![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2003 |
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La tesi che la bioetica sia nata per proteggere l’umanità dalla scienza e dall’utilizzazione delle tecnologie viene esplicitamente sostenuta dai principali esponenti della bioetica cattolica italiana. All’idea della bioetica come “disciplina difensiva” si collega l’inappellabile giudizio che una bioetica “promozionale” non sarebbe altro che il subdolo e ingannevole tentativo di cercare di travalicare i limiti naturali della morale. Annhe negli ambienti laici, in particolare tra verdi e no global, vengono regolarmente pronunciate parole di pesante condanna morale contro scienza e tecnologia, mascherando una storica idiosincrasia per la razionalità scientifica nella forma di un improbabile e non meno irrazionale principio precauzionale.
Se la bioetica ha svolto una qualche funzione difensiva, ciò è avvenuto non rispetto ai rischi di abusi sperimentali o di tecnologie, ma rispetto al tentativo nei decenni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale di riconsiderare i valori trasmessi culturalmente alla luce delle nuove conoscenze scientifiche, le quali confutavano definitivamente molte credenza filosofico-religiose e prefiguravano modi meno dannosi di risolvere conflitti umani. Non a caso l’affermarsi della bioetica ha coinciso con il progressivo ritirarsi degli scienziati dal tentativo di promuovere un confronto culturale che andasse al di là del problema di come controllare lo sviluppo della scienza e della tecnologia. Fino al punto che ora sono gli scienziati a doversi difendere dalle accuse di minare dei valori morali intesi in una chiave del tutto astorica.
Seguendo percorsi politico-culturali diversificati a seconda dei diversi contesti nazionali, la riflessione bioetica è diventata una pratica per professionisti dell’etica, del diritto o della politica, e ha avuto come conseguenza principale quella di blindare culturalmente gli approcci umanistici al discorso bioetico sulla base dell’assunto che le scienze umane avrebbero per definizione un accesso privilegiato ai valori etici e alle forme del ragionamento morale. Una delle conseguenze è che negli ultimi trent’anni la riflessione bioetica ha contribuito ad alimentare la crisi di fiducia nella scienza e negli scienziati. In altre parole ha enfatizzato i rischi di abusi o danni che le ricadute tecnologiche della ricerca scientifica potrebbero produrre, oscurandone sistematicamente i benefici attuali e potenziali.
Nei Paesi con una forte tradizione scientifica e una comunità di scienziati politicamente influente sono stati trovati dei punti di equilibrio interessanti. Recenti studi sociologici sostengono addirittura l’istituzionalizzazione/professionalizzazione della bioetica ha contribuito in alcune situazioni a proteggere la scienza dal ricorso a leggi o regolamentazioni emanate sull’onda di risposte emotive, che potrebbero condizionare la libertà di ricerca e il progresso scientifico e tecnologico. In questo senso la bioetica ha probabilmente funzionato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. E fino a qualche anno fa anche in Italia. Il diffuso fenomeno di moralizzazione delle biotecnologie, per esempio, sarebbe servito positivamente a categorizzare le paure diffuse nella società, prendendo sul serio preoccupazioni spesso frutto di incomprensioni o enfatizzazioni dei rischi e riconducendole progressivamente nel solco di un approccio più razionale.
La bioetica, comunque, non ha contribuito a gettare un ponte tra scienza e società. In Italia, poi, ha sfruttato le debolezze strutturali e lo scarso impatto politico-culturale della comunità scientifica, nonché si è alimentata dei pregiudizi antiscientifici diffusi all’interno delle tradizioni culturali cattolica e crociano-marxista, fomentando la paura per la scienza e la diffidenza verso gli scienziati. In questa azione è stata ed è ovviamente favorita e assecondata dai modi improvvisati, indecisi ovvero senza un background conoscitivo e progettuale, che hanno caratterizzato il governo politico della ricerca e dell’istruzione degli ultimi quarant’anni. Il legame per certi versi piuttosto inquietante, che si è andato stringendo tra una bioetica antiscientifica e una politica indifferente al peso che la conoscenza scientifica svolge nei processi di sviluppo dell’economia occidentale, sta mettendo a rischio la libertà di ricerca, produce mostruosità normative come la legge sulla fecondazione assistita votata dalla Camera dei deputati e connota il pressappochismo moralistico della maggior parte dei documenti dei nostro Comitato nazionale per la bioetica.