[Non c’è più la Verità, ma possiamo metterci d’accordo
GIANNI VATTIMO INTERPRETE DEL
NICHILISMO: VENUTA MENO LA METAFISICA, È LA NOSTRA MORTALITÀ A «FONDARE»
L’INELUTTABILE RELATIVITÀ DELL’ETICA E DELLA POLITICA
QUANDO si parla di ermeneutica, o meglio
quando si prende in considerazione e si riflette sulla lunga vicenda della
teoria dell'interpretazione, il pensiero non può non correre ai motivi d'un
grandioso confronto con la tradizione letteraria e religiosa: dall'esegesi
omerica in età ellenistica, a quella della Bibbia (e alla possibilità di una
sua autonoma interpretazione) che è stata scaturigine della Riforma
protestante, per giungere al rinnovato proporsi della questione dell'essere
nelle filosofie di Martin Heidegger e di Hans Georg Gadamer. Ciò che invece non
sempre si ha in mente, né si coltiva in prima battuta, è l'idea che nella
teoria dell'interpretazione sia (in modo più o meno esplicito) contenuta una
portata in senso lato politica, e segnatamente emancipativa. Questa via,
nell'ambito del panorama filosofico contemporaneo, è stata aperta anzitutto
(anche se non esclusivamente) da Gianni Vattimo, i cui lavori da tempo
insistono sul fatto che un cammino di questo genere assume la propria peculiare
configurazione in primo luogo quando si riconosca l'opportunità di un
accostamento dell'ermeneutica al nichilismo, e all'idea - maturata con terrore
per la prima volta nell'ambito del romanticismo tedesco - che dell'essere non
ne è più nulla.. È quanto avviene anche nel volume edito da Garzanti, che reca
per l'appunto il titolo Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica,
diritto: libro che raccoglie, fornendo loro un'adeguata cornice, saggi e
scritti risalenti all'ultimo decennio. Ora, come Vattimo autorevolmente
sottolinea (non solo in questo libro), per quanto ciò possa sembrare
paradossale, prendere adeguatamente partito in favore del nichilismo implica
anche una netta presa di posizione a favore della democrazia. Naturalmente si
tratta, in questo senso, d'intendersi anzitutto sul termine
"nichilismo", e su che cosa si intenda fare quando lo si adotta
esplicitamente come dimensione programmatica. Nichilismo, in questo caso (e
cioè nell'interpretazione che Vattimo offre di questo concetto), sulla base
principalmente delle filosofie di Nietzsche e di Heidegger, significa anzitutto
l'acquisita consapevolezza che la storia della metafisica è giunta alla fine:
laddove questo comporta, tuttavia, che l'apparente scacco che ne deriva, ossia
il perdersi del fondamento ultimo della realtà, apre il cammino a una
dimensione positiva. Ma in che modo avviene tutto ciò? E in che senso questo
evento ha a che fare anche con la democrazia? Di fatto, dice Vattimo, la
consumazione del fondamento ultimo e unico cui aspirava la storia della
metafisica apre la via al dissonante coro dell'alterità, che ha nella
democrazia il proprio emblema politico. Rinunciare al fondamento ultimo, dando
dunque credito al nichilismo come esito storico di un lungo cammino, significa
disporsi a scoprire la pluralità dell'essere e dunque delle opinioni. Ciò
tuttavia di per sé non basta, poiché in tal modo resteremmo prigionieri di un
orizzonte sostanzialmente astratto, all'interno del quale il pluralismo non
significherebbe né comporterebbe altro che una sorta di accettazione della
molteplicità, orientata da un principio d'indifferenza. Il che vorrebbe dire:
non importa quale delle tesi in ballo sia quella vera, ma ciò che conta è che
tutte possano accampare la loro pretesa di legittimità. Eppure, prosegue
Vattimo, nulla è peggio (sia dal punto di vista teoretico, sia dal punto di
vista morale e assiologico) del ritenere che la libertà si radichi nel
principio d'indifferenza, cioè nell'idea che ogni scelta è consentita purché
contemperi formalmente le altre, senza che essa venga tuttavia radicata in un
più profondo background. E seguendo la vicenda fondamentalmente unitaria
della redazione di questi saggi, il lettore si avvede di come, in realtà, non è
possibile acquisire una concezione pluralistica senza radicarla in una dimensione
più profonda, che è quella costituita dalla nostra mortalità. Mortalità
significa infatti confronto con il tempo, e dunque anche con la storia e con la
politica. Solo attraverso un'adeguata riflessione su questa forma di
indebolimento delle pretese di definitività del pensiero una politica e una
storia sono in grado di scoprire in modo compiuto che il declino dell'idea
fondamento ultimo su cui si fonda la vicenda metafisica è anche, insieme,
possibilità positiva di accedere a una vicenda di concreta emancipazione nella
quale il dialogo e la politica costituiscono le chances di un accordo e
dunque di un'unità non definitiva e asseverata sin dall'inizio. Una
possibilità, si è detto, che rinvia al tempo come alla dimensione propria del
nostro esistere, e sulla cui dolorosa, ineluttabile relatività si fonda anche
la vicenda dei significati e la pluralità delle interpretazioni. Certamente
questo modo di vedere può comportare anche un congedo dalla nozione di
"verità", almeno se ci si ostina nella pretesa di pensare
quest'ultima in termini metafisici, ossia ultimativi; alla nozione di verità
qui si affianca e quasi si sostituisce infatti quella di mortalità. Essa
costituisce il culmine di una paradossale e affascinante vicenda che fonda la
verità sul nichilismo, che intende il nichilismo come una chance di
emancipazione, e quest'ultima come il motivo di una visione religiosa che vive
non nella presenza dell'eterno ma nella rammemorazione della sua scomparsa.
L'origine perduta riaffiora così sotto le vesti che Mnemosyne ha voluto
donargli.
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