![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 SETTEMBRE 2003 |
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Riflessioni
su biologia, aatrofisica, etica e altri mondi di un fisico geniale e
imprevedibile
E
uno scenario avveniristico, quello che ci presenta Freeman Dyson in queste
pagine. Più vicino alla fantascienza che alla scienza. Popolato di pesci
congelati orbitanti intorno a Giove e piante a sangue i caldo su Marte. Idee
fantasiose, non c'è dubbio. Ma, avverte Dyson, fantasiosa «la natura, nel regno
biologico ha la tendenza a esserlo, e di solito ha più fantasia di noi». Del
resto, «mentre esploriamo l'universo e cerchiamo tracce di vita, possiamo
cercare cose probabili, ma difficili da individuare, o cose improbabili, ma
facili da rilevare e, nel decidere che cosa cercare, la facilità di rilevamento
è un criterio utile quanto la probabilità».
Secondo
Dyson, nell'esplorazione dello spazio occorre distinguere tra scopi a breve
termine e quelli a lungo termine. E il sogno di espandere nell'Universo il
regno della vita terrestre appartiene a questi ultimi. Così come l'idea di
viaggi a basso costo e la formazione di colonie umane nel sistema solare. O
l'idea di sonde spaziali come farfalle, che viaggiano sospinte da sottili vele
solari e al posto degli occhi hanno sistemi di visualizzazione spettroscopica
ad alta risoluzione. Centinaia di queste sonde, dice Dyson, potrebbero spaziare
nell'area interna del sistema solare sino alla fascia degli asteroidi,
potrebbero effettuare osservazioni altamente specializzate di pianeti e
asteroidi. Potrebbero atterrare sugli asteroidi, muoversi alimentate da motori
jet ionici a energia solare, esplorare il sistema planetario sino a Plutone, e così via fantasticando. Ma per
Dyson non c'è niente di magico o di fantastico nel pensare di realizzare simili apparecchiature, teoricamente possibili. E la fattibilità di quelle missioni
dipende in larga misura, dai fondamentali progressi che la biologia riserva nel
futuro prossimo.
Freeman
Dyson non è un fantasioso scrittore di fantascienza, ma una figura di primo
piano del mondo scientifico contemporaneo. Nelle pagine iniziali del votane
egli ricorda gli anni della sua formazione a Cambridge durante la guerra, le
figure dei suoi professori, matematici e fisici famosi come Hardy e Litdewood,
Dirac ed Eddington, che facevano lezione «di fronte a quatto o cinque studenti;
intorno a un tavolo in piccole aule». E poi gli anni del dopo guerra, alla Cornell
University, con Bethe e Feynman. Nel 1953 Dyson si stabilì a Princeton
accettando un'offerta di insegnamento presso l'Institute for Advanced Studies.
Da allora ha lavorato a un gran numero di problemi nei campi più diversi, dalla
meccanica statistica alla fisica degli stati condensati all'astronomia e alla
biologia. In quegli anni, ricorda Dyson, spesso mi venivano in mente le parole
di Hardy, che «una scienza si definisce utile se il suo sviluppo tende ad
accentuare le disuguaglianze esistenti nella distribuzione della ricchezza o,
più direttamente, a promuovere la distruzione della vita umana». «Ho cercato di
provare che Hardy non aveva ragione», afferma Dyson, che tuttavia non esita a
riconoscere che «durate gli ultimi cinquant'anni, i più grandi sforzi della
scienza pura sono stati, concentrati in settori assai esotici, molto distanti
dai problemi della vita di tutti i giorni» e che «per imprimere un vero cambio
di rotta nelle priorità, gli scienziati e gli imprenditori devono riappropriarsi
della libertà di promuovere nuove tecnologie che, rispetto alle vecchie, vadano
maggiormente a vantaggio dei Paesi e dei popoli poveri», riducendo il divario
tra tecnologia e bisogni. Un divario crescente «che può essere colmato solo
dall'etica».
Anche
in biologia scienza ed etica possono scontrarsi. Oggi «l'idea di migliorare la
razza umana con mezzi artificiali» è universalmente condannata. Per quanto
possa apparirci ripugnante questa idea, afferma Dyson, tale miglioramento
artificiale «avverrà, in un modo o in un altro, ci piaccia o no, non appena il
progresso delle nostre conoscenze biologiche lo renderà possibilie». Potrà essere
ostacolata o ritardata con regolamenti o norme. Certo, «le nuove tecnologie
possono essere pericolose oltre che liberatorie» e si potranno tarpare le ali
ai desideri. Ma «l'umanità non potrà vivere sempre con le ali tarpate». La
fantascienza già bussa alla nostra porta.