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ELZEVIRO Tra tecnica e morale
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Il figlio programmato potrà sempre ribellarsi
di
EMANUELE SEVERINO
Lasciare nelle mani di Dio la nostra
evoluzione biologica o prenderla invece nelle nostre e diventare i «designer»
degli individui che faremo nascere? A proposito della fecondazione eterologa
i parlamentari cattolici hanno da tempo valorizzato l’argomento che la
esclude per i gravi disagi mentali e affettivi a cui andrebbe incontro il
bambino quando venisse a sapere di essere figlio di più di due genitori.
Poiché in alternativa a tali disagi non rimane altro che impedire la nascita
di chi li patirebbe, ne viene che anche i nemici della manipolazione genetica
(vogliano o no lasciarla nelle mani di Dio) svolgono molto sul serio la
funzione di «designer» dell’uomo futuro. Non è infatti uno scherzo decidere
che certi individui umani non debbano nascere - e debbano per tanto rimanere
un nulla per sempre - qualora sian fatti nascere con procedure contrarie alla
morale cattolica. In campo laico è in circolazione un argomento analogo a
quello qui sopra indicato. Questa volta il bersaglio è l’eugenetica con scopi
terapeutici (differente da quella selettiva di hitleriana memoria).
Richiamiamo questo argomento nella forma recentemente datagli dal filosofo
Jürgen Habermas.
Egli osserva che, in una società dove si adottassero le strategie del
miglioramento del patrimonio ereditario, l’individuo che fosse il loro
prodotto potrebbe, prima o poi, non condividere le scelte fatte dai suoi
«designer» e trovarsi a disagio per le doti fornitegli da costoro. Anche
bellezza, forza, intelligenza, bontà, di cui può essere dotato un individuo,
possono procurargli gravi e imprevedibili inconvenienti. Meglio sarebbe
stato, per lui, esser meno pregevole. Il fulmine colpisce i rami più alti.
Anche questo argomento laico fa leva sui disagi di cui può patire l’individuo
che sia stato prodotto dall’ingegneria genetica. Ma sia questo sia
quell’altro cattolico sono argomenti che non concludono. Se infatti il loro
fondamento è la volontà di evitare certi disagi all’individuo geneticamente
manipolato, tale volontà non raggiunge il suo scopo.
All’argomento cattolico si può infatti replicare dicendo che, se
l’alternativa al disagio dell’individuo anticattolicamente programmato è che
egli non abbia proprio a nascere e abbia a rimanere un nulla per sempre,
allora l’individuo che, così programmato fosse nato, potrebbe anche
dichiarare (lui o chi per esso) che un disagio infinitamente maggiore gliela
procura il pensiero di aver corso il rischio di rimanere un nulla per sempre,
in omaggio alla morale cattolica. (Non diceva Agostino che l’uomo
preferirebbe la dannazione eterna al rimanere eternamente un nulla?). Nemmeno
le procedure genetiche cattolicamente corrette tolgono dunque il disagio nei
più o meno direttamente interessati.
All’argomento laico si può replicare in modo analogo. In una società che per
le sue capacità tecnologiche può somministrare ai nascituri quel ben di dio
di doti di cui prima si parlava, l’individuo, una volta nato, può certo
valutare negativamente le qualità con cui i suoi genitori, elargendogliele,
credevano di renderlo felice. Un po’ schizzinoso, sì, e tuttavia, certo, in
diritto di esserlo.
M a a parte il fatto che la dotazione genetica potrebbe includere anche la
dote di non essere schizzinosi circa la dote ricevuta, si pensi ora a quel
che può accadere a un individuo a cui, in base alla loro morale laica, i
genitori non avessero dato quelle doti di cui invece quell’altro individuo,
proprietario di esse, si lamentava. Non potrebbe egli rimproverarli, e ben
più aspramente, di non avergli dato quella forza, bellezza, intelligenza,
bontà che essi pur avevano la capacità di fargli avere modificandone il genoma?
Non potrebbe trovarsi in un disagio ben più grave di quello del suo collega
forse un po’ schizzinoso? E chi si lamenta della grazia di Dio (cioè della
Tecnica) non è forse una figura più improbabile di chi invece si lamenta di
non essere stato ammesso all’imbandigione?
La morale, laica o religiosa, deve trovare argomenti più convincenti per
arginare la tecnica e pretendere di guidarla.
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