervasiva e reale dell'armonia, della
trasfigurazione del dolore nel significato, della redenzione delle pene d'amore
e di vita nella sublimità dello spirito. Le sue suggestive interpretazioni
della musica contemporanea (a Vienna era stato allievo di Alban Berg)
impressionarono in lunghi conversari notturni durante l'esilio californiano a
tal punto Thomas Mann che questi elesse Adorno a suo "consigliere
segreto" nella stesura del suo impervio romanzo senile Il Doctor Faustus ,
in cui la metafora della musica dodecafonica si eleva a chiave interpretativa
della modernità con tutte le sue ambiguità e germaniche nefandezze. Perché, in
definitiva, la straordinaria attualità di Adorno è nella sua coraggiosa vicinanza
al male tedesco, è nel suo essere irrevocabilmente ebreo e tedesco, è nel
conservare eroicamente questa duplice identità. L'eroismo consiste nel suo
rapporto con la Germania, con tutta la Germania, pure quella
nazionalsocialista, anche quando, costretto a riparare a New York, fornisce
nella Dialettica dell'illuminismo , scritta con Max Horkheimer, la più
approfondita e spumeggiante interpretazione dell'antisemitismo, come pure della
personalità autoritaria (analizzata inoltre in saggi omonimi), chiarendo che
l'autoritarismo è spia inequivocabile di una nevrosi di angoscia, è abissale
timore del nuovo, è inconfessabile tremore che scatena violenza e turpe terrore
per il diverso. I superuomini in divisa nera, l'élite bruna nazista non erano
dunque che poveri soggetti psicopatici, carnefici e insieme paradossali vittime
terrorizzate dalla percezione della fine del loro mondo borghese e omogeneo, e
devastati dalla fobia maschilista, segnati da turbe d'impotenza che si
rovesciavano in brutalità. Al di là di tutte le altisonanti parole d'ordine del
Terzo Reich, del Terzo Impero, i suoi seguaci erano incapaci di una autentica
visione imperiale, ossia universale, ecumenica e irenica, portatrice di pace,
benessere, ordine sociale accettato e riconosciuto come giusto dalla comunità.
Adorno
scopre quindi il carattere irrelato della personalità autoritaria. Il piccolo e
leggermente obeso "omino di Francoforte" risulta in ultima istanza
assai più forte e sicuro degli energumeni in camicia bruna e stivaloni lucidi.
Con il suo tono minore e il suo intrigante minimalismo degli aforismi Adorno
indica alla riflessione filosofica un percorso diverso, innovativo, che non
costruisce più improbabili sistemi concettuali. La "teoria critica"
si rimbocca le maniche per scendere fraternamente per le strade dove soffre
l'uomo, dove ci aggiriamo, incerti e smarriti, in cerca di un segnale: con la
sua vastissima opera Adorno ci ha mostrato una via, non l'unica, ma comunque un
sentiero ancora praticabile per ognuno di noi.