![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 OTTOBRE 2003 |
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ALLUNGARE LA VITA A OGNI COSTO
È CONTRO LA DOTTRINA DELLA CHIESA
Si
chiamano medicine palliative e non hanno nulla a che vedere con l'eutanasia. Su
di esse non solo il legislatore non ha nulla da ridire ma neppure la Chiesa. Lo
stesso Pio XII, infatti, nel condannare l'accanimento terapeutico, trovava
legittimo che il paziente fosse aiutato a soffrire il meno possibile e che per
farlo si ricorresse a quanto offriva già ai suoi tempi la scienza medica. Più
recentemente il noto gesuita padre Sorge si è espresso sul tema. E dopo aver
precisato che non necessariamente la soffrenza è perdita di dignità, in quanto
essa fa parte della vita, scrive testualmente che il diritto a "morire
bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili" è un diritto di tutti
ammesso che si possa parlare di "diritto" a morire. Non meravigli
questo atteggiamento della Chiesa, la quale ha sempre messo al primo posto la dignità
dell'uomo e si è quindi opposta, con forza, all'idea illuminista, cara ad
alcune scuole di medicina, che l'uomo debba "tendere al prolungamento
sempre maggiore della vita" in una sorta di "laica ricerca
dell'immortalità" che spesso è l'anticamera e il giustificativo dell'accanimento
terapeutico. Ovviamente - e lo sostiene il presidente del Comitato nazionale di
bioetica, il professor Francesco D'Agostino - una cosa è somministrare
antidolorifici che permettano una fine dignitosa, anche se questo dovesse
significare, come conseguenza, ridurre i tempi di resistenza del malato. Ben
altro, invece, è tagliare in un sol colpo il legame con la vita. In tal caso si
entra nel paludoso campo di ciò che è genericamente definito come eutanasia.