![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 19 LUGLIO 2003 |
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Che cosa è la "democrazia deliberativa"? Se ne parla
in Italia in occasione degli incontri che Reset promuove intorno ai
sondaggi "deliberativi" inventati da James Fishkin e del suo libro La nostra voce, ma si tratta di vasto e
variegato repertorio di argomenti di cultura politica che va al di là di quella
invenzione e la cui attualità sta crescendo.
Per capirsi su quel che è, bisogna anzitutto mettere in chiaro una
questione linguistica: in inglese, to
deliberate, ha un significato diverso che deliberare in italiano, dire esaminare attraverso una discussione i
pro e i contro di una scelta, prima di decidere. Il significato italiano mette invece l'accento sul dopo, sul
decidere. E questo fa una bella
differenza
Chiarito questo, si può usare la bella definizione che
della democrazia deliberativa dà Anna Pintore, specialista italiana della
materia insieme a Paolo Ceri, Alfio Mastropaolo, allo stesso Fishkin,
nell'ultimo numero di Reset: il contrario di quel che pensava Jean Jacques Rousseau con la sua volontà generale, la
quale esigeva, nella versione più severa che ciascun cittadino ragionasse con
la sua testa ma anche che non entrasse in comunicazione con gli altri. I
teorici della dleliberative democracy rovesciano
questo assunto, trattando questo scambio di dialogico come la modalità
essenziale di formazione delle decisioni pubbliche e il nocciolo del metodo democratico.
Il dialogo razionale
tra eguali è alla base della
concezione deliberativa, della democrazia. Questa affermazione potrebbe essere
sottoscritta da una lunga lista di autori: John Rawls, Ioshua Cohen, Iris
Mariom Young, Bruce Ackerman. Tutti americani, ma ci si potrebbe aggiungere, e
forse in testa, il tedesco Jürgen Habermas.
Ma la genealogia teorica ci porterebbe lontano, alle origini della
democrazia faccia a faccia. Ci basti
sapere che si tratta di un ventaglio eterogeneo di posizioni e che non si tratta
di una novità. Dunque, si
chiederà: perché rispunta fuori ora? Risposta: perché
sono sempre più gravi , urgenti, imponenti nell'agenda politica dovunque, temi
che hanno una e più di una, delle tre seguenti caratteristiche. La prima: sono
difficili ala capire e trattare sul piano tecnico, scientifico, filosofico al
punto da lasciare interdetto il personale politico e da provocare imbarazzo
nell'opinione pubblica. Esempi: proibire o regolare, e come? l'uso di sementi
Ogm per il mais o il riso in Piemonte. (...) La seconda caratteristica: temi
che provocano aspri contrasti di principio nella comunità, dissensi e conflitti
in apparenza non componibili. Esempio: proibire o regolare, e come? la
sperimentazione sugli embrioni umani.
Terza caratteristica: temi che destano allarme sociale e sono, o vengono
percepiti come se lo fossero, una minaccia a interessi diffusi. Esempio: qualunque tipo di riforma delle
pensioni. (,,.)
Insieme a questi tre fattori evolutivi dei problemi,
abbiamo attraversato un altro gigantesco fenomeno: la trasformazione delle
opinioni pubbliche, il passaggio dall'era "tipografica" a quella
della politica-videoclip : l'accelerazione della comunicazione, il montaggio
dei telegiornalí con battute di sette-dieci secondi dei politici, dei commentatori,
degli speaker. Nessun problema in queste condizioni può essere approfondito dal
pubblico. L'homo videns di Giovanni Sartori ha rinunciato da un pezzo ad avere una
opinione competente su qualunque argomento. Figurarsi su temi che hanno bisogno,
solo per raccappezzarsi di un paio di giorni, come gli Ogm e la riforma del
welfare europeo. Gli rimane soltanto il tempo di dire: mi fido, viva o abbasso.