![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 SETTEMBRE 2003 |
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L' 11 settembre del
1903 nasceva Theodor W. Adorno, il filosofo della «dialettica negativa» che
vedeva nell'età moderna un ineluttabile crollo di valori e la negazione della
vita: cento anni dopo, la teoria sembra trovare riscontro nella realtà dei
tragici attentati dell'11 settembre. La ricorrenza viene commemorata in
Germania, e nella sua città natale Francoforte, con numerose iniziative: una
grande mostra, l'inaugurazione di un monumento, una cerimonia solenne, l'uscita
di scritti inediti del filosofo, e varie biografie che gettano una nuova luce
sulla sua vita privata. La «W» nel cognome di Adorno sta per Wiesengrund, nome
che il filosofo portò fino al '38 quando fu costretto, essendo ebreo, a
riparare in esilio negli Usa: allora preferì ridurre a una sola iniziale il
nome paterno di chiare origini ebraiche e assumere invece quello della madre,
una cantante italiana. La «Dialettica dell'illuminismo», il primo testo
importante dell'autore, fu infatti scritto in esilio, a Los Angeles nel 1947, a
quattro mani con l'amico Max Horkheimer che nel '49 riaprì assieme a lui la
prestigiosa «Scuola di Francoforte». «Il mondo è un sistema dell'orrore» che
porta le «masse tecnicamente educate» alla «paranoia popolare e razzista»,
sostengono i due autori. Secondo la loro tesi, è proprio il cosiddetto ideale
di «progresso» del mondo moderno che ha gettato la società nella più completa
«barbarie», permettendo cioè la guerra e l'Olocausto. Per i filosofi, il
modello occidentale, nato dalla volontà dell'uomo di governare la natura, non
poteva condurre che al dominio dell'uomo sull'uomo e ad una negazione della
libertà individuale. Corollario di questa «teoria critica» è la cosiddetta
«critica dell'industria culturale», che con «la sua valanga di informazioni
minute e divertimenti addomesticati scaltrisce e istupidisce allo stesso
tempo». A queste idee si ispirava proprio la rivolta studentesca del '68, che
però Adorno bollò come «brutalità idiota»: una occupazione di studenti
dell'Istituto di Sociologia a Francoforte, di cui allora Adorno era direttore,
fu fatta da lui sgomberare dalla polizia nel '69. Anche il jazz era secondo
Adorno cultura mercificata: «non ha niente a che fare con l'arte», sentenziava
il filosofo, che però notoriamente aveva il debole per il tango. Anche le sue
critiche spietate della tv e del cinema, da lui definito una nuova «idolatria»,
non gli impedivano tuttavia di seguire con gusto la sua serie tv preferita
sulle scimmie «Daktari». È proprio su questi e altri aspetti della vita privata
dell'uomo Adorno che si soffermano i biografi tedeschi per il suo centenario,
mentre Francoforte organizza mostre sulla sua vita, con foto e copie di
scritti, lettere e appunti privati. Nelle biografie (tre nuove in Germania solo
in questi giorni) si rivaluta peraltro la figura della moglie Gretel Karplus,
che gli prendeva appunti, batteva a macchina, chiosava con note a margine i
suoi scritti e ribatteva instancabilmente le sue bozze. Grazie anche a Gretel
sono nati testi che hanno influenzato intere generazioni, come i «Minima
Moralia. Meditazioni sulla vita offesa» ('51), una sorta di nuova etica
«decostruita» dopo la fine della morale, o la «Dialettica negativa» ('66),
primo tentativo sistematico di ribaltamento della filosofia hegeliana. Per
decenni nell'ombra invece, rispetto al filosofo, è stato l'Adorno musicista.
Tuttavia oggi, il bambino prodigio, che studiò composizione con Alban Berg a
Vienna e fu anche critico musicale, viene visto come parte integrante del
filosofo autore della «Teoria Estetica». Nel testo, pubblicato postumo nel 1970
un anno dopo la sua morte, Adorno sostiene che proprio all'arte, dopo
Auschwitz, è affidato il compito del «risarcimento immaginario dalla catastrofe
della storia del mondo».