|
A colloquio con
il famoso filosofo americano che riscopre in chiave moderna l’empirismo di
David Hume
|
La mente creò gli oggetti. Con
un’idea
Con un titolo dal
sapore volutamente musicale, Hume Variations , ovvero Variazioni Hume,
sta per uscire in libreria, per i tipi della Oxford University Press,
l'ultima fatica di Jerry A. Fodor, da circa vent'anni il piu' noto e piu'
controverso filosofo, psicologo e scienziato cognitivo. Molti dei suoi libri
sono stati tradotti in italiano e pochi sono, anche da noi, gli studiosi e
gli studenti di psicologia e di filosofia della mente che non li abbiano
assiduamente frequentati, magari ammirandoli, o, magari, tentando di
demolirli. Il «New York Times », alcuni mesi or sono, ha scritto che la
presenza di Fodor nell'area newyorchese ha grandemente contribuito a far
nascere una «Atene sullo Hudson», cioè un polo filosofico senza uguali al
mondo. Attualmente professore alla Rutgers University, nel New Jersey (a un
tiro di autobus da Manhattan, dove abita), Fodor si e' formato al
Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove ha poi insegnato per oltre
vent'anni, spalla a spalla con il celeberrimo linguista Noam Chomsky.
Stancatosi, infine, di discutere fino a notte inoltrata, nell'area di Boston,
soprattutto a Harvard e al MIT, con una legione di insigni colleghi, sedotto
dalla prospettiva di tornare a vivere a New York, avendo, oltretutto, trovato
un appartamento a pochi metri dal suo diletto teatro d'opera, il
Metropolitan, accettò, nel 1986, l'offerta di trasferirsi alla Rutgers
University e di ivi rafforzare la collaborazione con i suoi principali
colleghi e spesso co-autori Ernest LePore e Zenon Pylyshyn.
Dotato di una mente collimata e penetrante come un laser e di uno
straordinario senso dell’umorismo che rende divertenti anche i suoi libri più
austeri, Fodor ha continuato a svolgere il ruolo di enfant terrible ,
creando attorno a sè una minoranza di seguaci (alla quale mi onoro di
appartenere) e una larga maggioranza di feroci critici, con i quali
perennemente incrocia la spada. «A Boston - mi dice Fodor - quando si
iniziava una discussione filosofica, si andava avanti per ore e ore. Qui a
New York, per fortuna, dopo un po', l'uno o l'altro guarda l'orologio e si
scusa di dover andar via, dato che ha i biglietti per il Metropolitan». Ma
difficilmente, penso, lo lasceranno ora in pace, biglietti o no, con il suo
eterodosso saggio su Hume.
Come mai questa strana scelta? David Hume (1711-1776) è uno dei padri
fondatori della filosofia empirista, e Fodor, da bravo razionalista, si era
ripetutamente scagliato, in passato, contro le tesi centrali non solo di
Hume, ma di ogni psicologia di stampo empirista. La sua risposta e' fulminea:
«Hume mi interessa perché è stato il primo pensatore a porsi come obiettivo
esplicito una teoria psicologica basata sui fatti e sull'esistenza di genuine
rappresentazioni mentali. Lui le chiamava idee, noi li chiamiamo concetti, ma
quello che conta è che, sia lui che noi, ammettiamo che esistano dei
contenuti mentali, che vi siano dei veri oggetti del pensiero e che le idee
semplici siano innate».
Gli chiedo, allora, dove risiede la differenza. Fodor va dritto al nucleo
della questione: «Secondo Hume, ogni immagine mentale trae origine dai sensi
(vista, udito, tatto), ed è un po' come un quadro visto con gli occhi della
mente. Inoltre, per Hume, il pensiero e' dominato dalle associazioni mentali.
Basta togliere via queste due ipotesi, cioè che le idee siano delle pitture
mentali e che le associazioni guidino il pensiero, e otteniamo una teoria
perfettamente accettabile». Fodor si affretta ad aggiungere, con ammirazione,
che Hume ha il grande vantaggio di essere sempre molto chiaro e di renderci
facile vedere dove ha sbagliato e come correggerlo.
Fodor ha smantellato in molti modi, tutti a mio avviso persuasivi, il ruolo
centrale un tempo attribuito alle associazioni mentali nella costruzione delle
conoscenze umane, dal bambino all'adulto. Gli chiedo come, oggi,
riassumerebbe le ragioni essenziali della sua feroce inimicizia per le
associazioni mentali.
In sintesi, mi risponde che le associazioni mentali, per loro intima natura,
non sono guidate da criteri di verità, ma solo da criteri superficiali di
prossimità e di similitudine. Quando tali criteri sono meno superficiali,
allora dobbiamo farli emergere e spiegarli, rinunciando alla speranza che le
associazioni costituiscano esse stesse una spiegazione.
Un fatto fondamentale della nostra psiche è che i pensieri portatori di
verità conducono molto spesso ad altri pensieri che sono, per lo più,
anch'essi portatori di verità. L'associazionismo non può spiegare questo
fatto. Abbiamo dovuto aspettare circa due secoli, dopo Hume, per cominciare a
capire che la spiegazione va essenzialmente cercata nelle proprietà
sintattiche del pensiero, non nelle associazioni mentali.
I pionieri di questa svolta sono stati il compianto matematico inglese Alan
Mathison Turing (artefice sommo della logica astratta degli automi razionali,
intorno al 1935) e Noam Chomsky (artefice sommo della teoria della sintassi
universale delle lingue umane, dal 1953 ad oggi).
|