RASSEGNA STAMPA

25 LUGLIO 2003
FRANCESCO FISTETTI
[Quei filosofi a lezione di democrazia
Serve semplicemente a descrivere o mira piuttosto a definire norme precise? Possono le scienze sociali sostituirsi completamente ad essa o andrebbero considerate solo come un contributo per quanto prezioso? Da Platone ad Habermas, passando per Machiavelli e Hobbes, il dibattito intorno allo statuto della filosofia politica non accenna a spegnarsi. Per Einaudi, «Modelli di filosofia politica», l'ultimo lavoro di Stefano Petrucciani
Sullo statuto epistemologico della filosofia politica torna ricorrentemente ad accendersi il dibattito tra gli specialisti. La questione è comprendere quanto essa sia una disciplina empirico-descrittiva e quanto, invece, critico-normativa così da assegnarle una collocazione stabile e sperabilmente definitiva all'interno dell'enciclopedia del sapere. Nel secondo dopoguerra, per una certa fase, era sembrato che le scienze sociali e politiche avrebbero preso il posto della filosofia come genere discorsivo ormai antiquato ed avrebbero finalmente inaugurato una conoscenza delle cose umane esemplata sulle procedure sperimentali delle scienze della natura. Si credeva che la political science, fondata su «giudizi di fatto» rigorosamente accertati, sarebbe subentrata alla vecchia filosofia politica intessuta di «giudizi di valore». L'altra faccia di questo mito scientista era, come è noto, lo storicismo con la sua idolatria per un progresso ineluttabile e con la pretesa che il presente fosse lo stadio finale e teleologico dell'evoluzione culturale umana.

Ma ben presto - soprattutto alla luce di avvenimenti che nessuna scienza avrebbe potuto mai prevedere e neanche immaginare come il crollo dell'Unione Sovietica - ci si avvide che la politica ha una morfologia così multiforme e contraddittoria che ogni tentativo di inquadrarla e definirla entro le coordinate univoche della scienza della politica era destinato a fallire.

Sotto questo profilo, a ragione Stefano Petrucciani apre il suo recente volume, Modelli di filosofia politica (Einaudi, pp. 282, euro 16,00), richiamando un grande pensatore come Leo Strauss, il quale, reagendo alla temperie (neo)positivistica dominante nel secondo dopoguerra, aveva restituito la collocazione della filosofia politica e delle sue «questioni fondamentali» alle «origini» stesse della filosofia occidentale, esattamente allo stile dialettico di Socrate. E tra le domande «permanenti» della filosofia politica aveva posto quella sull'ordine politico giusto, vale a dire una domanda di carattere normativo, che è una costante della tradizione occidentale e che ha alimentato, da Platone a Marx e a Rawls, paradigmi teorici dotati di una «metafisica influente» dalle ricadute pratiche straordinarie. Petrucciani sottolinea come quest'approccio, che mette al centro della sua elaborazione la questione della giustizia, possa essere considerato una sorta di prosecuzione teoretica della discussione pubblica tra i cittadini, che, a partire dalla polis greca, si confrontavano no nell'«agorà» intorno a quello che è o che deve essere il bene comune.

A contendere il campo all'impostazione deontologica è il realismo politico, cioè quella riflessione filosofica sull'agire politico che nell'età moderna - a partire da Machiavelli e Hobbes fino a Weber, Schmitt, Kojève e allo stesso Croce - ha considerato come costitutive della politica le caratteristiche della forza, del conflitto e della lotta per la conquista del potere e per l'appropriazione della ricchezza.

Petrucciani ricorda la celebre distinzione weberiana tra etica della responsabilità ed etica della convinzione per rilevare che proporne, abbastanza paradossalmente come fa Weber, la complementarità è una soluzione tutto sommato armonicistica. Non foss'altro - bisogna aggiungere - perché, come lo stesso Weber analista della società e dell'economia capitalistiche si era reso ben conto, le tendenze prevalenti nella moderna politica democratico-parlamentare andavano nella direzione del cesarismo, del populismo e della selezione oligarchica dei capi.

Sotto questo riguardo, il realismo politico non si ferma a Weber, ma comprende autori come Michels, Pareto e Mosca, i quali avevano messo in risalto gli aspetti più crudi della concorrenza tra le élites per la conquista e la conservazione del potere. Ciò comporta che, nonostante l'interdetto di Strauss, del contributo teorico di questi autori la filosofia politica oggi non potrebbe più fare a meno, come pure non può più prescindere dai lavori di uno Schumpeter, di un Parsons, di un Luhmann o di un Elster, i quali tutti hanno volta per volta focalizzato l'attenzione su alcune trasformazioni strutturali che la politica e la democrazia contemporanee hanno registrato: dalla penetrazione della forma-mercato nella sfera della competizione politica, ai dilemmi della scelta razionale nelle politiche pubbliche, al carattere di un medium sempre più autonomo rispetto agli altri àmbiti sociali, dotato di una sua specifica autoriflessività e performatività, che il sistema politico odierno ha finito per conquistare.

Pertanto, il ritorno alla filosofia da parte della filosofia politica, difeso da Strauss, per essere davvero fecondo, non può significare la messa tra parentesi della tradizione delle scienze sociali, in particolare della sociologia e dell'antropologia (comunque delle scienze storiche ed umane in genere), tanto più che le matrici di queste discipline restano preminentemente filosofiche, cioè irriducibili a standards di razionalità puramente nomologico-deduttive.

D'altronde, i modelli analitici ed euristici messi in atto da Habermas, Luhmann, Rawls, Elster o Walzer, al di là delle loro diverse opzioni epistemologiche, convergono tutti attorno ad un'idea di razionalità che potremmo definire argomentativa e dialogica, che ha abbandonato qualsiasi illusione di attingere certezze apodittiche e come pure risultati definitivi.

Proprio perché della politica sono parte integrante, come chiarisce Petrucciani, non solo la semantica morale della giustizia e quella strategica della forza e del conflitto ma anche la ricerca del senso connessa, come suggeriva Arendt, alla natalità e alla pluralità umane. Per questo, oggi, una ridefinizione della filosofia politica non può più omettere, ad esempio, la dimensione antropologica che i teorici francesi del dono (i cosiddetti esponenti del M.A.U.S.S.: Movimento Anti-Utilitarista nelle Scienze Sociali), a cominciare da Alain Caillé, hanno evidenziato come fattore primario di un agire politico o di una pratica della cittadinanza all'altezza del nostro tempo.

Così pure, se si vuole prendere sul serio l'indicazione straussiana di un recupero della tradizione filosofica al fine di ripensare gli strumenti concettuali e il fine stesso della filosofia politica, non si possono più ignorare autori che hanno lavorato, per così dire, sui confini tra filosofia e scienze umane offrendo degli apporti teorici preziosi - e da considerarsi ormai classici a tutti gli effetti - all'indagine dei totalitarismi e delle democrazie odierne: non solo naturalmente Arendt de Le origini del totalitarismo (1951), ma nella Francia del secondo dopoguerra Aron e successivamente Lefort o Castoriadis, che hanno svelato anzitempo l'inganno della menzogna dei regimi totalitari e non si sono mai stancati di rimarcare la fragilità delle nostre democrazie e il loro essere per natura esposte a derive autoritarie.

Si sbagliava, dunque, Strauss quando nel suo libro dedicato al dialogo senofonteo Gerone (1950/54) aveva osservato che la scienza politica moderna, al pari di tutte le scienze sociali positivistiche, non aveva saputo riconoscere, a differenza della scienza politica e della filosofia degli antichi, il fenomeno della tirannide dei nostri giorni. Invero, alcuni (non moltissimi) se ne erano accorti, sia sul versante della cultura liberale (emblematico, per quanto discutibile è il testo di Talmon, Le origini della democrazia totalitaria del 1952) sia sul versante del marxismo critico: si pensi soltanto a La dialettica dell'illuminismo (1944) di Horkheimer e Adorno e alle analisi di Horkheimer sullo Stato totalitario. D'altronde, lo Habermas post-francofortese è l'esempio più significativo di un dialogo riuscito tra filosofia e scienze sociali nell'accostarsi alla complessità della società e della politica contemporanee.

Anche per questo fa bene Petrucciani, soprattutto nella terza parte del suo libro, dedicata ai dilemmi della coscienza politica moderna, a dare a Habermas e alla sua concezione della democrazia deliberativa un grande rilievo. E' la sezione del libro sicuramente più ricca di interesse, perché attraversa il territorio del presente con le sue asperità e i suoi grovigli problematici.

Habermas resta il teorico che maggiormente si è sforzato di ripensare la teoria della sovranità popolare in senso discorsivo e ha cercato di fondare la democrazia politica e lo stesso Stato di diritto sul principio del dialogo: in ciò d'accordo con autori americani come Dewey e Dahl, e in parte anche con Rawls, ma anche, come rileva giustamente Petrucciani, con un grande filosofo italiano come Calogero. Petrucciani, che ha il merito di segnalare accuratamente e con estrema chiarezza espositiva i punti di contatto e le differenze tra i diversi modelli teorici, alla fine ci propone di integrare Jürgen Habermas e John Rawls, consigliandoci di collocarci a mezza strada tra i due.

In altri termini, egli suggerisce di articolare reciprocamente i diritti di libertà, i diritti democratici e i diritti sociali, in quanto tutti e tre risulterebbero essenziali per configurare un sistema coerente di diritti e una democrazia «non apparente», ma concretamente efficace. Qui Petrucciani richiama la tesi di Sen, che tenta una mediazione tra la posizione liberale e quella comunitarista, secondo cui una società ben ordinata non può fare a meno di scegliere alcuni «funzionamenti» anziché altri, in modo che la loro promozione si traduca in un incremento delle capacità degli individui e delle loro chances di vita. Una società bene ordinata, quindi, non può prescindere da una concezione minima del bene pubblico.

Come dire: non possiamo accontentarci di proclamare con Rawls e con Habermas la priorità del giusto sul bene, quasi che le concezioni del bene riguardassero esclusivamente la morale privata e non, invece, anche un agire politico mirato alla salvaguardia di alcuni beni comuni a cominciare dall'ambiente, dall'accesso all'informazione e alla formazione, e dallo stesso pianeta Terra.

Ovviamente si tratta di questioni che per essere adeguatamente affrontate vanno inscritte nell'orizzonte di una politica globale, ove diritti, giustizia e democrazia andrebbero declinati su scala mondiale. Ma è proprio quest'ultima dimensione ad essere drammaticamente carente sia dal lato di una politica interna mondiale (cioè, proiettata verso il superamento degli Stati nazionali), sia sul piano della costruzione di istituzioni sovranazionali dotate di legittimità e realmente efficaci.

E' facile allora osservare che sullo scenario turbolento della globalizzazione non è la «politica della co-responsabilità solidale», invocata da Apel e additata da Petrucciani all'Occidente opulento come soluzione dei suoi problemi, che ha ormai preso il sopravvento, quanto piuttosto lo stato di natura hobbesiano in cui ineluttabilmente continua ancora a vigere la legge del più forte.

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vedi anche
Filosofia (e) politica