RASSEGNA STAMPA

7 SETTEMBRE 2003
ARMANDO MASSARENTI
[Jürgen Habermas e Peter Singer al XXI Congresso mondiale di filosofia sui problemi morali del nuovo ordine mondiale

I diritti della globalizzazione

l XXI Congresso mondiale di filosofia, che si è tenuto a Istanbul dal 10 al 17 agosto, è stato meno "professionale" del precedente, tenutosi a Boston nel 1998. Nel senso che, soprattutto nelle sessioni plenarie, si sono privilegiati temi di carattere generale, confinanti con il discorso politico, che facilitano un genere di filosofia più incline alla "retorica" che non alla "logica" (per dirla con Giulio Preti, cui peraltro era dedicata una interessante discussione). Non che siano mancate le sessioni su ambiti specifici. Al contrario, non vi era branca della filosofia cui non fossero dedicati uno o più incontri paralleli: metafisica, ontologia, gnoseologia, filosofia del linguaggio, etica, logica, filosofìa della matematica e filosofie di altre  scienze, dalla fisica  all'economia. Dell'economia si sono affrontati i rapporti con l'etica e con il diritto, attraverso temi come quelli dell'inquinamento, delle misure della povertà, della società giusta e dei diritti individuali. E sono stati questi ultimi temi ad aver dato maggiore sostanza al titolo, generalissimo, del congresso: «La filosofia affronta i problemi mondiali». Il risultato è stato un convegno mastodontico, che però non può soddisfare i palati più esigenti e più aggiornati sulle singole questioni filosofiche - mancavano quasi sempre i nomi più importanti o più innovativi nelle singole discipline - ma che tuttavia ha presentato notevoli spunti di riflessione, grazie alla presenza di alcuni filosofi di grande rilievo, come il  tedesco  Jürgen Habermas e l'australiano Peter Singer.

Uno dei temi ricorrenti del congresso è stato quello relativo ai diritti umani. I diritti umani sono, dal punto di vista filosofico, alquanto controversi. Argomentare conclusivamente sul l'esistenza di diritti "fondamentali" è probabilmente impossibile. Vi sono concezioni dell'etica che ne fanno del tutto a meno. Per esempio l'utilitarismo, il cui padre fondatore, Jeremy Bentham, attaccò la Rivoluzione francese proprio per la sua insistenza sull'esistenza di diritti  umani  universali,  che  egli non esitò a definire astrazioni senza senso e assurdità al cubo. Anche Singer è un utilitarista. E come tale, data la vocazione universalistica di tale dottrina morale, è in prima fila per la definizione dei problemi mondiali. In Italia è appena uscita la traduzione del suo ultimo libro, che si intitola appunto One World. L'etica della globalizzazione (Einaudi, Torino 2003).

                «Questioni come quelle della giustizia e della povertà hanno dimensioni planetarie», ci ha detto Singer, per il quale «esiste un obbligo da parte delle nazioni ricche ad aiutare quelle povere». «Ma ci sono anche altri problemi mondiali - continua il filosofo australiano - . Abbiamo visto nei mesi scorsi emergere questioni riguardanti il diritto di una nazione ad un’azione preventiva contro ciò che sente come una minaccia da parte di un’altra nazione. O il diritto di intervenire in un’altra nazione per liberare la popolazione da una dittatura. Ci sono questioni relative alle leggi internazionali, e anche questioni fondamentali di carattere morale, perché tra moralità e leggi internazionali il legame è spesso molto stretto».

«Come utilitarista non penso che i diritti siano "fondamentali" - continua Singer - . Ma questo non significa che i diritti non giochino nessun ruolo per gli utilitaristi. Ci sono differenti livelli di discorso e di pensiero morale. Solo al livello della definizione dei fondamenti i diritti non sono presenti. Ma se ci si sposta a un livello pratico e ci si chiede che tipo di istituzioni sociali dovremmo accettare per avere una buona società, allora i diritti  rientrano  in  gioco.  Perché una buona società dovrebbe riconoscere che i propri membri hanno certi diritti. E a livello i globale dobbiamo prendere sul serio che tutti gli esseri umani hanno certi diritti. Questa possibilità può essere giustificata anche in vista dello scopo fondamentale dell'utilitarista: creare un mondo dove si massimizza il benessere umano, o il benessere di tutti gli esseri senzienti. Un diritto non è qualcosa di assoluto ma qualcosa che può essere difeso con buoni argomenti. Riguardo al diritto a non essere torturati, in teoria, e particolarmente in un'epoca di terrorismo e di armi nucleari, si potrebbero immaginare circostanze in cui la tale pratica è giustificata. Ma sappiamo bene che cosa significa permettere la tortura. Così penso che sia importante argomentare a favore di un diritto contro la tortura che sia radicato nelle istituzioni sociali e nella legislazione. Lo stesso vale per la detenzione preventiva. Negli Stati Uniti molte persone sono detenute per questioni di terrorismo senza che vi siano accuse precise contro di loro. Abbiamo bisogno di ricordare l'importanza di questi diritti  come  una  garanzia di  base per le libertà individuali».

I diritti degli individui del resto si sono imposti negli ultimi anni, sopravanzando quelli degli stati nazionali. È questo un effetto importante della globalizzazione, sottolineato sia da Singer che da Habermas. «Oggi l'agenda delle Nazioni Unite -  ha sostenuto Habermas nella relazione di apertura - va oltre il progetto kantiano che si proponeva il semplice mantenimento della pace tra le nazioni e si propone di garantire il rispetto dei diritti umani nel mondo. I singoli cittadini oggi sono immediatamente riconosciuti come soggetti alla legge internazionale», evitando la mediazione degli stati, i quali un tempo erano la sola istituzione che poteva garantire o no i diritti individuali.  Habermas crede che sia  stata produttiva la strada che, a partire dall'ideale kantiano della pace perpetua, ci ha portati alla nascita delle Nazioni Unite e alle innovazioni giuridiche che negli ultimi anni forniscono loro sempre maggiori possibilità concrete di intervenire in caso di violazione dei diritti. Si tratta di un processo più vicino al modo in cui si stanno interiorizzando nuovi valori morali nelle popolazioni di tutto il mondo, rispetto all'imposizione di una Pax Americana, sia pure ispirata allo stesso desiderio di mantenere la pace e di garantire i diritti individuali.

Fanno parte di questo processo di interiorizzazione anche i programmi promossi in prima persona dalla presidente della Società filosofica turca, Ioanna Kuçaradi, a partire da un progetto dell'Unesco (che è anche sponsor del convegno). «Abbiamo organizzato una serie di corsi di filosofia per forze dell'ordine, pubblici ufficiali, giudici, magistrati, giornalisti, e per il personale delle carceri, per diffondere la consapevolezza dell'importanza dei diritti umani», spiega Kuçaradi. «Il progetto prende le mosse dall'idea che sia molto più veloce ed efficace partire da queste categorie piuttosto che rivolgerci direttamente ai cittadini portatori di tali diritti. Ritengo che sia sbagliato diffondere l'idea che i diritti umani siano soprattutto qualcosa che protegge l'individuo contro lo Stato. La ragion d'essere dello Stato deve essere proprio quella di proteggere i diritti umani. Per questo lo Stato deve dare priorità ai progetti educativi efficaci per diffondere una cultura dei diritti umani».

Organizzare un congresso mondiale sull'utilità pratica della riflessione filosofica in campo morale e politico è stata una buona idea, soprattutto in questo momento. Forse però gli organizzatori sarebbero dovuti andare più a fondò, orientando in questa direzione anche le altre sessioni che invece sembravano nel loro complesso indicare piuttosto l'ambiziosa volontà di coprire ogni singola branca del lavoro filosofico. Tutto sommato è provabile che anche l’ontologia, la logica o la filosofia del linguaggio abbiano qualcosa da dire sui problemi del mondo.

 

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