[Prigogine,
la natura del tempo
La
scomparsa di Ilya Prigogine. Premio Nobel per la chimica nel 1977 per il suo
lavoro sulla termodinamica, è morto ieri a Bruxelles all'età di 86 anni. A lui
dobbiamo il contributo forse più significativo di messa in discussione della
visione tradizionale di un universo inteso come assemblaggio di parti semplici.
E la proposta di una nuova e necessaria alleanza tra vita e materia, tra
l'esperienza vissuta del tempo e il divenire fisico-chimico
Ilya Prigogine
compone nel 1945 una tesi di dottorato che segna l'inizio della sua
impostazione originale nel campo della termodinamica; in condizioni lontane
dall'equilibrio, possono prodursi in modo aleatorio delle fluttuazioni da cui
si sviluppano nuovi sistemi, le strutture dissipative che, grazie all'energia
ricevuta dall'esterno, mantengono una stabilità dinamica. Nell'irreversibilità
può costituirsi un ordine mediante fluttuazioni; la fisica non si riduce
all'ordine ripetitivo o alla deriva necessaria verso la dissipazione, prevista
dal secondo principio. La freccia del tempo non scorre soltanto verso la morte,
la direzionalità dei fenomeni procede anche verso l'innovazione. Già in ambito fisico-chimico
appaiono processi di auto-organizzazione, che anticipano quelli propri del
vivente. Da questi studi, per i quali Prigogine ricevette nel `77 il Nobel per
la chimica, prende avvio una ricerca feconda che ha trovato la sua migliore
espressione nel libro scritto con Isabelle Stengers La nuova
alleanza (Einaudi, 1981). La natura che la scienza a lungo ci ha
svelato non era poi molto lontana dal mondo illusorio da cui i mistici tendono
a fuggire; ancora per Einstein il vero universo è trasparente e purificato, la
relatività rimane inscritta nel solco della teoria parmenidea dell'essere, in
cui si ignora la differenza fra passato e futuro. Ma per Prigogine erano
legittime le critiche rivolte da Bergson al più grande scienziato del `900: il
tempo è creazione, il suo ruolo è di operare trasformazioni, di aprire lo
spettro di possibilità evolutive ed è questo che sfuggiva al determinismo della
scienza classica. La termodinamica avvia una fisica del divenire, eraclitea, e
soprattutto consente di ritrovare una visione unitaria in cui la descrizione
scientifica della realtà e l'esperienza che viviamo del tempo convergono (Dall'Essere
al Divenire, Einaudi). A Prigogine dobbiamo il contributo forse più
significativo di messa in discussione della visione tradizionale di un universo
inteso come assemblaggio di parti semplici. Era questa ancora la concezione su
cui si fondava Monod ne Il caso e la necessità, riflettendo
sui progressi della biologia molecolare: la vecchia alleanza era infranta,
l'uomo sapeva infine di ritrovarsi solo nell'immensità indifferente
dell'universo dal quale è emerso per caso, come un numero uscito alla roulette.
Ma il baratro fra le leggi ripetitive della materia inerte e l'evoluzione
biologica risulta colmato grazie a Prigogine; in una natura che ritrova il clinamen epicureo, la
processualità di Whihetead e il decorso imprevedibile dei fenomeni instabili,
più simili al bighellonare delle nuvole che alla traiettorie delle palle da
biliardo, l'uomo riscopre un suo spazio. La materia stessa porta memoria del
suo passato, ha in sé inscritte le condizioni iniziali da cui si è formata; il
mondo fisico non è più estraneo all'evoluzione che credevamo prerogativa dei
sistemi viventi, e la storia stessa non risulta più esclusiva dell'uomo, ma si
rintraccia nello stesso mondo fisico. Prigogine ha così fornito alla filosofia
nuovi stimoli per rinnovare l'antica l'interrogazione sul tempo; del resto gli
interessi giovanili dello scienziato erano rivolti ai problemi filosofici e
proprio la lettura di Bergson lo aveva condotto a prestare attenzione al
problema del tempo, un problema che, nelle discussioni che Prigogine ebbe negli
anni della guerra con Bohr e Pauli, veniva giudicato risolto da Newton, salvo
le modificazioni poi apportate da Einstein. Ma alla scienza classica sembrava
sfuggire la varietà di forme e comportamenti che nella natura si ritrovano, le
potenzialità impreviste della sua evoluzione. Come per il Popper che riflette
sulle implicazioni della meccanica quantistica, anche per Prigogine il futuro è
aperto, il reale è un dispiegarsi di possibili a ogni istante, come diceva uno
scrittore che gli era caro, Valéry. Il concetto originale della scienza
occidentale è quello di leggi di natura deterministiche, esito della credenza
nel Dio cristiano, onnipotente legislatore; in questo mondo senza eventi, le
scienze non ritrovano l'irreversibilità del vissuto e del vivente. La vita e la
storia restano instabili, stabile invece appariva la natura, su cui la nostra
presunzione imponeva le sue certezze (La fine delle certezze, Bollati
Boringhieri, `97). La scoperta dell'instabilità dinamica, dei fenomeni caotici,
ci obbliga invece a rivedere le leggi della scienza classica, al fine di
includervi il temporale e il locale; e gli ultimi scritti di Prigogine puntavano
verso una sintesi in grado di ritrovare nelle fondamenta stesse delle scienze
l'instabilità e l'irreversibilità, facendo delle leggi che mantengono
l'isotropia temporale, in dinamica o in meccanica quantistica, dei casi limite,
delle idealizzazioni.
«La musica è il vero paradigma della scienza moderna, ha
scritto Prigogine, poiché come la musica, gli eventi che sono oggetto della
scienza vengono dal silenzio e tornano al silenzio». Il multiverso in cui oggi
sappiamo di abitare è fatto sia di leggi che di eventi e l'opera musicale è
appunto l'espressione di questo dualismo: obbedisce a leggi ma vi sono anche
biforcazioni da cui avrebbero potuto partire cammini diversi, in essa convivono
determinismo e novità, ripetizione e innovazione. I sistemi instabili
consentono di introdurre il tempo alla base stessa della descrizione e
riscoprire il tempo era per Prigogine un modo per ritrovare la nostra
appartenenza alla natura. Superare il cuore platonico (e poi spinoziano ed
einsteniano) della scienza occidentale, rivolta a un mondo statico e
idealizzato, è stato l'obiettivo della ricerca di Prigogine; per farlo
occorreva costruire una matematica e una fisica del cambiamento e del tempo, ma
insieme conservare un'interazione costante tra la visione scientifica e le
conseguenze filosofiche che se ne possono trarre.
Prigogine ha così rinnovato l'intreccio fra scienza,
filosofia e cultura che sembrava dal dopoguerra dissolto negli specialismi; non
sorprende allora che il suo percorso abbia incrociato gli sforzi di quanti
hanno cercato di attraversare il Paese d'Enciclopedia, da Michel Serres a
Calvino, nell'intento di far comunicare campi separati. Calvino ricordava
quanto fosse sensibile all'immagine dell'integrazione dell'uomo nel cosmo,
attraverso un legame che passa per il tempo; e nel richiamo all'universo di
partecipazione, esito dal percorso intrapreso da Prigogine, scorgeva le basi di
un'etica fondata sull'immagine di un universo a cui siamo tutti chiamati a
collaborare.
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