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Testamento biologico, sì di laici e cattolici
Intesa nel
Comitato di bioetica. I pazienti decideranno se rinunciare alle cure in caso
di malattia inguaribile, il medico potrà opporsi
ROMA - Il testamento biologico in Italia non
è più un tabù. Le due parole che, messe insieme, facevano venire i brividi a
una larghissima parte del mondo scientifico, medico e filosofico, potrebbero
trovare nel giro di pochi mesi il loro posto in una legge del Parlamento. La
base per arrivare a un risultato che si temeva impraticabile è costituita da
un documento che verrà discusso il prossimo mese dal Comitato Nazionale di
Bioetica (il Cnb). Nel testo, concepito proprio con l’obiettivo di
raggiungere l’unanimità, si raccomanda alle Camere di licenziare una legge
sul living will , inteso come diritto del cittadino a formalizzare le
proprie volontà sul termine della propria vita e sulle terapie da applicare
in caso di malattia incurabile e di incapacità a esprimersi in quel momento.
Uno strumento ben distinto dall’eutanasia. Il presidente del Comitato,
Francesco D’Agostino, filosofo del diritto, indica una soluzione che ha
trovato il consenso di laici e cattolici. I desideri messi nero su bianco dal
paziente devono essere tenuti in considerazione dal medico il quale non ha un
obbligo assoluto di rispettarli. In questo caso però il sanitario deve
giustificare con un atto formale perché ha disatteso quelle richieste. E’
previsto un curatore di interessi, persona che interviene se dovessero
sorgere difficoltà di interpretazione delle direttive anticipate. Il testo
per un mese sarà a disposizione dei membri del Comitato per una riflessione,
poi il parere definitivo.
MEDIAZIONE - La proposta costituisce una mediazione nel senso migliore del
termine e fa perno sul senso di responsabilità dei 50 saggi che stavano
lavorando da un anno e mezzo su un’ipotesi di accordo, senza risultati
concreti. Prima dell’estate sembrava che non ci fosse possibilità di dialogo
e che fosse in pericolo addirittura il futuro del gruppo. A questo punto D’Agostino
si è messo in gioco in prima persona facendo perno sulla propria esperienza,
tessendo una formulazione condivisa, dove cattolici e laici hanno
rispettivamente accettato qualcosa di sgradito: i primi la prospettiva di una
legge, i secondi il carattere non vincolante del living will , boccone
molto più amaro del precedente.
«La vedo come una mediazione possibile - commenta Demetrio Neri, laico -.
E’ necessario offrire una normativa di sostegno al medico che non può gestire
da solo il termine della vita. Il timore era che fosse relegato al ruolo di
esecutore, invece la sua autonomia resta intatta». Da parte cattolica si
ammette che è un valido tentativo di trovare una via d’uscita: «C’è qualche
perplessità, ma non sostanziale». L’Italia non poteva più temporeggiare.
Spagna e Danimarca hanno già legiferato sul living will e la
Convenzione di Oviedo, dove questo strumento è delineato, è troppo generica
per fungere da testo di riferimento.
SIRCHIA - A coinvolgere direttamente il Cnb con la richiesta di un parere era
stato a fine novembre 2002 il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, ostile
a ogni forma di eutanasia ma favorevole a un testamento biologico
all’americana: il «do not resuscitate». Il dibattito sulle direttive
anticipate è tornato sempre più spesso d’attualità negli ultimi mesi, segnale
che i tempi sono maturi per una scelta. Prima dell’estate il presidente della
Consulta di bioetica Valerio Pocar (non governativa, organismo ben distinto
dal Comitato) aveva lanciato un manifesto a favore della libertà di cura e
contro l’accanimento terapeutico firmato da sindaci, premi Nobel, filosofi,
scienziati e politici di ogni sponda. Se andasse in porto, quella sul living
will sarebbe la seconda grande legge italiana di contenuto bioetico dopo
l’aborto. La prossima settimana il Senato comincerà a discutere di
fecondazione artificiale, ma il cammino del provvedimento potrebbe essere più
lungo del previsto.
SCHEDA - Il testamento biologico prevede una scheda dove il cittadino indica
le proprie volontà sui trattamenti terapeutici che vorrà o non vorrà ricevere
il giorno in cui non fosse più in stato di coscienza e le sue condizioni
apparissero irreversibili. Qualcosa di ben diverso dall’eutanasia. Potrà
chiedere di non essere rianimato, che vengano sospese cure inefficaci sul
piano della guarigione, capaci solo di posticipare l’appuntamento con la
morte. Chiederà di non diventare oggetto di accanimento terapeutico, pratica
rigettata dal Codice deontologico dei medici ma dove è facile indugiare, in
virtù delle tecniche rianimatorie offerte dalla medicina ipertecnologica.
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