RASSEGNA STAMPA

19 SETTEMBRE 2003
ADRIANO PESSINA
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TEST GENETICI TRA MITO E BUSINESS

 

Finora c'è stato l'oroscopo, forma popolare, non sempre innocua di rassicurazione per l'uomo in ansia in ragione del proprio futuro. Oggi, epoca delle scienze predittive, c'è la genetica. Paragone irriguardoso ed irritante, forse, ma paragone necessario, se si vuol capire la dinamica esistenziale ed emotiva che sta alla base dell'incremento di richieste di test genetici, e del proliferare di centri disposti a soddisfarla.

Precisiamo, per chi temesse un'offesa alla maestà della scienza medica: la genetica è una disciplina seria, e dalle ricerche di genetica ci possiamo aspettare nuovi contributi alla comprensione (e forse anche cura) di molte malattie. Non è però difficile evocare gli abusi reali e quelli possibili legati alle capacità predittive dei test genetici, sui quali si sono già scritte molte e molte pagine, spesso rimaste negli scaffali dell'erudizione. Dobbiamo chiederci: quali sono le condizioni culturali che impediscono alla genetica di diventare, un'"arma impropria", che può minacciare la serenità dell'esistenza, permettere un'irruzione nella vita privata di ognuno, favorire discriminazioni sociali e umane? Oggi venire al mondo è molto difficile se non si supera il test della salute: i figli, sempre più pensati ed attesi come "prodotto controllato" del desiderio degli adulti, debbono dimostrare di essere all'altezza del mito della salute.

Ma anche per noi adulti c'è un test da superare, magari per dimostrare all'assicurazione sulla vita o al nostro datore di lavoro che non siamo predisposti (ma una qualche predisposizione c'è sempre, non dubitiamolo!) al tumore o all'ictus, e che non siamo geneticamente predestinati a finire i nostri giorni prima di aver pagato le rate dell'auto o il mutuo. E poi, perché non dar corda anche all'ammalato immaginario che c'è in ognuno di noi per verificare se non è proprio l'assenza di qualsiasi sintomo, il fatto cioè di star bene, il segno premonitore che è in agguato la malattia, quella malattia che, ogni giorno, in qualche inserto dedicato alla salute, in qualche trasmissione che insegna ad essere belli e sani, abbiamo scoperto essere così diffusa?

Nelle rappresentazioni mass-mediatiche della genetica (non certo nella scienza genetica in quanto tale), rivivono, sotto altre vesti, il monito del "conosci te stesso" (e la genetica ci assicura che il diario della nostra esistenza è scritto proprio lì, nel nostro patrimonio genetico!) e il timore di una predestinazione che ci travalica e ci determina: non c'è salute, cioè salvezza, per chi non conosce il proprio Dna e non si affida alla cura della medicina. Ma la realtà è un'altra, la condizione umana non è narrata soltanto dalla storia dei nostri geni, e il valore della salute non può surrogare il valore del nostro essere uomini.

Nella ricerca della salute rischiamo di perdere proprio noi stessi, creando nuove sofferenze, nuove morti, nuove ingiustizie. Qualcuno fa anche "cassa". Con la malattia si possono fare buoni affari, anche leciti: con la paura della malattia, o con la preoccupazione di perdere la salute, se ne possono fare di migliori, anche illeciti. Stabilire delle regole è necessario, ma soprattutto occorre costruire una cultura della vita, fisica e morale, che governi le possibilità inscritte nelle ricerche scientifiche.

 

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