![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 22 AGOSTO 2003 |
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Erano le tredici e trenta del giorno 22 di un agosto caldo come questo nostro
quando, sotto l’autorità severa di un silente Sterminator Vesevo, presso il
casale di Cercola nasceva, da Don Cesare, principe di Arianiello, Gaetano Filangieri.
Si era nel cuore del secolo dei Lumi e nel pieno di quella stagione di riforme
che ancora viveva, nel Mezzogiorno d’Italia, della forza di un sogno, della
fede in quel regno autonomo e illuminato promesso alla terra dei viceré dal
«nostro re» Carlo di Borbone. Era il 1753 e quel bambino - che nasceva figlio
cadetto di una famiglia «il lustro della quale è molto maggiore delle sue
ricchezze», come scriverà egli stesso a Benjamin Franklin trent’anni dopo - era
destinato a divenire una delle più alte voci della cultura europea in un secolo
pur assai generoso.
Visse trentacinque anni, Filangieri, anni divisi tra una frenetica attività
intellettuale e un’inesausta lotta per garantirsi a un tempo sussistenza e
indipendenza, vocato agli studi e «condannato a fare il guerriero mio
malgrado».
Ci lascerà un vasto carteggio, testimonianza di rapporti con i maggiori tra i
suoi contemporanei, alcuni scritti che solo per estensione definiremo «minori»
e, soprattutto, La Scienza della Legislazione, l’opera di una vita, cui
attenderà per più di quindici anni e che solo una morte prematura costringerà a
lasciare incompiuta.
Ma perché ricordare, oggi, Gaetano Filangieri? Solo per un’accidentale
configurazione aritmetica di date? Ovviamente no. È il suo pensiero, il suo
lascito intellettuale, che ci tocca e ci deve interessare e, come vedremo, non
certo per un mero esercizio di laudatio temporis acti.
Non si ha qui la pretesa di poter racchiudere in pochi tratti la complessità di
un pensiero che, primo in Europa, ampliava programmaticamente lo sguardo,
muovendo dalla riforma della legislazione fino a porsi l’obiettivo di rinnovare
in ogni campo lo svolgersi della vita civile, dalla giustizia alla politica,
dalla religione all’educazione all’economia. È dunque il progetto di una nuova
Polis, quello articolato dal «Platone d’Italia» - come lo chiamerà, in una
lettera del gennaio 1786, l’amico Carlo Mazzacane - che, pur racchiudendo
alcuni caratteri d’utopia, non peccherà mai d’astrattezza e mirerà sempre a una
giuridica e civile uguaglianza.
È il settembre del 1774. Bernardo Tanucci, Primo ministro del regno, promulga
una legge tanto attesa quanto innovativa nel campo dell’amministrazione della
giustizia. In essa si affermava un fondamentale principio giuridico, fino
allora ignorato. Le sentenze dei tribunali del regno dovevano essere fondate
solo su leggi in vigore e non più sull’oscura e «nuda autorità» degli arcana
juris esercitata dai magistrati, e soprattutto i giudici erano chiamati a
motivare «a stampa» le loro risoluzioni.
Il giovane Filangieri comprende subito l’importanza del provvedimento e, con
slancio «d’entusiasmo e di speranza» fa apparire, entro quello stesso anno, le
sue Riflessioni politiche su l’ultima legge del Sovrano che riguarda la riforma
dell’amministrazione della Giustizia, dedicandole proprio al Tanucci. In esse
egli riconosce nella nuova legge la vittoria della certezza del diritto
sull’arbitrio dei magistrati e dei «paglietti», ma soprattutto l’affermazione
del primato della legge su ogni soggetto della vita civile, fosse anche lo
stesso potere del Sovrano.
La pubblica motivazione delle sentenze garantisce tutti i soggetti coinvolti
nel processo e, una volta verificata la loro coerenza, nemmeno la più alta
autorità dello stato può essere legittimata a contraddirle o a revocarle in
dubbio. È la legge a vincere e con essa la funzione garante di una nascente
«pubblica opinione», perché le società vanno subordinate «alle leggi dello
Stato, senza sottoporle alla immediata autorità di colui che le detta».
Ma cosa aveva portato a una corruzione così diffusa nell’esercizio della
giustizia, tanto da costringere il legislatore a intervenire? È, ci dice
Filangieri, l’oppressione, l’ingiustizia, la corruzione dei costumi che
avvengono quando vi è un’eccessiva concentrazione di potere in poche mani.
È il porsi dell’uomo, del singolo, al di sopra della legge, che apre
all’arbitrio. Nei giureconsulti, come nei magistrati, nei ministri del regno
come nei baroni che si alimentavano di quel potere feudale che ancora dominava
in vaste aree dell’Europa (ma in maniera peculiare nel nostro Mezzogiorno) e
impoveriva la terra e i suoi abitanti.
«Lo stato presente delle nazioni dell’Europa è che il tutto si ritrova fra le
mani di pochi. Bisogna fare che il tutto sia fra le mani di molti. Ecco a che
deve dirigersi il rimedio che si desidera», si legge nel primo volume della
Scienza della Legislazione.
E nel secondo: «Allorché le ricchezze si restringono tra poche mani questa
felicità privata di poche membra, non farà sicuramente la felicità di tutto il
corpo, anzi ne farà la rovina».
Superiorità e insindacabilità della legge che, per essere giusta, deve mirare
al bene comune perché «le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità
nazionale»; pubblicità e rispetto delle sentenze, equilibrio tra gli organi
dello stato e giusta ripartizione delle ricchezze del paese. Ecco le regole
fondamentali perché si possa costruire uno stato di diritto, e in esso
esercitare un potere teso alla «pubblica felicità».
Per far questo i Principi, che «non hanno il tempo d’istruirsi» devono
ascoltare la voce dei filosofi che giungono «in soccorso de’ governi»; ma
questi devono rimanere però a debita distanza dai palazzi del potere, perché «per
conoscersi bisogna allontanarsi dalla reggia incantata, dove il bastone del
tiranno, simile alla verga del mago, metamorfizza gli oggetti che gli si
presentano e dà allo schiavo l’aspetto dell’eroe ed all’eroe quello dello
schiavo».
È un richiamo severo al ruolo dell’intellettuale che deve, nel suo agire,
essere «cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte le età», guardando
non alla propria gloria, ma «agl’interessi eterni del genere umano», e «se i
Lumi che egli sparge, non sono utili pel suo secolo, e per la sua patria, lo
saranno sicuramente per un altro secolo, e per un altro paese».