RASSEGNA STAMPA

5 AGOSTO 2003
EUGENIO MAZZARELLA
[BARCELLONA, «LA STRATEGIA DELL’ANIMA»
Mondo globale
un vero deserto
per la comunità

Il mondo globale è una moltitudine di singoli. Questa la tesi, secca e preoccupata, di Pietro Barcellona, in La strategia dell’anima (Città Aperta, Troina, pagg. 156, euro 12). La società che l’Occidente abita, e che per il suo tramite imperiale si avvia ad abitare il mondo globalizzato, è efficacemente rappresa nella metafora dello stadio: quello del calcio oggi. Una moltitudine di singoli condotti dallo «spettacolo» che vi si gioca ad una sorta di allucinazione collettiva, in una pseudofusione simbiotica in un unico corpo, salvo dilaniarsi nella divisione molecolare di gruppi contrapposti, la cui identità si gioca e si risolve tutta nell’avversione al fantasma dell’altro che ritorna solo più nella logica del nemico. L’incapacità di produrre uno spazio pubblico ­ dove l’identità si costruisca in positivo nei confronti dell’altro, ­ è il disperante abisso che Barcellona intravede nel «popolo» della globalizzazione, la «moltitudine».
Una pura fantasia, che nasce da un’assoluta privatizzazione del mondo, e che non è affatto la riserva di senso democratico e riesistenzializzante i rapporti sociali, da cui aspettarsi, come per Toni Negri la crisi rivoluzionaria dell’Impero. Questo mondo di singole privatezze afasiche ­ incapaci di parlare e riconoscersi realmente tra loro per il tramite dello spazio pubblico, originariamente il linguaggio cui apparteniamo già affettivamente tramite la madre e le sfere concentriche della comunità, e che struttura la nostra identità personale perché sociale ­ è il deserto comunitario in cui secondo Barcellona è immersa da tempo la moltitudine dei singoli del mondo globale. Questo perché ­ ed è il corto circuito in cui saremmo collocati storicamente come in un destino ­ in definitiva la moltitudine dei singoli del mondo globale, dove tecnica e razionalizzazione la fanno da padroni, riducendone la ridondanza tutta umana dell’immaginario a mera istigazione al consumo, ha di fatto portato fino in fondo ciò che Carlo Sini, ripreso da Barcellona, definisce come strategia dell’anima: in sostanza l’affermarsi nel logos dell’Occidente, con il primato della coscienza, di una fantasia di onnipotenza del razionale, in debito della fuga davanti alla connaturata coscienza, alla coscienza, della sua mortalità, in debito cioè della radice dell’affettività originaria che ci scopre come gli altri che ci vengono a mancare.
Il rischio dell’epoca della strategia dell’anima ­ il «luogo» dove si è condensata la fuga e il concetto della nostra affettività originaria, come condiviso destino del genere nel viso di chi ci è caro ­ è il rischio dell’uccisione dell’anima, di una riduzione dell’essere persona a essere corpo, perché solo della felicità dei corpi pare essere problema in una razionalità che è uscita dalla comunità reale per trasferirsi negli apparati operativi della videocrazia, che promette un’irrisoria felicità ai corpi integrati nel circuito privilegiato del grande mercato unico mediatico, e la promessa di entrarvi ai corpi che ne sono esclusi, fatti salvi ovviamente, cioè «persi», tutti quelli che deve distruggere per alimentare le prime fila al banco di vendita. Più che proporre una via d’uscita dal futuro che emerge dalle sue analisi, Barcellona sonda con tenacia in più direzioni ­ la psicoanalisi innanzi tutto, e il vissuto personale ­ le radici affettive della conoscenza, in un tentativo apparentemente «illogico», visto il destino del logos dell’Occidente che assume come ineluttabile, di reintegrare comunitariamente il solipsismo della funzione-coscienza dei singoli della moltitudine del mondo globale. Personalmente ci sembri lo salvi così, sul piano teorico generale del suo tentativo, nietzscheanamente l’istinto del sapere ­ perché forse il destino del logos dell’Occidente, della sua ragione, se può fare così discorso delle sue mancanze, è meno unilaterale e fosco di quello che può apparire.

 

inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica