![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 OTTOBRE 2003 |
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Il potere pubblico deve occuparsi solo di
ciò che i cittadini non possono fare Anzi, per il vero liberale alcuni
interessi comuni spettano al volontariato
La libertà in buono Stato
"Gli
Americani di tutte le età, condizioni e tendenze, si associano di continuo. Non
soltanto possiedono associazioni commerciali e industriali, di cui tutti fanno
parte, ne hanno anche di mille altre specie: religiose, morali, grandi e
futili, generali e specifiche, vastissime e ristrette. Gli Americani si
associano per fare feste, fondare seminari, costruire alberghi, innalzare
chiese, diffondere libri, inviare missionari agli antipodi; creano in questo
modo ospedali, prigioni, scuole. Dappertutto, ove alla testa di una nuova
istituzione vedete, in Francia, il governo, state sicuri di vedere negli Stati
Uniti un'associazione".
È così
che Alexis de Tocqueville, ne La democrazia in America, descrive il
funzionamento, nella vita sociale, di quel principio che in seguito verrà
chiamato "principio di sussidiarietà". Tale principio trova una
formulazione, ormai diventata classica, nell'enciclica Quadragesimo anno (1931)
di Pio XI, dove, al paragrafo 80, si dice che "siccome non è lecito
togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e
l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a
una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si
può fare. Ed è, questo, insieme un grave danno ed uno sconvolgimento del retto
ordine della società; perché l'oggetto naturale di qualsiasi intervento della
società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo
sociale, non già distruggerle e assorbirle".
Siffatto
principio di sussidiarietà, successivamente ripreso in altre encicliche papali
e in documenti ufficiali della Chiesa - basti richiamare la Pacem in terris
(1963) di Giovanni XXIII o la Centesimus annus (1991) di papa Wojtyla - era
stato già formulato da Rosmini nella Filosofia della politica, dove leggiamo
che "il governo civile opera contro il suo mandato, quand'egli si mette in
concorrenza con i cittadini, o colle so cietà ch'essi stringono insieme per
ottenere qualche utilità speciale; molto più quando, vietando tali imprese agli
individui e alle loro società, ne riserva a sé il monopolio". In breve: lo
Stato "faccia quello che i cittadini non possono fare".
È
questo, dunque, il principio di sussidiarietà orizzontale ben diverso
dall'altra formulazione che porta il nome di sussidiarietà verticale dove, per
esempio, si dice che la Regione farà quello che non fa lo Stato, la Provincia
farà quello che non fa la Regione, e i Comuni e le aree metropolitane faranno
quello che non fa la Provincia.
E qui è
chiaro che, se il principio di sussidiarietà verticale non viene esplicitamente
coniugato con quello di sussidiarietà orizzontale, si cade in modo
inequivocabile in una più subdola e pericolosa forma di statalismo celebrata
nella formula: ciò che non fa il pubblico lo fa il pubblico. Ma è proprio
contro ogni forma di oppressione nei confronti della libertà, responsabilità,
spirito di iniziativa dei singoli e delle associazioni spontanee che è stato
difeso il principio di sussidiarietà e ovviamente non solo dai cattolici.
La
Filosofia della politica di Rosmini è del 1838. Undici anni più tardi, nel
1849, J.S. Mill pubblica On Liberty, ben consapevole che "i mali
cominciano quando invece di fare appello alle energie e alle iniziative di
individui e associazioni, il governo si sostituisce ad essi; quando invece di
informare, consigliare e, all'occasione, denunciare, e imporre dei vincoli,
ordina loro di tenersi in disparte, e agisce in loro vece".
Su
questa linea si sono mossi i grandi liberali del nostro secolo: Carl Menger,
Ludwig von Mises, Friedrich von Hayek e Karl Popper, tra gli altri. Scrive
Hayek: "È totalmente estranea ai principi base di una società libera
l'idea secondo la quale tutto ciò di cui il pubblico ha bisogno debba essere
soddisfatto da organizzazioni obbligatorie". Il vero liberale, ad avviso
di Hayek, deve auspicare il maggior numero po ssibile di associazioni
volontarie, di quelle organizzazioni "che il falso individualismo di
Rousseau e la Rivoluzione francese vollero sopprimere". E, infine, Karl
Popper: "Io sostengo che una delle caratteristiche della società aperta è
di tenere in gran conto, oltre alla forma democratica di governo, la libertà di
associazione e di proteggere e anche di incoraggiare la formazione di
sotto-società libere, ciascuna delle quali possa sostenere differenti opinioni
e credenze".
A
fondamento del principio di sussidiarietà vi è in primo luogo la fede nella
libertà: si tratta di un fondamento etico. Aveva ragione Tocqueville a
sentenziare che quanti nella libertà cercano qualcosa di diverso dalla libertà
sono nati per servire. Ma vi sono anche due fondamenti di natura
epistemologica: l'individualismo metodologico, stando al quale, come già
sappiamo, ad agire non è lo Stato, la nazione, la classe o il partito ma sempre
e soltanto individui; e la teoria hayekiana della dispersione delle conoscenze
che ci dice che la soluzione della maggior parte dei problemi (e, dunque, il
soddisfacimento dei bisogni umani) deve venir lasciata a quanti sono in
possesso di quelle conoscenze di situazioni particolari di tempo e di luogo
disperse tra milioni e milioni di uomini, conoscenze di cui non potrà mai
disporre nemmeno il più potente governo, né il più sapiente e potente tiranno.
È in un
orizzonte del genere che sempre Hayek sottolinea "l'importanza
dell'esistenza di numerose associazioni volontarie non soltanto per gli scopi
particolari di coloro che condividono un interesse comune ma anche per fini
pubblici nel vero senso della parola". Lo Stato, a suo avviso,
"dovrebbe avere il monopolio della coercizione necessaria a limitare la
coercizione stessa; ciò non significa che lo Stato debba avere l'esclusivo
diritto di perseguire fini pubblici. In una società veramente libera, gli
affari pubblici non si limitano a quelli di governo (men che meno a quelli del
governo centrale), e lo s pirito pubblico non dovrebbe esaurirsi nell'interesse
verso lo Stato".
Sono
gli individui che agiscono, e non le istituzioni o la società. Individui
singoli o associati in "corpi intermedi" agiscono in vista di precise
finalità, cercano di risolvere problemi, si danno cioè da fare per condurre a
buon porto le loro intenzioni.