RASSEGNA STAMPA

24 LUGLIO 2003
G. ENRICO RUSCONI
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LE CRITICHE DELLA «CONSULTA» LAICA DI TORINO ALLA LEGGE SULLA FECONDAZIONE ARTIFICIALE
Bioetica, anche la scienza può parlare
La Consulta l
aica di Bioetica di Torino esprime le sue forti critiche al fatto che in sede di Commissione del Senato è stato approvato, senza modifiche, il testo di legge sulla fecondazione assistita, a suo tempo passato alla Camera. Il Senato cioè non ha tenuto minimamente conto delle obiezioni avanzate da settori rilevanti del mondo scientifico e da una parte dell'opinione pubblica informata. In particolare la Consulta «lamenta i criteri estremamente restrittivi per poter accedere alla pratica della fecondazione assistita, che limitano la libertà di fruirne determinati gruppi di cittadini e in particolare la discriminazione tra donne sulla base dello stato civile, di sapore addirittura incostituzionale, nel diritto ad utilizzare tecniche offerte dalla medicina, proprio dallo stesso legislatore intese e accettate come “atto terapeutico”. La Consulta denuncia altresì la negazione alla fecondazione eterologa, il divieto di impianto dell'embrione nell'utero di una donna disposta ad ospitarlo, il divieto di ricerca sugli embrioni soprannumerari e la produzione dagli stessi di cellule staminali che già sono e potranno rivelarsi indispensabili per la cura di malattie gravi, spesso altrimenti inguaribili».

Le tesi della Consulta laica torinese sono in linea con quelle della minoranza dei componenti del Consiglio Nazionale per la Bioetica; minoranza che recentemente ha manifestato e motivato il suo dissenso verso le posizioni della maggioranza del Consiglio stesso che ha condannato, sotto il profilo etico, ogni forma di clonazione umana a fini riproduttivi.
Al di là dei singoli punti controversi, la sostanza del contrasto ruota attorno al nesso tra scienza ed etica. Naturalmente la difesa delle buone ragioni della scienza guidata da un'etica laica, ovvero l'affermazione di un'etica laica che segue con attenzione lo sviluppo della scienza non avviene in un ambiente culturale vuoto. Ha luogo in un discorso pubblico che non è fatto solo di formule legislative e di pronunciamenti di istituzioni formali, scientifiche o politiche. Si svolge in un universo di immagini dell'uomo, radicate nel profondo collettivo, in un misto di paure ataviche e di altrettanto mitiche aspettative. Questo miscuglio di paure e aspettative si proietta sulle nuove scienze della vita con contraccolpi sulle dottrine morali tradizionali.

Il primo compito del pensiero laico, nel campo della bioetica, è quello di ripensare e riformulare con chiarezza il nesso tra etica e scienza. Va falsificata l'idea, spesso maliziosamente coltivata, che nella società ci siano dei professionisti in etica (dotati di autorità morale speciale, possibilmente con fondamenti metafisico-religiosi, che per definizione sono impermeabili al discorso scientifico) di contro ad esperti scientifici eticamente incompetenti o irresponsabili, perché presuntivamente appiattiti su tecnologie di ricerca fini a se stesse. L'etica laica si qualifica proprio nell'interazione continua e reciproca tra ricerca scientifica e riflessione etica.
Nulla è più lontano dal pensiero laico dell'idea, sostenuta in ambienti filosofici e religiosi, che la scienza sia sostanzialmente solo una tecnica manipolatoria - sia pure benefica - ma cieca sul piano della conoscenza dell'umano. E quindi l'idea che con le biotecnologie questa scienza-manipolazione tocchi ora un confine pericoloso, da cui può essere soltanto ricacciata indietro in nome dell'etica. Al contrario il pensiero laico - lungi dall'avere un culto acritico o «una religione della scienza» - trae proprio dalle scienze conoscenze che innovano nella riflessione etica.

Ma vediamo in concreto come tutto questo si ritrova in alcune questioni affrontate nel documento della Consulta torinese. E' importante ricordare che esso parte sostenendo «l'ovvia non eticità della clonazione umana a fini riproduttivi, fino a quando non venga definito un possibile protocollo sperimentale praticabile sull'uomo con una percentuale di rischio accettabile». Dopo questa premessa, sono respinte come non convincenti almeno tre delle motivazioni espresse (maggioritariamente) dal Consiglio Nazionale per la Bioetica, che condanna senza esitazione la clonazione: a) quale attentato all'unicità del soggetto umano; b) come forma estrema ed indebita di predeterminazione del patrimonio genetico; c) per la grave alterazione a carico della struttura triadica della generazione e della complementarietà eterosessuale.

Secondo la Consulta laica invece «l'unicità» dell'umano non è in pericolo nella clonazione, perché è garantita dalla diversità delle biografie personali ed eventualmente, per il credente, dall'unicità dell'anima umana ovvero dell'intervento della creazione divina. In realtà il concetto stesso di «clone» quale è associato nelle fantasie popolari alla meccanica riproduzione «fotocopia», non regge. I processi di formazione e maturazione dell'umano sono talmente tanti e complessi che non sono pre-figurabili. In modo analogo è criticabile anche l'idea che con l'operazione di clonazione si predetermini (in senso deterministico, appunto) il patrimonio genetico. In realtà qualsiasi terapia genica o intervento terapeutico può esporsi a questa obiezione. In altre parole - aggiungo - il vero problema non è l'eventuale riproduzione del sempre-uguale o del pre-confezionato, ma l'allargarsi incommensurabile del nuovo. Questo cambia radicalmente la prospettiva e la qualità della sfida etica.

La terza critica riguarda la possibile alterazione del rapporto familiare «naturale». A questo proposito il documento scrive: «la genitorialità è più un carattere acquisito per via culturale che un carattere trasmissibile per via genetica. In ogni caso un clone umano nascerebbe sempre da una madre che lo ha portato in grembo mentre l'eventuale rimedio alla mancanza del padre non può essere visto puramente in una soluzione di natura biologica. Se volessimo accettare come principio etico prioritario la tutela del soggetto più debole, cioè del figlio, sarebbe più costruttivo sostituire la tipologia strutturale di “complementarità eterosessuale” con quella più pertinente di “famiglia affettuosa e responsabile”».

La Consulta affronta infine la questione dell'utilizzo a fini terapeutici (coltura di cellule staminali) degli embrioni soprannumerari. Ne esistono in gran numero anche nel nostro paese e non sono più disponibili o in grado di essere impiantati. Al di là dell'osservazione che gli embrioni crioconservati sarebbero comunque destinati ad essere distrutti, il documento sostiene la liceità etica del loro utilizzo come «atto di solidarietà». E' una tesi plausibile nell'ottica del «dono», così frequentemente evocata dai moralisti nelle tecniche di espianto. Ma non trova consenso in questo caso presso chi considera l'embrione (o il pre-embrione) già una «persona» umana.
Siamo così ad una questione di principio altamente controversa, che il documento della Consulta torinese tocca indirettamente parlando di «rispetto» dell'embrione stesso in una logica appunto di solidarietà in chiave terapeutica. Si profila così «un'etica della specie», che è tutta da ripensare. Ciò che conta per ora è lasciare aperto il confronto e il dibattito «nell'interesse di uno Stato laico, attento al pluralismo etico».

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