[Nessun progetto governa la vita
umana
Nel libro di Enrico
Bellone La
nuova stella (Einaudi) i paradossi di una ennesima illusione antropocentrica
Caso e selezione Nulla che non sia compreso tra questi
due poli può essere invocato per spiegare le nostre azioni. E' uno schema
esplicativo il cui merito sta, soprattutto, nel non necessitare di alcuna
entità non biologica per dare conto di quanto accade nel mondo della vita
C'è un topolino, dentro
una gabbietta in un laboratorio di psicologia animale; ha fame, si aggira alla
ricerca di cibo. Solleva il muso e sfiora una levetta; dapprima si ritrae
innervosito, potrebbe essere un pericolo, ma poi lo stimolo della fame diventa
più forte di quello della paura. Torna ad avvicinare il muso alla levetta,
annusa l'aria intorno ad essa, e inavvertitamente la solleva, di poco: quanto
basta perché da una apertura seminascosta rotoli sul pavimento un pezzetto di
formaggio. Il movimento della levetta è stato, come detto, inavvertito, ossia casuale; il nostro topolino non aveva
l'intenzione di muovere la levetta, stava
facendo altro - la stava annusando - ma
quella azione, fortuita, casuale appunto, è stata premiata, lo scopo di trovare
il cibo è stato raggiunto, ma come conseguenza imprevista di un movimento che
non ha alcun legame logico o conoscitivo con il suo effetto: è un esempio
particolare di un meccanismo generale nel mondo della vita. Quella che
oggigiorno è l'ala delle rondini - ad esempio - all'inizio era con molta
probabilità una appendice cutanea che serviva a disperdere il calore in eccesso
di un corpo (di un animale che non volava, né poteva farlo) altrimenti
passibile di surriscaldarsi. La regola generale dei fenomeni viventi sembra
essere la stessa, tanto nel caso del nostro topo che in quello dell'ala degli
uccelli: all'inizio c'è il caso, che può assumere le sembianze di un movimento
inintenzionale oppure quello di una mutazione genetica. Poi, quell'evento
casuale, viene vagliato dall'ambiente: se il caso rende possibile un
comportamento in qualche senso migliore, si conserva nella memoria, oppure nel
genoma. Se invece quella variazione casuale non è vantaggiosa, non si
conserverà: nel caso del topolino, in futuro eviterà di ripetere quell'azione,
perché ha imparato che è pericolosa. L'animale nel cui genoma, casualmente, è
apparsa quella mutazione sfavorevole muore prima di potersi riprodurre, così
quella mutazione non viene trasmessa alle generazioni seguenti. La vita non
segue alcuno scopo o direzione prestabilita, non c'è nessun progetto a
guidarla. Caso e selezione, tutto qui. Si tratta di uno schema esplicativo
estremamente potente, che ha soprattutto un merito, quello di non aver bisogno
di postulare nessuna entità non biologica per dare conto di tutto quello che
accade nel mondo della vita.
Se c'è il caso per spiegare le azioni e le forme degli
organismi viventi non c'è bisogno di scopi, o di intenzioni, entità che - da un
punto di vista biologico - non sappiamo come trattare. Un'ala si vede, ma uno scopo?
Una azione si percepisce, ma una intenzione che tipo di cosa è? Il libro di
Enrico Bellone, La nuova stella. L'evoluzione e
il caso Galilei (Einaudi, 2003), parte da questo schema esplicativo - caso
e selezione - allo stesso tempo semplicissimo ma estremamente potente - e lo
estende anche a quei fenomeni, come la ricerca scientifica, o la cultura umana,
che sembrerebbero invece basarsi su meccanismi completamente diversi. Per
Bellone, infatti, «la distinzione tradizionale tra i processi cognitivi e strutture
viventi è una metafora letteraria ... la cui popolarità dipende dalle illusioni
antropocentriche, secondo le quali solo la crescita delle conoscenze umane
possiede una logica interna o è governata dalle intenzioni degli
intellettuali». È solo una «illusione antropocentrica» quella che ci fa credere
che Galilei agisse guidato da scopi e intenzioni: in quanto organismo vivente,
al di là di quanto potesse pensarne, il suo comportamento risponde agli stessi
meccanismi inintenzionali e casuali che valgono nel resto del mondo vivente:
caso e selezione. Da questo punto di vista non c'è differenza sostanziale fra
l'evoluzione biologica e quella culturale; in entrambi i casi «i processi
evolutivi non sono governati da un progetto precostituito [e] non si svolgono
in modo da raggiungere scopi prefissati e non possiedono una direzione
intrinseca».
L'obiettivo di Bellone è quello di mostrare l'infondatezza,
biologica e antropologica, di «chi coltiva il pregiudizio secondo cui Homo sapiens gode di specialissimi privilegi rispetto agli
altri organismi viventi». In effetti, la moderna biologia (a partire almeno dal
De Anima aristotelico) ci insegna che questi
privilegi non sono in alcun modo giustificati, e soprattutto ci insegna che gli
animali non umani sono menti quanto lo sono
gli animali umani. Ma non è questo il punto, perché Bellone mira ad un
obiettivo molto più ambizioso: vuole, in sostanza, spiegare l'insieme dei
fenomeni della cultura umana usando esclusivamente quell'elementare meccanismo
che dà conto, sembra, dell'intero mondo vivente, appunto il gioco del caso e
della selezione (naturale). Se l'operazione riesce il campo della cultura umana
diventa, di fatto, un corollario della biologia. Con la conseguenza che diventa
infine «necessario ... respingere diverse idee preconcette e accettare la
paziente cecità dei processi evolutivi, criticare le opinioni favorevoli alla
natura vettoriale della conoscenza, prendere le distanze da ogni forma di
dualismo circa il problema mente/cervello».
È su questa coppia che, da ultimo, è opportuno soffermarsi.
Sembra che Bellone, in questo libro, giunga, paradossalmente, a delle
conclusioni ancora troppo poco biologiche. Nonostante i problemi che comporta,
la distinzione fra mente e cervello ci serve, da Cartesio in poi, a distinguere
fra i fenomeni che si possono spiegare in modo inintenzionale
(quelli del cervello) da quelli per i quali una simile spiegazione non è
sufficiente o addirittura inutile (quelli della mente). Il caso esemplare, oggi
come ai tempi di Cartesio, è il linguaggio, come Chomsky non si stanca di
ricordarci. Il funzionamento del linguaggio umano, diversamente da quello degli
altri animali, non si spiega mediante la coppia caso e selezione. Quando
qualcuno parla, quel che dice si basa su principi logici interni (la sintassi),
che non hanno nulla a che vedere con il fatto che quel che dice si adatti o no
all'ambiente non linguistico. Il linguaggio umano ha una sua logica che non è quella dell'evoluzione. E siccome
tutta la cultura umana ha a che fare con il linguaggio, ne segue che non è
spiegabile mediante il principio biologico del caso e della selezione.
Certamente, il linguaggio umano è un fenomeno evolutivo, e come tale rientra
nella biologia, ma - una volta che si sia fissato come sistema biologico coerente
- ha introdotto all'interno del mondo biologico dei principi che sono affatto
diversi da quelli che ne hanno permesso la formazione. È sempre biologia, ma
una biologia diversa. La biologia umana, la
biologia della cultura della specie animale Homo sapiens,
è basata sul linguaggio, non sui meccanismi logici e cognitivi che valgono per
i canarini o gli scimpanzé; da questo punto di vista la mente è una entità
biologica tanto quanto il cervello.
Ora, la mente è appunto quel tipo di entità che vive soltanto nel linguaggio, e rinunciarvi significherebbe
quindi rinunciare a comprendere la peculiare biologia
dell'umano. Una biologia linguistica, certamente, ma sempre di biologia si
tratta.
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