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Dr. Butler, il nuovo «caso Baltimore»
Più che una spy story post 11/9, è la storia
di una incredibile
persecuzione giudiziaria
Lo scorso gennaio è stato portato via in manette dopo che agenti erano
piombati alla Texas Tech University per un'indagine sul bioterrorismo. Oggi
il; noto microbiologo Thomas Butler non è, ancora uscito dall'incubo, dopo
mesi di arresti domiciliari, sospeso dall'università, Butler attende l'inizio
del processo a novembre.
E la sua vicenda piuttosto che una spy, story da post-11 settembre assomiglia
sempre più a una persecuzione giudiziaria.
Lo specialista di malattie infettive gode del fermo sostegno dei colleghi: in
agosto l'Accademia Nazionale delle scienze (Aaas) e l'Istituto dì medicina
hanno scritto al procuratore generale invocando un trattamento più equo. Il
comitato per i diritti umani dell'Aaas che generalmente si occupa degli
scienziati incarcerati dai regimi illiberali ha fatto un eccezione per
seguire i destini del ricercatore dentro i confini Usa.
Lo scienziato incaricato da Bush di studiare la risposta nazionale a un
eventuale attacco con armi biologiche ha definito
incredibile l'accanimento contro Butler. Ma tutto questo non è bastato ad
ammorbidire l'Fbi, che la scorsa settimana ha allungato la lista delle
accuse: ai 15 capi di imputazione iniziali pari a 74 anni di carcere ne ha
aggiunti altri 54. E cosi ora Butler, accusato di aver portato campioni di
peste dalla Tanzania senza rispettare alla lettera le normative Usa e di non
aver saputo rendere conto della sorte di alcune provette, si trova
intrappolato anche in una rete di accuse minori come la tempistica della sua
denuncia dei redditi. In attesa degli esiti del processo, insomma, ci sono
già ragioni sufficienti per chiedersi quanto valgano i diritti civili degli
scienziati paese che pure ospita la comunità scientifica più potente del
mondo,
Il caso Butler è certamente figlio delle ceneri di ground zero e del
controllo crescente che la politica esercita su settori della ricerca di
interesse militare come la microbiologia. Il dibattito ai limiti della
paranoia che si è svolto quest'anno sulla secretazione dei lavori scientifici
riguardanti agenti patogeni che potrebbero interessare eventuali
bioterroristi, rappresenta un buon termometro della situazione. Ma liquidare
la vicenda come se fosse soltanto il frutto avvelenato di un'America
repubblicana che dopo lo shock ha perso il senso della misura sarebbe un
errore.
Alla fine degli anni '90 infatti l'America democratica ha costruito il caso
Wen Ho Lee, e prima ancora la scienza Usa ha subito le ferite del caso
Baltimore. Lee, fisico americano di origini formosane, ha passato 9 mesi in carcere
con l'accusa di aver girato alla Cina dati classificati dei laboratorio di
Los Alamos dove lavorava a un programma di simulazione del pre-innesto della
testata nucleare W-88 . Alla fine del processo che ha chiuso un'indagine
pluriennale condotta dal Dipartimento dell'energia sotto forti pressioni politiche,
Clinton ha dovuto fargli le sue scuse e lo stesso giudice ha dichiarato che
la sua detenzione era stato un terribile errore.
Dei 59 capi d'acccusa pari a decine di ergastoli ne era rimasto in piedi uno
solo, quello di aver fatto ciò che tutti i ricercatori fanno anche se non
dovrebbero: portarsi il lavoro a casa, in questo caso trasferendo sul proprio
Pc parte del software per le simulazioni.
Chi sullo sfondo ci sia al Qaeda o l'incubo cinese cambia poco per costruire
simili casi monstre: ci vuole l'ambizione dì politici che fiutano il clima
giusto per mettere a segno un grande colpo e aizzano la stampa con fughe di
notizie pilotate. Gli scienziati, le cui pratiche mal si conciliano con regole
rigide e i cui obiettivi appaio spesso oscuri, difficilmente riescono a far
sentire le proprie ragioni in mezzo al frastuono. Il meccanismo è sempre lo
stesso, quello raccontato da Daniel Kevles ne Il caso Baltimore. Allora fu il
nobel David Baltimore a finire nel tritatutto accusato dì frode per un lavoro
pubblicato su Cell nel 1986. Ci vollero 10 anni per scagionare lui e suoi collaboratori dalle accuse infamanti
mosse da un sottocomitato del Congresso e dal linciaggio dei media.
Quella volta non c'erano minacce militari all'orizzonte, ma una miccia
politica altrettanto potente. La smania di alcuni deputati di vestirsi da
fraud busters per dimostrare una tesi cara ad Al Gore, quella secondo cui
soltanto un giro di vite nei rapporti tra scienza e politica poteva ripulire
la comunità scientifica dai troppi ricercatori imbroglioni che agivano
indisturbati. La voglia della politica di entrare nei laboratori può prendere
strade inconsuete, anche quella della caccia alle streghe.
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