RASSEGNA STAMPA

11 OTTOBRE 2003
ROBERTO PEVERELLI
[

 

Il senso carnale del visibile
Nelle note scritte da Merleau-Ponty per la preparazione dei corsi tenuti al Collège de France dal 1958 al '61 - ora pubblicate da Cortina con il titolo E' possibile oggi la filosofia? - tornano i riferimenti a Descartes, alla psicoanalisi, alla pittura di Cézanne e di Klee, alla Recherche di Proust

La traduzione delle note stese da Merleau-Ponty per la preparazione dei corsi tenuti al Collège de France nel 1958-1959 e nel 1960-1961 - pubblicate con il titolo E' possibile oggi la filosofia? (Cortina, 2003, pp. XLI-83, E. 28.00) - viene ad arricchire ulteriormente il materiale a disposizione del lettore italiano, che voglia conoscere da vicino il lavoro teorico che anima l'ultima, densa fase della sua riflessione filosofica. A partire dall'inizio degli anni `90, infatti, la passione e gli studi di Mauro Carbone hanno proposto ai lettori, oltre a una nuova edizione del Visibile e l'invisibile (Bompiani, 1993), la traduzione dei riassunti preparati dallo stesso Merleau-Ponty per i corsi tenuti dal 1952 al 1960 (raccolti in Linguaggio, storia, natura, Bompiani, 1995) e degli appunti presi da anonimi uditori durante le lezioni dedicate al concetto di natura tra il 1956 e il 1960. E' così possibile comprendere a fondo i percorsi lungo cui Merleau-Ponty cercava di approdare a una nuova filosofia centratata su un ripensamento profondo di concetti fondamentali della nostra tradizione culturale - ad esempio la distinzione tra soggetto e oggetto - ritenuti inadeguati a pensare fino in fondo il rapporto stretto, inestricabile tra io e mondo, tra sensibile e senziente, in cui davvero prende forma la nostra relazione con l'Essere. I due corsi, che riguardano, appunto, l'identità della filosofia oggi, sono interessanti, tra l'altro, per i numerosi riferimenti al nostro tempo. Merleau-Ponty è persuaso che alcuni dei caratteri che segnano in profondità il nostro presente, ad esempio il declino della credibilità relativa all'universalismo dei nostri progetti etici e politici, o l'incapacità di pensare il nostro rapporto con il mondo naturale fuori da una mescolanza paradossale di artificiosità e naturalismo, siano conseguenza anche, certo non solo, del fallimento di un modo di pensare la filosofia: di un modello che trova il proprio fondamento in una netta, limpida distinzione tra soggetto e oggetto e che colloca il soggetto fuori dal mondo, in un luogo/non luogo da cui afferrare, in modo perfettamente limpido, la realtà nella sua struttura generale e nei suoi elementi particolari. E' questa idea di filosofia a essere oggi in crisi, in modo irreversibile, prima di tutto nella sua capacità di interpretare e dare forma alla nostra relazione con il mondo: la nostra è un'epoca intimamente a-filosofica, ma questo non uquivale a una condanna a morte della filosofia.

Per riavviare il suo cammino, Merleau-Ponty colloca il suo lavoro all'ombra della fenomenologia di Husserl, cui dedica una parte consistente delle note del primo corso, intitolato alla Filosofia oggi: un itinerario teorico, che partito dall'esigenza di ristabilire la filosofia come scienza rigorosa, approdando a un sapere apodittico di essenze, giunge invece a scorgere la crisi gravissima in cui versano le scienze e la filosofia europee, a scoprire i legami, le situazioni contingenti che trasformano l'universalità in problema, a cercare un nuovo fondamento dei saperi in un tessuto precategoriale, in un Mondo-della-vita dimenticato dalla ragione matematizzante delle scienze e che è fondo e orizzonte inesauribile di ogni nostra conoscenza e prassi. A partire da qui, si tratta di rinnovare la descrizione, la comprensione della relazione che ci lega all'Essere: tracciare, insomma, una nuova ontologia. Ma dove trovare, oltre che in Husserl, elementi per questa nuova ontologia?

«Da 100 anni - scrive Merleau-Ponty in apertura del corso sull'ontologia cartesiana - c'è un pensiero fondamentale che non è sempre filosofia esplicita». Tornano, nelle note preparatorie di questi due corsi, riferimenti già incontrati altrove dai lettori dell'ultimo Merleau-Ponty: la pittura di Cézanne e di Klee, la Recherche proustiana, la psicoanalisi. E torna l'attenzione per Descartes, per una idea di filosofia che nel suo nitore, almeno apparente, aiuta a definire per contrasto le linee di fondo di una ontologia radicalmente rinnovata.

Il modo con cui Descartes cerca di rendere conto, nella Diottrica, della nostra capacità di vedere le cose del mondo, si svela così, ad esempio, una via per mettere a fuoco una nuova e diversa idea della visione. Nell'ottica cartesiana, vedere è pensare, decifrare segni che troviamo inscritti in noi, nello spazio tutto interiore della nostra mente, e che rimandano al mondo esterno, all'Essere, solo attraverso la mediazione di un codice, di un sistema di regole che consente di riconoscerne i significati, la cui validità è garantita solo dall'intervento di Dio.

Solo Dio, infatti, può garantire che la rappresentazione che noi costruiamo secondo regole certe, all'interno del nostro spirito, raffiguri in misura almeno accettabile, una realtà esterna a noi, che non appare in alcun modo accessibile alla nostra conoscenza per altra via. Ma davvero, osserva Merleau-Ponty, questa interpretazione dell'atto del vedere coglie qualcosa di ciò che accade quando io vedo il mondo? Davvero il mondo, l'Essere restano inevitabilmente oltre l'orizzonte della nostra visione, sottratti a qualsiasi possibilità di una presa diretta, più intima? La visione è un fatto, e non un problema. E questa visione coglie sempre, insieme al visibile, una sorta di fodera che lo accompagna, lo avviluppa, l'invisibile: la membratura che struttura il visibile, il senso carnale, libidico che gli dà forma, trama di idee/non idee, in quanto «velate di tenebre, ignote» (Proust) che si svela sottesa alle idee chiare e distinte dell'intelligenza.

La linea, il colore di Klee, la parola della poesia, della letteratura dicono questo senso, certo in modo non diretto: linee e parole non designano più significati, non raffigurano cose, ma si fanno vie attraverso cui si offre a noi un mondo, un modo d'essere mondo. Ancora Proust: «Lo stile, per lo scrittore, come il colore per il pittore, è un problema non di tecnica, bensì di visione. Esso è la rivelazione, impossibile con i mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa che esiste nel modo come ci appare il mondo». La letteratura, la poesia, la pittura ritrovano un contatto originario con un visibile pregno di invisibile, con quello che Merleau-Ponty indica come il «visibile totale»: una nuova ontologia e un nuovo patto con il mondo possono muovere da qui.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti