RASSEGNA STAMPA

12 SETTEMBRE 2003
ANNA MELDOLESI
[

Dr. Butler, il nuovo «caso Baltimore»

Più che una spy story post 11/9, è la storia di una incredibile
persecuzione giudiziaria

Lo scorso gennaio è stato portato via in manette dopo che agenti erano piombati alla Texas Tech University per un'indagine sul bioterrorismo. Oggi il; noto microbiologo Thomas Butler non è, ancora uscito dall'incubo, dopo mesi di arresti domiciliari, sospeso dall'università, Butler attende l'inizio del processo a novembre.
E la sua vicenda piuttosto che una spy, story da post-11 settembre assomiglia sempre più a una persecuzione giudiziaria.
Lo specialista di malattie infettive gode del fermo sostegno dei colleghi: in agosto l'Accademia Nazionale delle scienze (Aaas) e l'Istituto dì medicina hanno scritto al procuratore generale invocando un trattamento più equo. Il comitato per i diritti umani dell'Aaas che generalmente si occupa degli scienziati incarcerati dai regimi illiberali ha fatto un eccezione per seguire i destini del ricercatore dentro i confini Usa.
Lo scienziato incaricato da Bush di studiare la risposta nazionale a un eventuale attacco con armi biologiche ha definito
incredibile l'accanimento contro Butler. Ma tutto questo non è bastato ad ammorbidire l'Fbi, che la scorsa settimana ha allungato la lista delle accuse: ai 15 capi di imputazione iniziali pari a 74 anni di carcere ne ha aggiunti altri 54. E cosi ora Butler, accusato di aver portato campioni di peste dalla Tanzania senza rispettare alla lettera le normative Usa e di non aver saputo rendere conto della sorte di alcune provette, si trova intrappolato anche in una rete di accuse minori come la tempistica della sua denuncia dei redditi. In attesa degli esiti del processo, insomma, ci sono già ragioni sufficienti per chiedersi quanto valgano i diritti civili degli scienziati paese che pure ospita la comunità scientifica più potente del mondo,
Il caso Butler è certamente figlio delle ceneri di ground zero e del controllo crescente che la politica esercita su settori della ricerca di interesse militare come la microbiologia. Il dibattito ai limiti della paranoia che si è svolto quest'anno sulla secretazione dei lavori scientifici riguardanti agenti patogeni che potrebbero interessare eventuali bioterroristi, rappresenta un buon termometro della situazione. Ma liquidare la vicenda come se fosse soltanto il frutto avvelenato di un'America repubblicana che dopo lo shock ha perso il senso della misura sarebbe un errore.
Alla fine degli anni '90 infatti l'America democratica ha costruito il caso Wen Ho Lee, e prima ancora la scienza Usa ha subito le ferite del caso Baltimore. Lee, fisico americano di origini formosane, ha passato 9 mesi in carcere con l'accusa di aver girato alla Cina dati classificati dei laboratorio di Los Alamos dove lavorava a un programma di simulazione del pre-innesto della testata nucleare W-88 . Alla fine del processo che ha chiuso un'indagine pluriennale condotta dal Dipartimento dell'energia sotto forti pressioni politiche, Clinton ha dovuto fargli le sue scuse e lo stesso giudice ha dichiarato che la sua detenzione era stato un terribile errore.
Dei 59 capi d'acccusa pari a decine di ergastoli ne era rimasto in piedi uno solo, quello di aver fatto ciò che tutti i ricercatori fanno anche se non dovrebbero: portarsi il lavoro a casa, in questo caso trasferendo sul proprio Pc parte del software per le simulazioni.
Chi sullo sfondo ci sia al Qaeda o l'incubo cinese cambia poco per costruire simili casi monstre: ci vuole l'ambizione dì politici che fiutano il clima giusto per mettere a segno un grande colpo e aizzano la stampa con fughe di notizie pilotate. Gli scienziati, le cui pratiche mal si conciliano con regole rigide e i cui obiettivi appaio spesso oscuri, difficilmente riescono a far sentire le proprie ragioni in mezzo al frastuono. Il meccanismo è sempre lo stesso, quello raccontato da Daniel Kevles ne Il caso Baltimore. Allora fu il nobel David Baltimore a finire nel tritatutto accusato dì frode per un lavoro pubblicato su Cell nel 1986. Ci vollero 10 anni per scagionare lui e  suoi collaboratori dalle accuse infamanti mosse da un sottocomitato del Congresso e dal linciaggio dei media.
Quella volta non c'erano minacce militari all'orizzonte, ma una miccia politica altrettanto potente. La smania di alcuni deputati di vestirsi da fraud busters per dimostrare una tesi cara ad Al Gore, quella secondo cui soltanto un giro di vite nei rapporti tra scienza e politica poteva ripulire la comunità scientifica dai troppi ricercatori imbroglioni che agivano indisturbati. La voglia della politica di entrare nei laboratori può prendere strade inconsuete, anche quella della caccia alle streghe.

 

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