RASSEGNA STAMPA

24 LUGLIO 2003
RICCARDO VIALE
[Scienza e politica, dialogo fra sordi

DA poco è scoppiata la guerra degli Ogm in agricoltura. Si è avuto lo scontro sugli effetti nocivi delle radiazioni elettromagnetiche. Sotto i riflettori abbiamo avuto la Sars e il morbo della mucca pazza. Siamo dunque in un'epoca di dilemmi scientifici e tecnologici, che rendono sempre più frequenti le seguenti domande: su che criteri o evidenza scientifica si basano i nostri legislatori per normare talvolta in modo così difforme rispetto agli altri paesi? Come dovrebbero comportarsi i membri della società, delle sue istituzioni politiche ed economiche nel promuovere, valutare ed utilizzare la conoscenza, in special modo quella scientifica?

Queste domande hanno a che fare con il tema della scientific governance ovvero con il ruolo degli esperti scientifici nella formazione delle decisioni pubbliche in varie materie, dalla salute all'ambiente, alla sicurezza tecnologica. In termini più generali esse fanno riferimento ai criteri con cui i membri di una data società ed in particolare delle sue istituzioni, promuovono, valutano ed utilizzano la conoscenza scientifica.

In primo luogo si tratta di definire i principi di analisi dei rischi, utilizzati da istituti o gruppi di esperti incaricati di informare il governo. Sfortunatamente non vi è unicità nelle valutazioni.
Da una parte abbiamo istituzioni scientifiche, relativamente impermeabili alle pressioni di carattere sociale e politico, che decidono di attenersi ai principi propri della comunità scientifica ed in particolare a quello dell'evidenza empirica controllabile e replicabile a livello intersoggettivo. Ma altre istituzioni, più permeabili a variabili esogene di tipo sociale, come quelle sindacali ed ambientaliste, non accettano il sapere scientifico certificato come unico punto di riferimento conoscitivo. Il primo tipo propone una politica del rischio scientifico basato sul «principio di certezza», cioè accettazione solo dell'evidenza scientifica riconosciuta stabile nella comunità. Il secondo tipo opta, invece, o per il principio di «evitamento prudenziale», cioè utilizzo di qualsiasi informazione, anche se prodotta in modo non standard o che non configuri un fenomeno empirico stabile, come spunto per definire nuove soglie di rischio, o per il «principio di precauzione» che fonda la valutazione sulla presenza almeno di regolarità significativa a livello statistico (pur in assenza dell'individuazione del meccanismo causale).

In secondo luogo vi sono le scelte delle istituzioni politiche. Il legislatore optando per la seconda opzione fa una chiara scelta epistemologica. Rifiuta di considerare la scienza istituzionale, cioè quella espressa nelle principali riviste scientifiche internazionali, come unica sorgente di sapere sui fenomeni del mondo fisico e biologico. Accetta quindi, implicitamente, che la scelta delle sorgenti di conoscenza e le modalità di produzione della stessa siano guidate da ragioni di natura sociale e culturale. Sposa, in definitiva, un approccio epistemologico che non riconosce il primato della razionalità scientifica e propende verso le tesi di tipo relativista.

Alcune posizioni politiche di questi giorni sono esemplificative di questa scelta. Vengono sfruttate informazioni marginali e non riconosciute dalla comunità scientifica sulle supposte nocività degli Ogm o delle onde elettromagnetiche per imbastire campagne proibizionistiche che hanno una chiara finalità di tipo politico ed elettoralistico.

Una classe dirigente responsabile dovrebbe, però, rendersi conto che il prezzo da pagare a medio termine è molto più caro dei successi contingenti di tipo politico. Si rischia di creare una opinione pubblica sospettosa della scienza e della tecnologia, sensibile alle sirene irrazionalistiche delle correnti new age e postmoderniste.

 

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