![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 26 GIUGNO 2003 |
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Differenziati e viventi
Cellule staminali,
promesse e problemi. Parlano Ronald McKay, del National Institute of Health a
Bethesda, Austin Smith dell'università di Edimburgo e Marc Peschanski di
Creteil in Francia, rappresentanti degli studi più avanzati in questo settore.
Mentre l'Ue decide le linee guida per valutare eticamente e finanziare i
progetti di ricerca
Non potevano essere più
puntuali gli organizzatori del forum «Ricerca sulle cellule staminali: promesse
e problemi» che ha riunito alcuni fra i migliori scienziati del mondo
all'Università Cattolica di Roma martedì scorso. Sotto gli auspici dell'anziana
genetista e biologa inglese Anne McLaren, membro del comitato etico della
Commissione europea, e del biologo molecolare dell'Istituto superiore di sanità
Cesare Peschle, gli organizzatori dell'incontro (Elena Cattaneo, Giulio Cossu,
Eduardo Fernandez ed Eugenio Parati) in occasione di un congresso dedicato agli
avanzamenti nella cura del cancro al cervello hanno messo assieme i
rappresentanti della ricerca più avanzata, le associazioni di pazienti e alcuni
giornalisti. Il giorno dopo, infatti, c'è stato il voto delle delegazioni dei
diversi paesi nel Comitato consultivo (per le scienze della vita) incaricato di
supportare il programma per la costituzione del cosiddetto «spazio europeo
della ricerca» previsto nel VI programma quado della ricerca della Ue. Il voto
era per approvare le linee guida destinate a chi deve dare una valutazione
etica alle proposte di ricerca nel campo delle cellule staminali finanziate con
i fondi della Commissione che la Ue si prepara a esaminare. Progetti che per la
moratoria in corso fino a dicembre possono includere solo ricerche su staminali
embrionali già isolate (ma ambiguamente non si dice da quando: in pratica se
qualcun altro ha finanziato la messa in provetta delle cellule, secondo il
protocollo approvato, la Commissione sarebbe autorizzata a finanziarne la
ricerca). Ma il tentativo degli organizzatori del forum si spingeva oltre: mettere
in discussione le riserve etiche che verso questo tipo di ricerche nutrono
ancora gli ambienti cattolici e farlo coinvolgendo anche le molte associazioni
di pazienti delle malattie più terribili. Riserve che sono legate all'uso di
due tipi di cellule staminali: quelle embrionali propriamente dette, che
provengono dalle blastocisti (quando l'embrione, di pochi giorni, è un
gruppetto di cellule indifferenziate con una cavità centrale), dotate di una
grande plasticità, che consente loro di dare origine a tutti i tessuti, e
quelle che provengono dai feti ma sono «adulte», cioè parzialmente
differenziate, e si comportano da progenitori solo di alcuni specifici tessuti.
Le cellule staminali «adulte» classiche invece non pongono tutti questi
interrogativi etici: sono quelle presenti in tutti noi per riparare o
sostituire i nostri tessuti durante il corso dell'esistenza.
Se le cellule adulte fossero facilmente coltivabili in
laboratorio e «riprogrammabili» per costituire i tessuti di interesse, questo
spazzerebbe via ogni remora etica. Anche se, come sottolineano i ricercatori,
nessun tipo di staminali presenta garanzie di successo assoluto o di futura
efficacia clinica, né sarebbe saggio da parte di ricercatori appuntare le
proprie speranze terapeutiche su un'unica strategia. Si era recentemente fatta
strada l'ipotesi che le staminali adulte potessero essere altrettanto plastiche
delle embrionali, ma i risultati sono molto controversi. Le cellule embrionali
hanno invece mostrato qualche potenzialità in più, in parte dimostrate in parte
ancora da capire. E di questi ultimi risultati si è parlato alla Cattolica.
Ronald McKay lavora presso il National Institute of Health a
Bethesda (Usa) e ormai da molti anni si occupa di ricerca sulle staminali
embrionali, in particolare su quelle del sistema nervoso. I risultati che ha
presentato, recentemente pubblicati su Nature,
sono incoraggianti. In studi sui topi il suo gruppo è riuscito a coltivare in
vitro cellule staminali embrionali in grande quantità e a indurne la differenziazione
in neuroni dopaminergici, quelli che vengono danneggiati quando si viene
colpiti dal morbo di Parkinson. Un risultato importante perché i principali
limiti all'utilizzo delle staminali embrionali sono di poterle coltivare e di
riuscire a indurre la differenziazione solo nel tipo di cellule che
interessano. Inoltre, trapiantate nel topo modello di Parkinson, le staminali
diventate neuroni hanno indotto un recupero completo dalla malattia.
«Sono qui a raccontare fatti - ci dice McKay - Siamo riusciti
a dimostrare che le staminali embrionali hanno grandi potenzialità. Mi rendo
conto che soprattutto in Italia esiste un problema etico. Ma anche oggi mi sono
accorto che molte personalità della chiesa sembrano più aperte e cercano di
trovare una strada per superarlo».
Anche negli Stati Uniti il dibattito non è sopito: nel suo
primo discorso televisivo ufficiale, il 9 agosto 2001, il presidente George W.
Bush aveva posto dei paletti: sì all'utilizzo di linee cellulari già presenti,
no a finanziamenti pubblici per nuove linee cellulari di staminali. «Le persone
hanno credo diversi e anche molte paure - prosegue McKay - con questi dobbiamo
confrontarci e ragionare. Quello che non possiamo ignorare nel dibattito è che
tecnicamente oggi le staminali possono funzionare. Un elemento che non c'era ai
tempi della decisione di Bush».
Austin Smith lavora invece all'Institute for stem cell
research all'università di Edimburgo. Più diretto di McKay, Smith affronta
subito il problema centrale: «Una blastocisti di sei giorni è vita umana ma non
è una persona umana, non è una entità a sé stante», dice. «Un embrione senza
l'utero di una donna non può svilupparsi in nessun modo oltre lo stadio in cui
si trova: questi embrioni sono destinati a morire o a rimanere congelati per
sempre. Oltretutto l'obiezione che sarebbero dotati di anima non ha senso: in
questo stadio, una volta impiantati in un utero, potrebbero ancora dividersi in
due e diventare gemelli».
Il fatto è che nei congelatori dei laboratori di tutti i
paesi, Italia compresa, ci sono decine di migliaia di embrioni in questo
stadio, chiamati «embrioni soprannumerari» e prodotti durante le tecniche di
fecondazione assistita. «Non giriamo attorno alle parole: congelarli per sempre
vuol dire ucciderli. E non è che ci siano altre vie: è ovvio che la strada
dell'adozione, che qualcuno ha proposto, è impraticabile. Credo che sia lecito
pensare di trattarli in maniera analoga a quanto accade per la donazione
d'organi: c'è una legge severa, che richiede il consenso e pone dei vincoli
precisi. Ma una volta che sia acclarato che una persona non è più in grado di
sopravvivere senza una macchina che la tenga in vita, è legittimo consentire di
utilizzare gli organi per salvare un'altra vita. Così pure gli embrioni: una
volta che non servano più per fini riproduttivi, essendo destinati a morte
sicura in un freezer, mi sembra più etico che i genitori possano avere la
scelta di donarli alla ricerca».
Ma Smith ci tiene a essere cauto: «non siamo sicuri che
questa ricerca porterà a risultati terapeutici: può essere che la strada delle
staminali adulte, assai meno controversa, porti a dei risultati. Ma è
altrettanto possibile che non si riuscirà mai a far crescere i tessuti nel modo
desiderato. Quindi è insensato abbandonare un ramo promettente della ricerca
per uno più incerto». Come invece ha suggerito (a maggioranza) il comitato
bioetico italiano, dando per scontato (nel parere espresso sul tema l'11 aprile
scorso) che la ricerca con le staminali adulte (con cellule prelevate dal cordone
ombelicale o da feti spontaneamente abortiti o da altri tessuti adulti) sia non
solo «promettente» ma anche «eticamente impeccabile» (la chiesa infatti si è
già espressa positivamente sul tema). Anche se il comitato non ha offerto
alternative all'inevitabile destino degli embrioni congelati.
Le ragioni per cui secondo Smith è più sensato proseguire
sulla strada delle staminali embrionali provenienti dagli embrioni
soprannumerari, senza trascurare anche gli altri tipi di ricerca, è che «sono
disponibili in grandi quantità senza doverne creare ad hoc, hanno una elevata
capacità di moltiplicarsi e di essere stabili, possono differenziare di più e
conosciamo le molecole che servono per farle differenziare». Una ricerca senza
vincoli, dunque? «No, credo che la libertà della ricerca debba essere limitata
- risponde Smith - penso ad esempio alle ricerche sulle armi chimiche, ma non
nel caso serva a migliorare le conoscenze e forse la salute».
Anche Marc Peschanski, ricercatore della facoltà di medicina
di Creteil in Francia attacca chi vorrebbe impedire la ricerca. «I malati di
Corea di Huntington, la terribile malattia neurologica degenerativa, ci
chiedono aiuto». Peschanski è stato il responsabile di uno dei primi trial
clinici di trapianto di staminali (ma stavolta adulte, provenienti da feti
abortiti: direttamente trapiantate nei malati senza essere coltivate) per
curare la malattia. E i risultati su alcuni pazienti, pur se limitati, sono
incoraggianti. «Abbiamo usato solo tre-quattro feti per paziente - sottolinea
il ricercatore francese -, ma ce ne vorrebbero venti. Questo crea enormi
problemi e rende assolutamente necessarie le "banche dati" di cellule
e la ricerca deve continuare».
Tutta l'attenzione però era concentrata su Umberto
Bertazzoni, capodelegazione al Comitato di programma della Commissione europea
e sui membri del comitato presenti all'incontro (Elena Cattaneo, ricercatrice
su cellule staminali e Corea di Huntington e l'oncologa Maria Luisa Villa). Sul
momento Bertazzoni, unico ad avere diritto di voto, non si era sbilanciato
(«devo consultarmi col governo»), ma alla fine il voto è stato negativo,
assieme a quello della Germania. Il documento è stato comunque approvato dando
la possibilità dunque di finanziare progetti che utilizzano le staminali già
isolate. Ma la strada per aprire alla sperimentazione tout court è ancora lunga
e l'Italia si è già schierata sul fronte del no.