[Scienza e politica,
dialogo fra sordi
DA poco è scoppiata la guerra degli Ogm in agricoltura. Si
è avuto lo scontro sugli effetti nocivi delle radiazioni elettromagnetiche. Sotto
i riflettori abbiamo avuto la Sars e il morbo della mucca pazza. Siamo dunque
in un'epoca di dilemmi scientifici e tecnologici, che rendono sempre più
frequenti le seguenti domande: su che criteri o evidenza scientifica si basano
i nostri legislatori per normare talvolta in modo così difforme rispetto agli
altri paesi? Come dovrebbero comportarsi i membri della società, delle sue
istituzioni politiche ed economiche nel promuovere, valutare ed utilizzare la
conoscenza, in special modo quella scientifica?
Queste domande hanno a che fare con il tema della scientific
governance ovvero con il ruolo degli esperti scientifici nella formazione
delle decisioni pubbliche in varie materie, dalla salute all'ambiente, alla
sicurezza tecnologica. In termini più generali esse fanno riferimento ai
criteri con cui i membri di una data società ed in particolare delle sue
istituzioni, promuovono, valutano ed utilizzano la conoscenza scientifica.
In primo luogo si tratta di definire i principi di
analisi dei rischi, utilizzati da istituti o gruppi di esperti incaricati di
informare il governo. Sfortunatamente non vi è unicità nelle valutazioni.
Da una parte abbiamo istituzioni scientifiche,
relativamente impermeabili alle pressioni di carattere sociale e politico, che
decidono di attenersi ai principi propri della comunità scientifica ed in
particolare a quello dell'evidenza empirica controllabile e replicabile a
livello intersoggettivo. Ma altre istituzioni, più permeabili a variabili
esogene di tipo sociale, come quelle sindacali ed ambientaliste, non accettano
il sapere scientifico certificato come unico punto di riferimento conoscitivo. Il
primo tipo propone una politica del rischio scientifico basato sul «principio
di certezza», cioè accettazione solo dell'evidenza scientifica riconosciuta
stabile nella comunità. Il secondo tipo opta, invece, o per il principio di
«evitamento prudenziale», cioè utilizzo di qualsiasi informazione, anche se
prodotta in modo non standard o che non configuri un fenomeno empirico stabile,
come spunto per definire nuove soglie di rischio, o per il «principio di
precauzione» che fonda la valutazione sulla presenza almeno di regolarità
significativa a livello statistico (pur in assenza dell'individuazione del
meccanismo causale).
In secondo luogo vi sono le scelte delle istituzioni
politiche. Il legislatore optando per la seconda opzione fa una chiara scelta
epistemologica. Rifiuta di considerare la scienza istituzionale, cioè quella
espressa nelle principali riviste scientifiche internazionali, come unica
sorgente di sapere sui fenomeni del mondo fisico e biologico. Accetta quindi,
implicitamente, che la scelta delle sorgenti di conoscenza e le modalità di
produzione della stessa siano guidate da ragioni di natura sociale e culturale.
Sposa, in definitiva, un approccio epistemologico che non riconosce il primato
della razionalità scientifica e propende verso le tesi di tipo relativista.
Alcune posizioni politiche di questi giorni sono
esemplificative di questa scelta. Vengono sfruttate informazioni marginali e
non riconosciute dalla comunità scientifica sulle supposte nocività degli Ogm o
delle onde elettromagnetiche per imbastire campagne proibizionistiche che hanno
una chiara finalità di tipo politico ed elettoralistico.
Una classe dirigente responsabile dovrebbe, però,
rendersi conto che il prezzo da pagare a medio termine è molto più caro dei
successi contingenti di tipo politico. Si rischia di creare una opinione
pubblica sospettosa della scienza e della tecnologia, sensibile alle sirene
irrazionalistiche delle correnti new age e postmoderniste.
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