RASSEGNA STAMPA

29 MAGGIO 2003
LISA MASIER
[Stati mentali di noi animali intenzionali
Un seminario a Raito. Da domani, due giornate sulla costiera amalfitana saranno dedicate a fare il punto sul rapporto fra le due dimensioni in cui scienza e filosofia hanno tradizionalmente inquadrato il problema-uomo: da un lato le invarianti biologiche che ne definiscono la natura, dall'altro le coordinate esistenziali e politiche che tracciano il profilo della condizione umana
LISA MASIER
Un seminario di studi che riunisca intorno ad uno stesso tavolo filosofi, biologi, linguisti e neuroscienziati non è più, ai giorni nostri, una curiosa anomalia, ma un segno tangibile di quanto sia mutato lo scenario complessivo delle conoscenze nella seconda metà del Novecento. Volendo indicare a colpo sicuro un aspetto plateale di questa trasformazione, basta osservare il modo in cui discipline e programmi di ricerca sviluppatisi all'interno delle scienze naturali, come le neuroscienze o la biologia molecolare, si rivolgono ormai sistematicamente a un oggetto riservato un tempo alle sole scienze umane e che, anzi, di queste scienze costituiva la vera e propria base, vale a dire: l'insieme delle facoltà specifiche che definiscono l'umanità dell'uomo. Le forme di vita dell'uomo, la sua specifica capacità di parlare una lingua e di dare senso alla catena delle proprie azioni, in breve tutto ciò che un tempo tracciava il perimetro esclusivo dell'antropologia filosofica, è oggi l'oggetto su cui convergono indagini e sperimentazioni scientifiche di taglio apertamente ingegneristico - che si tratti dell'ingegneria genetica o della computeristica. Difficile pronosticare il futuro di queste nuove tecnoscienze dell'uomo. E' certo però che il loro attuale impetuoso sviluppo sta già visibilmente sgretolando gli steccati che tradizionalmente separavano scienza, tecnica e filosofia, spingendo gli esponenti più responsabili di ciascuna di queste direzioni di ricerca a un confronto più aperto e costruttivo di quanto non avvenisse in passato.

E' in questo scenario che s'inserisce il seminario dal titolo «Forme di vita: tra processi biologici e atti linguistici», che avrà luogo il 30 e 31 maggio nel piccolo comune di Raito, sulla costiera amalfitana. Qui, nell'antica Villa Guariglia, s'incontreranno esperti di neuroscienze come Alberto Oliverio, teorici del linguaggio come Daniele Gambarara e Franco Lo Piparo, filosofi come Massimo De Carolis, Stefano Catucci, Davide Sparti, Paolo Virno e Augusto Illuminati, per fare il punto sul rapporto fra le due dimensioni in cui scienza e filosofia hanno tradizionalmente inquadrato il problema-uomo: da un lato le invarianti biologiche che definiscono la natura umana, dall'altro le coordinate esistenziali e politiche che tracciano il profilo della condizione umana. Nella tradizione moderna queste due dimensioni erano concettualmente distinte e assegnate rispettivamente alla scienza e alla filosofia: ancora negli anni Cinquanta, un testo di altissimo livello speculativo come Vita activa di Hannah Arendt (il cui titolo originale era proprio The Human Condition) si apriva appunto ricordando questa distinzione categoriale, destinata a tradursi in fondo in un reciproco vantaggio. I filosofi potevano cioè riflettere sulle condizioni dell'esistenza umana senza essere chiamati a un confronto troppo meticoloso con le teorie scientifiche emergenti; gli scienziati, dal canto loro, erano esentati dalle difficoltà speculative e dall'impegno esistenziale impliciti in ogni meditazione sulla condizione umana. Lo sgretolamento di questo confine dischiude quindi una prospettiva ricca di fascino, ma in cui ogni azzardo teorico è esposto al doppio rischio di cadere o in una forma di umanismo metafisico - che scinde, appunto, la condizione umana da ogni nesso con la costituzione naturale dell'uomo - o in un'identificazione frettolosa e riduttiva, che affronta ogni inquietudine esistenziale come un problema tecnico, da risolversi intervenendo direttamente sui processi biologici dell'organismo.

In realtà, per quanto sia evidentemente esasperata dalle nuove possibilità aperte dalle tecnoscienze, quest'ambivalenza non è né casuale né nuova. A partire anzi dalla sua definizione in Aristotele come «il vivente che ha linguaggio», si può dire che l'uomo sia stato concepito in Occidente come la sintesi di due momenti - la vita e il linguaggio - la cui unità resta un problema aperto. Alla base, l'interrogativo antropologico fondamentale sembra perciò ridursi a questo: dobbiamo ritenere che questi due momenti siano sostanzialmente estranei l'uno all'altro, che cioè il linguaggio si sovrapponga al vivente come a un mero supporto materiale dal quale, in linea di principio, potrebbe anche essere disgiunto? O, viceversa, l'unità che costituisce l'uomo non ha niente di accidentale, ma è già essenzialmente inerente a ciascuno di quelli che solo per un gioco dell'astrazione ci appaiono come due poli distinti? Non si tratta di una semplice e neutrale alternativa teorica, dal momento che la condizione umana apparirà, nell'una o l'altra opzione, sotto un segno del tutto diverso, con conseguenze che investono direttamente il piano etico e politico. Nel primo caso, l'uomo figura come la sintesi di due principi indipendenti, che rivelano in completa trasparenza la loro natura solo là dove siano scissi uno dall'altro: nei processi biologici che sovrintendono alla riproduzione di qualsiasi essere vivente, e nei sistemi di calcolo che assicurano in generale l'elaborazione dell'informazione. Nel secondo caso, invece, la vita propriamente umana risulterà essenzialmente diversa dalla semplice facoltà autopoietica che designa in generale i viventi privi di linguaggio, e analogamente il linguaggio vero e proprio, appunto perché intimamente legato alla vita, apparirà irriducibile ad ogni sia pur sofisticato apparato di calcolo e di trasformazione di segni in base a regole. Di più ancora: in questa seconda prospettiva l'innegabile somiglianza esteriore tra la condizione umana e l'animalità da un lato, il linguaggio e il calcolo dall'altro, verrà a configurarsi persino come una minaccia: quella che una violenza tanto profonda quanto inavvertita cancelli queste differenze, erodendo così lo spazio stesso dell'umano.

Come si può vedere, in quest'alternativa è riassunta, in sintesi, gran parte della discussione sulla tecnica che ha dominato la cultura europea nella prima metà del Novecento - e si direbbe che lo sviluppo scientifico dei decenni successivi abbia acuito al massimo questo dilemma, senza essere riuscito finora a offrirne un'effettiva soluzione. Resta aperta e incompiuta, in altri termini, la ricerca di un naturalismo non riduttivo - ed è appunto sulle premesse e sulle difficoltà di quest'opzione che si discuterà a Raito.
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vedi anche
Scienze Cognitive