RASSEGNA STAMPA

25 LUGLIO 2003
AUGUSTO ILLUMINATI
[La doppia verità di Mosè
Un rabbino a corte «La Guida dei perplessi», l'importante opera di Maimonide, il filosofo ebreo dell'XI secolo che, divenuto medico del sultano, lottò per la difesa del popolo ebraico dal potere islamico
Il tortuoso cammino Un insieme di scritti apparentemente di esegesi biblica. Ma forse il testo dissimulato di un intellettuale agnostico che vuole preservare la sua libertà di ricerca dal potere


La Guida dei perplessi (Dalâlat al-hâ'irîn, redatta prima del 1190) di Mosè Maimonide, per la prima volta integralmente tradotta in italiano per le solerti cure di Mauro Zonta (Torino 2003, UTET, pp. 812, 7 tavole f.t., € 75) è una pietra miliare. Ma di che cosa? Dell'esegesi biblica, che occupa almeno metà dell'opera? O piuttosto della filosofia medievale ebraica? Si può parlare di «ebraico» per un testo redatto in lingua araba, concepito in incessante confronto con il kalâm (la teologia islamica) e palesemente connesso con tutta la grande tradizione della falsafa, per l'influenza di al-Fârâbî e Avicenna e per l'affinità e contemporaneità con il conterraneo mai incontrato Averroè? E se si trattasse di un testo velatamente agnostico, un capolavoro della dissimulazione e della lettura equivoca, come suggerisce Leo Strauss, tanto vicino a Maimonide per esilio, bilinguismo e fonti culturali? Decisamente una pietra dello scandalo! Zonta, presentando la sua eccellente traduzione dell'edizione di Salomon Munk (1856-1866, collazionata con la versione inglese di Shelomoh Pines, 1963), espone con precisione il sinuoso contenuto dell'opera e ne ricostruisce con estrema accuratezza contesto e fortuna, soffermandosi anche sul meno noto capitolo della tarda ricezione orientale neoplatonizzante in Egitto e Yemen. Maimonide (1138-1204) fu espulso dall'Andalusia almohade e si rifugiò in terre arabe più ospitali, come il Marocco e l'Egitto, divenendo il capo spirituale del disperso popolo ebraico e il suo difensore davanti al potere islamico, grazie al suo prestigio e alle straordinarie doti di medico di corte. Non ci sarebbe certo da dubitare della sua fede e della mirabolante dottrina impiegata nel grande commento dei codici giuridici talmudici (Mishneh Torah) e perfino la Lettera sull'apostasia del 1162 è agevolmente giustificabile con le circostanze che invitavano alla dissimulazione per salvare la vita della comunità, tuttavia i problemi sorgono dall'interno e a introduzione dell'opera, quando si definisce il metodo dell'esposizione. Qui, come nell'ispiratore al-Fârâbî, che del pari si muove sul crinale fra filosofia e religione, dobbiamo insomma misurarci con l'assunto straussiano per cui proprio la struttura legale e non teologica di ebraismo e islamismo conferisce alla filosofia uno statuto precario e privato ma relativamente indipendente, minacciandola e perseguitandola in caso di contrasto, in modo non molto dissimile dalle leggi della polis nei confronti del libero dibattito filosofico - Socrate insegna!

La latente pressione persecutoria spiega il regime di «doppia verità» che devono instaurare gli intellettuali per occultare la parte più profonda del loro pensiero sottraendosi alle minacce del potere. Di qui la necessità di decifrare i loro testi con molta attenzione al non-detto e alle contraddizioni, in cui emerge cautamente la parte esoterica del loro messaggio, accessibile soltanto agli iniziati e ai più acuti lettori. Insomma, una lettura sintomale, che sfidi le censure politiche e psicologiche, ma per cui vanno stabilite regole non arbitrarie. Il principale criterio oggettivo è quello di individuare in affermazioni rare e nascoste fra le righe un contenuto di verità superiore a quello di formulazioni statisticamente più frequenti ed esibite. Lo teorizza Maimonide stesso, rivolgendosi nell'Introduzione all'allievo ibn Shim'on. Del pari interessante è la discordanza fra le opinioni espresse oggettivamente e quelle più conformiste enunciate in prima persona. La chiave è sempre quella di far coincidere il segreto con la rarità, la proposizione vera con la meno frequente. Nel nostro caso l'indipendenza del pensiero deve rivestire una duplice corazza: una per il ruolo rabbinico di immensa autorevolezza che egli svolgeva nell'ambito delle comunità ebraiche, una per la loro tutela verso i nemici dichiarati o potenziali fra cui vivevano, senza un proprio stato e con variabili livelli di tolleranza.

Il I libro espone il programma di razionalizzazione dei testi sacri e conduce una battaglia contro le rappresentazioni antropomorfiche di Dio, proprie di un certo filone rabbinico e dei teologi islamici ash'ariti, affermandone al contrario l'incorporeità e la non essenzialità degli attributi, che lo renderebbero molteplice e accidentale. Questo Dio (o Essere necessario avicenniano) indefinibile, se non per descrizioni adattate al linguaggio umano ovvero al volgo, è meglio esprimibile per attributi negativi, esenti da fraintendimenti immaginativi. Di lui non può dirsi nemmeno (in senso predicativo, di aggiunta all'essenza) che sia «uno» o «primo» o «eterno», non più di quanto possa dirsi «salata» o «insipida» la voce. Noi sappiamo, wittgensteinianamente, «che è», non «ciò che è». La volontà di Dio coincide con la sua potenza, senza innovazioni accidentali e gli attributi sono le azioni con cui si manifesta nell'Universo, senza emanare da qualcosa che differisca dalla sua essenza. Nell'ordine dei cieli «Egli», che è insieme causa efficiente, formale e finale, è il motore della sfera superiore, ma non ne è contenuto; piuttosto è forma delle forme, ragion d'essere e principio di vita dell'Universo, considerato quale un solo individuo, formato da diverse parti e sostanze. Sempre in atto perché pensa se stesso, come nell'aristotelica Metafisica XII 7, conosce le cose a priori in quanto ne è causa, mentre i filosofi conoscono a posteriori. Il I libro si chiude avviando una sottile discussione sull'eternità o creazione del mondo, che occupa anche la prima parte del II e costituisce un vertice logico della speculazione medievale, per l'anticipata (rispetto a Kant) definizione del carattere antinomico del problema nonché per la precoce assunzione di criteri di falsificazione già popperiani. Né la novità né l'eternità del mondo possono essere dimostrate in modo stringente, ma mentre le prove dei teologi a favore della prima sono meramente dialettiche e agevolmente falsificabili, quelle a favore della seconda non lo sono. Quindi, anche se l'autore dice di aderire personalmente alla prima ipotesi, per opportunità parte dalla seconda e più robusta per dimostrare in modo inattaccabile l'esistenza e incorporeità di Dio, dato che a partire da un mondo eterno esiste necessariamente un Essere diverso da tutti i corpi dell'Universo, non causato, né corpo né facoltà in un corpo, immutabile, ecc. -insomma tutto il sistema delle prove poi adottate anche dalla Scolastica cristiana. Tornando a soppesare la plausibilità delle due ipotesi in antinomico contrasto Maimonide conclude a favore della creazione, non senza lasciare l'impressione di una sotterranea inclinazione in senso opposto. Se si può fare teologia solo partendo da premesse filosoficamente non falsificabili, non da un atto di fede quale quello nella creazione, bisogna privilegiare un'ipotesi sull'altra equivalente solo per il bene delle masse non rischiarate, che altrimenti perderebbero la fede. L'ambiguità si fa massima considerando che dall'ipotesi della creazione del mondo e dalla conseguente onnipotenza del Creatore dipende la credenza nei miracoli, nei profeti e nell'elezione di Israele, mentre la scelta fra due ipotesi entrambe non impossibili e non dimostrabili è affidata alla profezia e alla tradizione! La sfacciata circolarità del ragionamento conferma a mio parere l'occultata inclinazione maimonidea verso l'eternità peripatetica e la conseguente sfiducia nei miracoli, interpretati (con l'eccezione di quelli di Mosè) in senso meramente allegorico e politico.

La sintesi di profezia e congiunzione intellettuale ispira la grande parabola conclusiva del III libro. Il sovrano sta nel suo palazzo, i sudditi in parte in città, in parte fuori città (gli atei). Dei primi alcuni voltano la schiena al palazzo e si dirigono in direzione opposta (gli sviati), gli altri vanno verso la dimora reale tentando di entrarvi, ma non sono ancora in vista delle sue mura (gli ignoranti che seguono meccanicamente le pratiche religiose). Alcuni vi girano intorno cercando l'entrata (gli studiosi della legge in senso esteriore), altri sono già entrati e passeggiano per il vestibolo (coloro che si dedicano alla speculazione sui principi fondamentali della religione e hanno conseguito una perfetta conoscenza della fisica), ma solo alcuni sono arrivati al cortile interno (chi ha conseguito una sicura conoscenza delle cose metafisiche ) e ancor meno nella sala dove si trova il re, senza tuttavia riuscire a vederlo o a parlargli (i partecipanti ai più bassi gradi profetici, che posseggono forza immaginativa ma non abbastanza scienza). Pochissimi fortunati riescono infine a vederlo, più o meno da lontano, e addirittura a parlargli.

Noi conosciamo peraltro il percorso inverso, la parabola haggadica e scalciante di Franz Kafka nel Messaggio dell'imperatore. Il sovrano sta nel suo palazzo, impotente e in fin di vita e vuole lui prendere contatto con il più umile dei sudditi. Parla all'orecchio del messaggero, controlla che abbia capito e lo invia, ma è difficile uscire dalla sala dove si stipano i grandi del regno, scendere per la scale intasate, sbucare sul cortile interno e poi nel vestibolo. Ancora più difficile superare le mura di cinta e quasi impossibile fendere la folla della città. Occorrerebbero secoli e sarebbe null'altro che il messaggio di un morto. Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.
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vedi anche
Filosofia (e) politica