RASSEGNA STAMPA

3 OTTOBRE 2003
CORRADO OCONE
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UN LIBRO-DIALOGO DI BORRADORI CON HABERMAS E DERRIDA

Filosofia del terrore, come pensare il mondo globale dopo l'11 settembre

La filosofia, diceva Hegel, è "il proprio tempo appreso col pensiero". Non perché, sia beninteso, i filosofi possano darci dritte su come comportarci (essi, diceva sempre Hegel, arrivano "sul far della sera", cioè a cose compiute). Ma perché possono aiutare a sistemare gli sparsi frammenti di una realtà sempre più conflittuale. Sentire anche la voce dei filosofi sull'11 settembre e dintorni, cioè sul terrorismo globale, può perciò essere veramente opportuno. Soprattutto se si tratta dei due maggiori filosofi europei viventi, Habermas e Derrida. Filosofi tanto lontani nei presupposti teorici, quanto paradossalmente vicini nelle scelte pratiche e politiche (ultimamente firmano anche articoli insieme). Ottima quindi l'idea di intervistarli, in modo denso e non occasionale. E ottima l'idea di Laterza di affidare l'intervista a una stimata studiosa di filosofia, Giovanna Borradori, docente al Vassar College di New York, nel libro: Filosofia del terrore. Dialoghi con Juergen Habermas e Jacques Derrida (Laterza, pp. 220, euro 15).

La quale di suo ha aggiunto al volume due saggi che aiutano a capire le risposte dei due filosofi inserendole nel contesto più ampio del loro pensiero. Di fronte al terrorismo, dice Borradori, per l'uno si tratta di ripercorrerne la genesi; per l'altro di decostruirne (cioè smontarne) l'aspetto manifesto negli elementi semplici che lo compongono. Per l'uno si tratta di capire in che modo la violenza si inserisca nel discorso pubblico dell'umanità; per l'altro di comprendere perché che modo la civiltà illuministica, che è alla base della "mondializzazione" attuale, abbia tradito le sue promesse di emancipazione e abbia perciò lasciato spazio all'opzione violenta. Se Habermas parla della violenza come "comunicazione distorta" e ripropone la sua fiducia nei valori (incompiuti) della modernità; Derrida cerca di vedere nel terrorismo (in qualche modo) il doppio della stessa civiltà moderna. L'uno guarda alla religione, che è alla base dell'integralismo islamico, con occhio diffidente: in essa, quasi sempre, a ben vedere, si annida il gene del dogma; l'altro finisce per richiamarsi a Kierkegaard e alla sua etica del limite umano e della finitezza.

E ancora: Habermas ritiene che l'occidentalizzazione del mondo sia un processo da correggere anche profondamente ma da estendere; Derrida vede fronteggiarsi attualmente due teologie politiche diverse ma simili nel ritenere che Dio sia dalla loro parte: quella espressa da Bush e l'altra di Bin Laden.

Sia per Habermas sia per Derrida c'è un cammino da percorrere. Ed è un cammino, paradossalmente, convergente. Entrambi sembrano infatti guardare con fiducia alla vecchia Europa di cui sono figli. E se la sua debolezza, si chiedono, fosse la vera forza? E non potrebbe essere che, proprio nel vecchio Continente, si sia finalmente aperto un piccolo spazio per quel mondo prosaico e senza eroi che, con Brecht, Habermas indica come ideale al termine del suo dialogo?

 

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vedi anche
Filosofia (e) politica