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La scoperta fatta da ricercatori
italiani e tedeschi pubblicata oggi sulla rivista «Nature Neuroscience»
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La grammatica? È scolpita nel cervello
di
MASSIMO PIATTELLI PALMARINI
L’articolo pubblicato oggi sull’autorevole Nature
Neuroscience da un’equipe italo-tedesca di neurologi e linguisti
dell’Università Vita e Salute del San Raffaele di Milano, dell’Università di
Amburgo e dell’Università Schiller di Jena, inserisce il decisivo ultimo
tassello in un rompicapo che ci riguarda tutti, in quanto esseri umani dotati
di linguaggio. Ben sappiamo, ormai, che le lingue differiscono tra di loro
per le parole e per la forma esterna, ma che condividono in profondità una
struttura comune, la famosa «grammatica universale», messa in luce dal
linguista americano Noam Chomsky quasi esattamente mezzo secolo fa.
L’esistenza di questa grammatica universale fa sì che le lingue e i dialetti
oggi ancora esistenti, quelli purtroppo scomparsi, e perfino quelli che
potrebbero in astratto esistere, ma di fatto non esistono (le cosiddette
lingue umane naturali «possibili») abbiano tutti in comune alcune strutture
interne e alcune operazioni sintattiche basilari. Queste strutture e
operazioni sono, prese tutte insieme, diverse da altre che la mente umana è
anche capace di apprendere a riconoscere e manipolare, pezzo per pezzo,
magari divertendosi, ma con fatica. Un’autentica regola grammaticale, quindi,
per quanto complessa, è, per noi esseri umani, del tutto naturale, mentre una
regola astratta, superficialmente simile, è per noi innaturale. La prima
attiva risorse di calcolo mentale del tutto diverse dalla seconda.
Dati inoppugnabili su questa diversità, al livello mentale, erano stati
raccolti in Inghilterra dal linguista Neil Smith una quindicina di anni or
sono. Smith e collaboratori insegnarono a soggetti normali e a rarissimi
pazienti con capacità linguistiche intatte, ma con intelligenza generale
gravemente compromessa, sia lingue vere a loro ignote, sia lingue
artificiali, rette da regole non naturali. La diversità dei risultati emerse
netta: le regole autentiche delle lingue vere vennero apprese abbastanza
rapidamente da tutti, mentre l’apprendimento delle regole innaturali venne
vissuto come un gioco di enigmistica dai soggetti normali, e risultò del
tutto impossibile per quei pazienti.
In questi ultimi anni, era insorto il sospetto che fossero distinte regioni
del cervello ad elaborare queste distinte classi di operazioni mentali. Il
passaggio dalla mente al cervello diventa oggi sempre più diretto, grazie a
raffinate e non invadenti tecniche di imaging , come ad esempio la
Risonanza Magnetica Funzionale. Si è potuto, quindi, verificare che questo
sospetto corrisponde alla realtà. La scoperta è stata fatta sulla base di un
progetto sperimentale ideato da Andrea Moro, professore di linguistica
generale presso la facoltà di Psicologia dell’Università San Raffaele di
Milano, ed è stato eseguito sulla risonanza magnetica dell’Ospedale
Universitario di Amburgo dalla dottoressa Mariacristina Musso.
Il metodo di verifica, assai raffinato, ma riassumibile in termini semplici,
è consistito nell’insegnare (letteralmente) a dei soggetti tedeschi, privi di
qualsiasi familiarità con l’italiano e con il giapponese, dele regole della
grammatica. Tra le regole autentiche venivano ad arte inserite anche delle
regole linguisticamente impossibili, ma assai semplici. Le frasi si
susseguivano sullo schermo di un computer, mentre i soggetti giacevano
«incassati» entro l’apparecchiatura di risonanza magnetica e giudicavano, via
via, se la regola veniva rispettata o meno. Ad esempio, i soggetti
imparavano, tra le regole possibili, che, a differenza del tedesco, per fare
una frase in italiano non è necessario esprimere il soggetto, come in «leggo
molti bei libri»; invece, come regola impossibile imparavano che la negazione
andava messa sempre esattamente dopo la terza parola. Per esempio, per negare
la frase precedente dovevano dire: «leggo molti bei non libri». Tale regola è
«impossibile» perché in nessuna lingua del mondo la negazione occupa un posto
fisso nella sequenza delle parole. Procedure analoghe sono state applicate al
giapponese, lingua ancora più dissimile dal tedesco di quanto non sia
l’italiano. Il risultato è stato che solo quando i soggetti apprendevano le
regole possibili si attivava un’area del cervello tipica del linguaggio (la
cosiddetta area di Broca, che ha un equivalente anche nei primati ma non è
così evoluta come nell’uomo). Quando il cervello deve apprendere regole
impossibili, invece, questa area sembra addirittura disattivarsi!
Andrea Moro mi precisa: «Uno scopo centrale delle moderne ricerche in
linguistica è quello di ben caratterizzare la classe delle lingue umane
possibili, assai più di quello di descrivere le lingue esistenti. Dopo
cinquant’anni di ricerche, questa scoperta conferma che non si tratta solo di
un’utile classificazione di comodo. La classe delle lingue umanamente possibili
corrisponde, infatti, ad un’elaborazione effettuata da aree specifiche del
cervello. L’ipotesi che l’acquisizione del linguaggio nel bambino avviene
sotto una guida biologicamente determinata viene così corroborata». L’austera
rivista scientifica ha intitolato l’articolo di Moro e collaboratori (traduco
in italiano usando regole del tutto naturali): «L’area di Broca e l’istinto
del linguaggio». È facile prevedere che oggi spunterà un sorriso sul volto di
Chomsky e su quello di Steven Pinker, autore del bestseller internazionale
intitolato, appunto, L’istinto del linguaggio .
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