RASSEGNA STAMPA

8 GIUGNO 2003
FELICE CIMATTI
[Nessun progetto governa la vita umana
Nel libro di Enrico Bellone La nuova stella (Einaudi) i paradossi di una ennesima illusione antropocentrica
Caso e selezione Nulla che non sia compreso tra questi due poli può essere invocato per spiegare le nostre azioni. E' uno schema esplicativo il cui merito sta, soprattutto, nel non necessitare di alcuna entità non biologica per dare conto di quanto accade nel mondo della vita


C'è un topolino, dentro una gabbietta in un laboratorio di psicologia animale; ha fame, si aggira alla ricerca di cibo. Solleva il muso e sfiora una levetta; dapprima si ritrae innervosito, potrebbe essere un pericolo, ma poi lo stimolo della fame diventa più forte di quello della paura. Torna ad avvicinare il muso alla levetta, annusa l'aria intorno ad essa, e inavvertitamente la solleva, di poco: quanto basta perché da una apertura seminascosta rotoli sul pavimento un pezzetto di formaggio. Il movimento della levetta è stato, come detto, inavvertito, ossia casuale; il nostro topolino non aveva l'intenzione di muovere la levetta, stava facendo altro - la stava annusando - ma quella azione, fortuita, casuale appunto, è stata premiata, lo scopo di trovare il cibo è stato raggiunto, ma come conseguenza imprevista di un movimento che non ha alcun legame logico o conoscitivo con il suo effetto: è un esempio particolare di un meccanismo generale nel mondo della vita. Quella che oggigiorno è l'ala delle rondini - ad esempio - all'inizio era con molta probabilità una appendice cutanea che serviva a disperdere il calore in eccesso di un corpo (di un animale che non volava, né poteva farlo) altrimenti passibile di surriscaldarsi. La regola generale dei fenomeni viventi sembra essere la stessa, tanto nel caso del nostro topo che in quello dell'ala degli uccelli: all'inizio c'è il caso, che può assumere le sembianze di un movimento inintenzionale oppure quello di una mutazione genetica. Poi, quell'evento casuale, viene vagliato dall'ambiente: se il caso rende possibile un comportamento in qualche senso migliore, si conserva nella memoria, oppure nel genoma. Se invece quella variazione casuale non è vantaggiosa, non si conserverà: nel caso del topolino, in futuro eviterà di ripetere quell'azione, perché ha imparato che è pericolosa. L'animale nel cui genoma, casualmente, è apparsa quella mutazione sfavorevole muore prima di potersi riprodurre, così quella mutazione non viene trasmessa alle generazioni seguenti. La vita non segue alcuno scopo o direzione prestabilita, non c'è nessun progetto a guidarla. Caso e selezione, tutto qui. Si tratta di uno schema esplicativo estremamente potente, che ha soprattutto un merito, quello di non aver bisogno di postulare nessuna entità non biologica per dare conto di tutto quello che accade nel mondo della vita.

Se c'è il caso per spiegare le azioni e le forme degli organismi viventi non c'è bisogno di scopi, o di intenzioni, entità che - da un punto di vista biologico - non sappiamo come trattare. Un'ala si vede, ma uno scopo? Una azione si percepisce, ma una intenzione che tipo di cosa è? Il libro di Enrico Bellone, La nuova stella. L'evoluzione e il caso Galilei (Einaudi, 2003), parte da questo schema esplicativo - caso e selezione - allo stesso tempo semplicissimo ma estremamente potente - e lo estende anche a quei fenomeni, come la ricerca scientifica, o la cultura umana, che sembrerebbero invece basarsi su meccanismi completamente diversi. Per Bellone, infatti, «la distinzione tradizionale tra i processi cognitivi e strutture viventi è una metafora letteraria ... la cui popolarità dipende dalle illusioni antropocentriche, secondo le quali solo la crescita delle conoscenze umane possiede una logica interna o è governata dalle intenzioni degli intellettuali». È solo una «illusione antropocentrica» quella che ci fa credere che Galilei agisse guidato da scopi e intenzioni: in quanto organismo vivente, al di là di quanto potesse pensarne, il suo comportamento risponde agli stessi meccanismi inintenzionali e casuali che valgono nel resto del mondo vivente: caso e selezione. Da questo punto di vista non c'è differenza sostanziale fra l'evoluzione biologica e quella culturale; in entrambi i casi «i processi evolutivi non sono governati da un progetto precostituito [e] non si svolgono in modo da raggiungere scopi prefissati e non possiedono una direzione intrinseca».

L'obiettivo di Bellone è quello di mostrare l'infondatezza, biologica e antropologica, di «chi coltiva il pregiudizio secondo cui Homo sapiens gode di specialissimi privilegi rispetto agli altri organismi viventi». In effetti, la moderna biologia (a partire almeno dal De Anima aristotelico) ci insegna che questi privilegi non sono in alcun modo giustificati, e soprattutto ci insegna che gli animali non umani sono menti quanto lo sono gli animali umani. Ma non è questo il punto, perché Bellone mira ad un obiettivo molto più ambizioso: vuole, in sostanza, spiegare l'insieme dei fenomeni della cultura umana usando esclusivamente quell'elementare meccanismo che dà conto, sembra, dell'intero mondo vivente, appunto il gioco del caso e della selezione (naturale). Se l'operazione riesce il campo della cultura umana diventa, di fatto, un corollario della biologia. Con la conseguenza che diventa infine «necessario ... respingere diverse idee preconcette e accettare la paziente cecità dei processi evolutivi, criticare le opinioni favorevoli alla natura vettoriale della conoscenza, prendere le distanze da ogni forma di dualismo circa il problema mente/cervello».

È su questa coppia che, da ultimo, è opportuno soffermarsi. Sembra che Bellone, in questo libro, giunga, paradossalmente, a delle conclusioni ancora troppo poco biologiche. Nonostante i problemi che comporta, la distinzione fra mente e cervello ci serve, da Cartesio in poi, a distinguere fra i fenomeni che si possono spiegare in modo inintenzionale (quelli del cervello) da quelli per i quali una simile spiegazione non è sufficiente o addirittura inutile (quelli della mente). Il caso esemplare, oggi come ai tempi di Cartesio, è il linguaggio, come Chomsky non si stanca di ricordarci. Il funzionamento del linguaggio umano, diversamente da quello degli altri animali, non si spiega mediante la coppia caso e selezione. Quando qualcuno parla, quel che dice si basa su principi logici interni (la sintassi), che non hanno nulla a che vedere con il fatto che quel che dice si adatti o no all'ambiente non linguistico. Il linguaggio umano ha una sua logica che non è quella dell'evoluzione. E siccome tutta la cultura umana ha a che fare con il linguaggio, ne segue che non è spiegabile mediante il principio biologico del caso e della selezione. Certamente, il linguaggio umano è un fenomeno evolutivo, e come tale rientra nella biologia, ma - una volta che si sia fissato come sistema biologico coerente - ha introdotto all'interno del mondo biologico dei principi che sono affatto diversi da quelli che ne hanno permesso la formazione. È sempre biologia, ma una biologia diversa. La biologia umana, la biologia della cultura della specie animale Homo sapiens, è basata sul linguaggio, non sui meccanismi logici e cognitivi che valgono per i canarini o gli scimpanzé; da questo punto di vista la mente è una entità biologica tanto quanto il cervello.

Ora, la mente è appunto quel tipo di entità che vive soltanto nel linguaggio, e rinunciarvi significherebbe quindi rinunciare a comprendere la peculiare biologia dell'umano. Una biologia linguistica, certamente, ma sempre di biologia si tratta.




 

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Scienze Cognitive