![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 MAGGIO 2003 |
|
HA CAVALCATO la tigre della scienza moderna, così lontana dal quadro di
rassicuranti “certezze" della fisica classica, persino con allegria.
Talvolta contagiosa. Caos, instabilità, disordine, probabilità, casualità,
complessità catastrofi... L’universo di Ilya Prigogine era come il Paese
delle Meraviglie di Alice dove tutto cambia, tutto è possibile, tutto è rimesso
continuamente in gioco. Premio Nobel per la chimica per le sue ricerche
sull’entropia e sulle strutture dissipative non si stancava di sottolineare che
anche Einstein aveva avuto paura della rivoluzione scatenata dalla fisica
quantistica, che sostituiva alle sicurezze del mondo di Newton i concetti di
aleatorietà e di probabilità. Non era stato, forse, proprio il padre della
relatività a dire la celeberrima frase: «Non posso credere che Dio giochi a
dadi»?
Prigogine, no. Come tutti i grandi scienziati consapevoli della sconvolgente e
irreversibile svolta generata dalla teoria dei quanti, si trovava perfettamente
a suo agio nel pirotecnico universo descritto profeticamente (nell’Ottocento!)
da Lewis Carroll nei suoi capolavori. Nel mondo reale - ha detto, con
implacabile lucidità, il grande chimico russo - non esiste un sistema che non
sia instabile e che non possa prendere svariate direzioni. La fisica
einsteiniana e post-einsteiniana non esprime certezze ma possibilità.
Questa è stata la lezione, per qualcuno esaltante e per altri inquietante, di
Prigogine. Ma, sempre fondata su solidissime basi scientifiche.
«L’universo», mi disse in occasione di un incontro a Firenze, «è come un
romanzo. In principio c’è la storia del cosmo, seguita da quella della materia.
Poi, c’è quella della vita e infine quella dell’umanità, la nostra. Queste
storie sono concatenate l’una con l’altra proprio come le mille notti arabe di
Sheherazade. Ma nuove storie ci attendono e possono essere scritte. Il romanzo
dell’universo non è ancora finito e forse non finirà mai...».
Nato a Mosca alla vigilia della Rivoluzione d’ottobre ma vissuto a Bruxelles
sin dal 1929, Prigogine possedeva una cultura enciclopedica che gli permetteva
di dialogare con Beethoven e Einstein, Woody Allen e Aristotele, Beckett e Schrodinger
come se nulla fosse, senza mai perdere di vista il rigore delle proprie
affermazioni. Aveva ricevuto il Nobel per i suoi contributi alla comprensione
della termodinamica culminati nella personalissima teoria delle “strutture
dissipative", di quei sistemi che si generano, a partire da stati caotici,
con dissipazione di energia in condizione di lontananza dello stato di
equilibrio. Ma il suo pensiero trovò risonanza mondiale soprattutto con la
pubblicazione, a metà degli Anni 70, del capolavoro La nuova alleanza
(sottotitolo Uomo e natura in una scienza unificata), scritto con
l’epistemologa Isabelle Stengers e pubblicato in Italia da Einaudi. E Prigogine
superava con la padronanza di un sapere sterminato ed eclettico (e con la sua
capacità di divertirsi e di divertire l’interlocutore, che fosse una singola
persona o un vasto pubblico) le difficoltà di divulgarlo.
«Gli esseri umani hanno sempre avuto bisogno di certezze», diceva. «Un tempo le
avevano o credevano di averle dalla religione. Poi le hanno avute dalla fisica
di Newton per parlava un linguaggio deterministico e non problematico come
quello della scienza moderna. Oggi non è più così e non accettare questa realtà
ha intrappolato persino un genio come Einstein in contraddizioni insuperabili.
La cosa importante è capire che tutto questo non è un fatto negativo, al
contrario. Siamo forse all’inizio di una nuova storia dell’universo. Mi piace
paragonarlo a un bambino appena nato. Non sappiamo cosa potrà fare da grande,
chi sarà e diventerà. Certo, alcuni genitori vorrebbero già saperlo. Ma quello
che conta, a mio avviso, non sono le nostre pretese di certezze ma le infinite
potenzialità dell’universo-bambino».
Anche in campo politico-sociale Prigogine era di una straordinaria apertura
mentale. Aveva ben presenti tutte le questioni dominanti del nostro
presente-futuro: la fine delle ideologie, la rinascita dei fondamentalismi, la
società multietnica, la crisi ambientale. Ma aveva fiducia, una contagiosa
inesauribile speranza. «L’essenziale», ammoniva, «è capire che le sfide sono
più stimolanti di noiosissime pseudocertezze».
Riteneva che i due grandi problemi della nascita e della fine dell’universo
fossero più che mai aperti. Quanto al primo, si attendeva una possibile
clamorosa risposta dall’eventuale creazione della materia in laboratorio che
potrebbe condurre la scienza all’avvio della “cosmologia sperimentale". E,
per quel che riguarda il secondo, non esitava a tener fede alla sua immagine di
“eretico" e rivoluzionario. Sosteneva che l’universo potrebbe non
finire mai, messaggio finora inaccettabile sia per la conoscenza
scientifica che per le religioni.
«A sostenere la morte dell’universo», spiegava con olimpica serenità ma con
ferma convinzione, «è stata una interpretazione del secondo principio della
termodinamica, in base al quale ogni sistema energetico è destinato
progressivamente all’esaurimento, all’entropia. Secondo me, invece, la
termodinamica ci dà un altro messaggio: non è mai possibile predire il futuro
di un sistema complesso. Il futuro di un simile sistema — e più che mai quello
di uno straordinariamente complesso come il nostro universo — è aperto. Per il
cosmo nessun destino di morte è, dunque, scontato». E concludeva, con un
affondo sorprendente ma tutt’altro che privo di fondamento scientifico:
«Anziché preoccuparci della sua morte, dobbiamo cambiare il nostro
atteggiamento e pensare che l’universo è un bambino appena nato».