![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 6 GIUGNO 2003 |
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"MOLTI
dei problemi che il mondo si trova oggi ad affrontare, in particolare quelli
legati alla perdita di posti di lavoro a causa della continua innovazione
tecnologica, non sono nuovi in Europa perché rappresentano una diretta
conseguenza del modello di sviluppo costruito nel corso degli ultimi due
secoli. A renderli più complessi è però il loro carattere ormai globale, che
impedisce di ricorrere alle terapie utilizzate nel corso dell' Ottocento e di
gran parte del Novecento". Zygmunt Bauman ricorda che sino a pochi
decenni fa l'Asia, l'Africa, l'Australia o l'America Latina costituivano per le
potenze economiche del Vecchio Continente un enorme mercato per i loro prodotti
ma, soprattutto, garantivano un lavoro sicuro a chi non riusciva a trovarlo in
patria. In partenza per l'Italia - domani sarà a Bologna, ospite di un convegno
sul welfare - il grande studioso anglo-polacco spiega che l'effetto più
visibile della globalizzazione è rappresentato proprio da un profondo mutamento
nei rapporti tra il Nord e il Sud del pianeta. "Oggi non esistono più
terre vergini che gli occidentali possano colonizzare per spegnere i focolai
delle tensioni sociali interne. Al contrario, milioni di persone stanno
premendo alle porte dell'Europa o degli Usa per costruirsi un futuro diverso da
quello che avrebbero nei loro paesi", aggiunge Bauman. Si tratta di un
fenomeno privo di riscontri nel passato recente oltre che, precisa, "della
manifestazione più evidente della precarietà che caratterizza il nostro
presente, di un tempo in cui tutto appare incerto e assai mutevole".
Professor
Bauman, perché a suo giudizio la globalizzazione ha contribuito ad accentuare i
problemi sociali su scala planetaria?
"Perché
ha dimostrato ai popoli dell'Asia e dell'Africa, dell'Europa dell'Est e di
altre regioni della Terra ciò che gli abitanti dei paesi più ricchi sapevano
bene da tempo: che il progresso tecnologico comprime il numero dei posti di
lavoro. La modernità è rimasta a lungo un privilegio di una percentuale
ristretta degli abitanti del pianeta e il problema della manodopera in eccesso
è stato risolto favorendo l'emigrazione di chi non poteva trovare lavoro in
patria, dei rifiuti dello sviluppo occidentale. Per quasi duecento anni i
"rifiuti" si sono messi in viaggio verso altre terre, oppure hanno
rappresentato l'ossatura delle amministrazioni coloniali. Oggi la vittoria
della modernità in ambito globale ha aumentato in misura esponenziale il numero
dei "rifiuti". I processi di migrazione, poi, vanno in direzione
opposta rispetto al passato, generano una mobilità che crea un allarme
crescente in Occidente. A mio giudizio, il problema con il quale saremo
chiamati a misurarci in futuro è quello della sovrabbondanza: di merci e,
purtroppo, anche di uomini privi di lavoro. Il rischio è che la disoccupazione
diventi una condizione permanente per centinaia di milioni di persone, senza
che nessuna politica di welfare riesca a garantire tutele efficaci agli
esclusi".
Nei suoi
libri lei si è più volte occupato delle conseguenze dell'individualismo
contemporaneo, sostenendo che rappresenta un pericolo per la stabilità sociale.
Per quali motivi?
"Un
senso di competitività esasperato, il successo del liberismo in ogni ambito e
il progressivo indebolirsi delle strutture statali costituiscono le
caratteristiche più evidenti dei mutamenti avvenuti nel corso degli ultimi
anni. Certo, almeno in teoria la caduta dei regimi dittatoriali e il favore
crescente per forme di governo democratiche in Asia e in Africa dovrebbero
contribuire ad estendere i diritti, non a ridurli. Purtroppo, in Occidente e in
altre parti del mondo, sta venendo a galla una differenza profonda tra la
teoria e la realtà quotidiana. Con il risultato che siamo tutti impegnati in
una difficile battaglia perché i principi sui quali abbiamo il nostro modello
di welfare continuino a ispirare le scelte politiche. Ma tra le garanzie
promesse e quelle davvero disponibili nell'ambito della sanità, dell'istruzione
o dell'accoglienza si registra spesso un'enorme differenza. E proprio questa
distanza costituisce, a mio giudizio, l'origine più evidente dell'ostilità nei
confronti di chi appare diverso. La società degli individui è una società di
persone sole e isolate, che hanno paura di non avere le caratteristiche giuste
per ottenere successo. Il minor peso dello Stato nell'economia e nella vita
pubblica ha indebolito i legami sociali, che però rappresentano l'unica difesa
contro il razzismo, l'intolleranza e il disordine sul piano politico".
Pensa che la
riscoperta di una religiosità di tipo tradizionale o il rafforzarsi del nazionalismo
costituiscano una prova di quanto siano ancora importanti i legami sociali?
"Mi
sembra che questi fenomeni, pur molto diversi tra loro, abbiano un denominatore
comune: il rilievo attribuito al concetto di identità. Nello stesso tempo,
tuttavia, credo che la preoccupazione, assai contemporanea, della tutela ad
ogni costo dell'identità sia la manifestazione del bisogno disperato di
ritrovare ciò che abbiamo perso per sempre: la solidità dei rapporti
interpersonali. Se è vero, come io sostengo, che oggi sperimentiamo una
condizione di perpetua instabilità, allora la crescente importanza attribuita
ad una identità spesso immaginaria rappresenta un balsamo per provare a
medicare le ferite. Va poi tenuto presente che la ricerca frenetica
dell'identità non è un residuo del passato, ma rappresenta l'effetto
collaterale dei processi di globalizzazione in atto. E, dunque, giudico poco
probabile che i conflitti prodotti da una simile attività possano attenuarsi
nel corso dei prossimi anni".
Saranno
questi conflitti a produrre lo scontro tra civiltà che alcuni temono e altri,
al contrario, auspicano?
"Non
credo, anche se ancora non vedo un forte impegno per eliminare alla radice i
motivi di diffidenza e di contrasto tra i diversi popoli che, a giudizio di Samuel
Huntington, potrebbero aprire la strada ad uno scontro tra civiltà. Io concordo
con il sociologo italiano Alberto Melucci: globalizzazione, diceva, è sinonimo
di interdipendenza, di comune assunzione di responsabilità generali. Per il
momento, però, questa consapevolezza mi sembra minoritaria, anche se non c'è
altra strada per riuscire a governare la modernità. I problemi con i quali
dobbiamo fare i conti sono infatti ormai globali e richiedono soluzioni
globali. Che vanno individuate favorendo il confronto tra le diverse
sensibilità politiche e religiose".
Più volte,
in passato, lei si è definito socialista. Lo è ancora?
"Certamente. Essere socialista vuol dire credere che il grado di civiltà di un paese va misurato osservando quale trattamento riserva ai suoi cittadini più deboli. E, ancora, ritenere che la tutela dei diritti non rappresenta un ostacolo sulla strada della crescita economica. Aristotele ha scritto che una vita degna di questo nome può essere garantita solo da una società forte e coesa. Oggi molti tendono a dimenticarlo. Ecco perché penso che il mondo abbia ancora bisogno dei socialisti".