![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 SETTEMBRE 2003 |
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Per cinquant'anni abbiamo considerato i diritti dell'uomo come una delle conquiste politiche di cui andare maggiormente fiere. Sapevamo - perché ce l'aveva insegnato Norberto Bobbio - che i
diritti sono protezioni di bisogni ed esigenze umane, che sono nati in Europa, con l'individualismo, intorno al 1600, che sono forme storiche soggette a mutamento: non immaginavamo che lo splendore di tali idoli potesse offuscarsi. Eppure il mito dei diritti dell'uomo si è appannato negli ultimi anni a causa di alcuni nodi problematici non risolti dall'inizio, e che vengono ora al pettine uno dopo l'altro; tra questi, i problemi della fondazione dei diritti dell'uomo, dell'universalizzazione,
infine della loro esportazione o imposizione in contesti culturali e politici molto diversi da quelli che li produssero.
Michael Ignatieff, storico, saggista e giornalista, canadese, di formazione britannica e statunitense, intellettuale liberale doc, autore che ha sempre lavorato sulla frontiera tra la politica e la filosofia morale, propone, in queste «Tanner Lectures» tenute all'università di Princeton nel 2000, una argomentazione a base di storia, filosofia ed esempi contemporanei, tanto plausibile quanto discutibile. Ignatieff individua innanzitutto due ambiti di crisi dei diritti dell'uomo: politico e spirituale. Intorno al primo constata che l'Occidente sta intervenendo in questo campo come mai prima d'ora, eppure così facendo corrode la legittimità stessa dei diritti. Questo sia per mancanza di coerenza (invece di parcere victis, debellare superbos, ce la prendiamo con gli Stati deboli e chiudiamo gli occhi di fronte ai soprusi dei potenti); sia perché violiamo l'autodeterminazione e la sovranità degli Stati; sia infine in quanto dopo l'intervento a favore dei diritti violati siamo incapaci di creare istituzioni legittime. Del secondo ambito, quello "spirituale", Ignatieff rileva che la crisi investe l'interpretazione di queste norme se ritenute divine, sacre, naturali. La soluzione generale proposta da Ignatieff è l'adozione di una formula minimalista, di un vocabolario comune che non va molto oltre l'intuizione di base secondo la quale «ciò che è dolore e umiliazione per un altro è destinato a essere dolore e umiliazione per me». Questo nucleo minimo rientra in una teoria leggera dei diritti che deve avere tuttavia il coraggio di riconoscere, di fronte alla critica proveniente da culture collettivistiche, che il discorso sui diritti è individualistico e rientra nella dottrina della libertà negativa di Berlin, la libertà «da», non la libertà «di». La teoria di Ignatieff non prescrive in positivo il tipo di vita buona da condurre, ma si limita a definire e mettere al bando il negativo.
L'idea di partire dal negativo è ripresa anche da uno dei due commenti critici, quello di Salvatore Veca. Accettare la «priorità - del male» vuol dire per Veca capire una semplice cosa: che, mentre l'idea del bene divide, l'idea del male unifica perché tutti sappiamo che cos'è; quindi la minimizzazione del male e della sofferenza è preferibile alla massimizzazione di una qualche idea del bene.
Le incongruenze della teoria «leggera» di Ignatieff vengono messe in rilievo dall'intervento di Danilo Zolo che chiude il volume. Il pacchetto di diritti ridotti alla individualistica libertà negativa può - secondo tale teoria - essere proposto e imposto ad alcuni Stati, violandone la sovranità e soprattutto calpestando il primo diritto umano, quello alla vita, di tante persone inermi. Così l'individualismo negativo tanto thin di Ignatieff va a offrire una giustificazione proprio a quel nuovo diritto il cui uso e abuso, di questi tempi, ha finito per mettere in crisi tutti gli altri diritti, ovvero il discusso «diritto di ingerenza umanitaria».