RASSEGNA STAMPA

5 OTTOBRE 2003
CARLO OSSOLA
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Philippe Sellier ricostruisce l'ordine delle «Pensées» in una nuova edizione critica

Pascal, frantumi ricomposti

                Il non-finito di Michelangelo e di Pascal inquieta proprio perché succede alla più squisita compiutezza: nell'uno la potenza dell'origine, l'epica della Genesi, che s'inarca, tra possenti sibille e profeti, nella volta della Sistina finisce nelle dolenti scarnificate Pietà dei tardi anni, al deporsi di membra, vita, speranza, nell'abbandono della Pietà Rondanini. Nell'altro, all'eleganza della dimostrazione matematica, dell'esperimento fisico, alla macchina polemica delle Provinciales,    alla stringata epitome dell'Abrégé de la Vie de Jésus Christ s'accompagna la filza irrisolta delle Pensées, incapaci di serrarsi in quell'Apologie du Christianisme a lungo vagheggiata. Abituati a pensare all'idea organica di opera, ci si smarrisce nel percorrere testi che salgono alti come guglie nel ciclo della contemplazione e poi si limano, ondeggiano, ossessivi, acuti come «il becco del pappagallo, che esso continua ad asciugare, benché sia già pulito». Ma i Pensieri di Pascal non sono margine di quel non-finito che è la remissione all'agonia, e neppure - per quanto ne siano nutriti - orlo di quel creux al quale si affacciano, arditi e scettici,  gli Essais di Montaigne. Basterebbe comparare - sullo stesso paradigma simbolico - le definizioni che, in Montaigne e in Pascal, associano e separano per sempre la loro visione della natura dell'uomo: «Sarebbe bello invecchiare se noi non avanzassimo che verso il perfezionamento. Ma è un movimento, il nostro, di ubriaco vacillante, sconnesso, in preda a vertigine, come fragile giunco che senza posa l'aria rigira a proprio piacimento», (Essais, III, 9); «L'uomo non è che una canna, la più agile della natura, ma è una canna che pensa. Non occorre che l'universo intero si armi per schiacciarlo, un vapore, una goccia d'acqua bastano a ucciderlo. Ma quand'anche l'universo lo schiacciasse, ancora l'uomo sarebbe più nobile di chi lo uccide, poiché sa che muore e conosce il vantaggio che l'universo ha su di lui. L'universo non ne sa nulla» (Pensées, 347 - nella bella e sorvegliata traduzione di Benedetta Papasogli).  L'uomo in Pascal non aderisce alla propria debolezza, ma comprende e si eleva sopra la propria fine: «Canna pensante: .. Attraverso lo spazio l'universo mi comprende e mi  inghiotte come un punto, attraverso il pensiero io lo comprendo». 

                Ora proprio qui si apre il problema più arduo: ammesso e concesso che i Pensieri di Pascal non siano frammenti, ma nervature di una struttura a venire, qual è allora il loro ordine, come s'innestano, s'annodano, si richiamano? Proprio l'esempio sopra riportato bene lo testimonia: nelle edizioni canoniche del Novecento (da Brunschvicg a Chevalier) i due frammenti, associati dalla contiguità della definizione, Roseau pensant, sono l'uno accanto all'altro, si rafforzano e si completano. Nelle edizioni seriori, a partire da quelle di Toumeur (1942) e poi di Lafuma (1951) che si basano sull'ordine in cui le Pensées vennero trascritte, ricopiate, incollate, dopo la morte di Pascal, dai suoi familiari (e quali conservano due celebri manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi), i due pensieri risultano distanti, infilati in liasses  separate. Il feticcio della sequenza prevale: come se una cattedrale si costruisse  secondo  l'ordine d'arrivo dei materiali in cantiere o un processo e la sua verità si deducessero dall'ordine di comparizione dei testimoni. E in effetti, i risultati dell'edizione Lafuma nel secondo Novecento sono davanti a tutti: un Pascal senza fascino, senza capo ne coda, si trascina nel coacervo dei Moralistes du XVII siécle (così lo allineò da Pibrac a Dufresny una fortunata edizione di Jean  Lafond nei classici "Bouquins", Parigi 1992). Così, in quel Copies , la ricerca di Dio si declina nello scarno Indice del 1658 e finisce in una briciola erratica contro i Gesuiti (di fronte alla lucida e superba controversia delle Provenciales), mentre anche solo nell'edizione Chevalier (che fu a lungo quella accolta nella "Plèiade") si iniziava, al mondo del Seicento, con la controversia: «Ordine. Gli uomini provano disprezzo per la religione», e si finiva nel canto di gloria: «Dio inclina il cuore di coloro ch'egli ama. / Deus inclinai corda eorum. / Colui che L'ama. / Colui ch'Egli ama».

                Giunge  dunque nuova, e importante, l'edizione che Philippe Sellier, autorità riconosciuta degli studi pascaliani,  pubblica contemporaneamente in Francia e in Italia (qui per la sapiente regia di Benedetta Papasogli, a sua volta fine studiosa del "fondo del cuore"). Egli ricompone l'ordine delle Pensées seguendo la "seconda copia" della BN, distribuita in 27 liasses munite di titolo, «precedute da una sorta di indice da una prima liassa che annuncia come un'ouverture i temi dell'opera; altri trentatré dossier senza titolo, tra cui numerosi materiali preparatori,  come quelli che raccolgono riflessioni sui miracoli, o sillogi di passi biblici di cui non sappiamo molto come sarebbero stati utilizzati» (Papasogli, Introduzione). La novità è nel «rimettere quei "discorsi", quelle "lettere", quei testi elaborati, maturi, folgoranti, là dove il programma di Pascal assegna loro un posto. [...] La linea di un libro emerge dal magma di una memoria» (ivi).

                In effetti, i Pensieri si leggono ora come uno svolgimento che, dalle lettere di "controversia" delle Provinciali, s'avvii, con nuove lettere  "apologetiche"  (Lettera per portare a cercare Dio; Lettera per rimuovere gli ostacoli o Discorso della macchina), a una storia dell'uomo e di Dio, nella vasta scena dell'universo e della Bibbia. L'inizio, così disposto, collima allora singolarmente con l'antica origine, con l'incipit della sorgiva edizione di Port-Royal (Pensées de M. Pascal sur la religion et  sur quelques autres sujets, 1670): «Sappiano almeno quale religione combattono, prima di combatterla». Ma la princeps era preceduta da una superba Préface che è, essa stessa, la più efficace ricostruzione del progetto pascaliano. Merita qui richiamarla, per assaporare ancora quel mirabile viaggio nell'infinito che Pascal aveva meditato: «Per introdurre a quella parabola, cominciò con un ritratto dell'uomo, nulla obliando di quel che poteva farlo riconoscere dentro e fuori di sé fino ai più segreti movimenti del cuore». Suppose poi un uomo che - vissuto come Kaspar Hauser - nella completa ignoranza di sé, venisse a contemplare quel ritratto, trovandovi tutte le linee della propria grandezza e miseria. Avido di sapere, si sarebbe dunque rivolto ai filosofi, riconoscendovi solo contraddizione. Pascal gli avrebbe allora «fatto percorrere tutto l'Universo e tutte le età, per fargli incontrare un'infinità di religioni» sino a farlo approdare al popolo d'Israele e alla sua storia, ai profeti, ai miracoli, sino al dolce avvento di Gesù Cristo. Ecco l'abrégé, il «riassunto della grande opera ch'egli meditava» e che la malattia degli ultimi quattro anni della sua breve vita (morì a 39 anni: 1623-1662) gli impedì di compiere. Così la Préface, giustificava anche lo stato dei frammenti, trovati «senza alcun ordine, ne sequenza», la decisione  di  pubblicare  solo «quelli più chiari e compiuti», nella coscienza di un'invincibile finitudine, poiché - soggiungeva l'editore - «Pascal voleva piuttosto adoperarsi, a toccare e ben disporre il cuore, che a convincere e persuadere lo spirito», sì che il testo si chiudeva con un'ammissione e una consolazione retrospettiva: «Bisogna piacere a coloro che hanno sentimenti umani e teneri». L'edizione che è stata presentata come la grande macchina argomentativa giansenista, si sigillava nella coscienza della propria fine, nella Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie.

                Un po' di quel Pascal oggi ci torna, "semenza e rovina", come ha con finezza notato Benedetta Papasogli: nelle rovine del testo, la semenza della conoscenza di sé, eterna visione: «una casa in rovina non è miserabile. Soltanto l'uomo è miserabile. Ego vir videns».

 

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