[Stati
mentali di noi animali intenzionali
Un
seminario a Raito. Da domani, due giornate sulla costiera amalfitana saranno
dedicate a fare il punto sul rapporto fra le due dimensioni in cui scienza e
filosofia hanno tradizionalmente inquadrato il problema-uomo: da un lato le
invarianti biologiche che ne definiscono la natura, dall'altro
le coordinate esistenziali e politiche che tracciano il profilo della condizione
umana
LISA
MASIER
Un
seminario di studi che riunisca intorno ad uno stesso tavolo filosofi, biologi,
linguisti e neuroscienziati non è più, ai giorni nostri, una curiosa anomalia,
ma un segno tangibile di quanto sia mutato lo scenario complessivo delle
conoscenze nella seconda metà del Novecento. Volendo indicare a colpo sicuro un
aspetto plateale di questa trasformazione, basta osservare il modo in cui
discipline e programmi di ricerca sviluppatisi all'interno delle scienze
naturali, come le neuroscienze o la biologia molecolare, si rivolgono ormai
sistematicamente a un oggetto riservato un tempo alle sole scienze umane e che,
anzi, di queste scienze costituiva la vera e propria base, vale a dire: l'insieme
delle facoltà specifiche che definiscono l'umanità dell'uomo. Le forme di
vita dell'uomo, la sua specifica capacità di parlare una lingua e di dare senso
alla catena delle proprie azioni, in breve tutto ciò che un tempo tracciava il
perimetro esclusivo dell'antropologia filosofica, è oggi l'oggetto su cui
convergono indagini e sperimentazioni scientifiche di taglio apertamente
ingegneristico - che si tratti dell'ingegneria genetica o della computeristica.
Difficile pronosticare il futuro di queste nuove tecnoscienze
dell'uomo. E' certo però che il loro attuale impetuoso sviluppo sta
già visibilmente sgretolando gli steccati che tradizionalmente separavano
scienza, tecnica e filosofia, spingendo gli esponenti più responsabili di
ciascuna di queste direzioni di ricerca a un confronto più aperto e costruttivo
di quanto non avvenisse in passato.
E' in questo scenario che s'inserisce il seminario dal
titolo «Forme di vita: tra processi biologici e atti linguistici», che avrà
luogo il 30 e 31 maggio nel piccolo comune di Raito, sulla costiera amalfitana.
Qui, nell'antica Villa Guariglia, s'incontreranno esperti di neuroscienze come
Alberto Oliverio, teorici del linguaggio come Daniele Gambarara e Franco Lo
Piparo, filosofi come Massimo De Carolis, Stefano Catucci, Davide Sparti, Paolo
Virno e Augusto Illuminati, per fare il punto sul rapporto fra le due
dimensioni in cui scienza e filosofia hanno tradizionalmente inquadrato il
problema-uomo: da un lato le invarianti biologiche che definiscono la natura umana, dall'altro le coordinate esistenziali e
politiche che tracciano il profilo della condizione
umana. Nella tradizione moderna queste due dimensioni erano concettualmente
distinte e assegnate rispettivamente alla scienza e alla filosofia: ancora
negli anni Cinquanta, un testo di altissimo livello speculativo come Vita activa di Hannah Arendt (il cui titolo originale era
proprio The Human Condition) si apriva appunto
ricordando questa distinzione categoriale, destinata a tradursi in fondo in un
reciproco vantaggio. I filosofi potevano cioè riflettere sulle condizioni
dell'esistenza umana senza essere chiamati a un confronto troppo meticoloso con
le teorie scientifiche emergenti; gli scienziati, dal canto loro, erano
esentati dalle difficoltà speculative e dall'impegno esistenziale impliciti in
ogni meditazione sulla condizione umana. Lo sgretolamento di questo confine
dischiude quindi una prospettiva ricca di fascino, ma in cui ogni azzardo
teorico è esposto al doppio rischio di cadere o in una forma di umanismo
metafisico - che scinde, appunto, la condizione umana da ogni nesso con la
costituzione naturale dell'uomo - o in un'identificazione frettolosa e
riduttiva, che affronta ogni inquietudine esistenziale come un problema
tecnico, da risolversi intervenendo direttamente sui processi biologici
dell'organismo.
In realtà, per quanto sia evidentemente esasperata dalle
nuove possibilità aperte dalle tecnoscienze, quest'ambivalenza non è né casuale
né nuova. A partire anzi dalla sua definizione in Aristotele come «il vivente
che ha linguaggio», si può dire che l'uomo sia stato concepito in Occidente
come la sintesi di due momenti - la vita e il linguaggio - la cui unità resta un problema aperto. Alla base, l'interrogativo
antropologico fondamentale sembra perciò ridursi a questo: dobbiamo ritenere
che questi due momenti siano sostanzialmente estranei l'uno all'altro, che cioè
il linguaggio si sovrapponga al vivente come a un mero supporto materiale dal
quale, in linea di principio, potrebbe anche essere disgiunto? O, viceversa,
l'unità che costituisce l'uomo non ha niente di accidentale, ma è già
essenzialmente inerente a ciascuno di quelli che solo per un gioco
dell'astrazione ci appaiono come due poli distinti? Non si tratta di una
semplice e neutrale alternativa teorica, dal momento che la condizione umana
apparirà, nell'una o l'altra opzione, sotto un segno del tutto diverso, con
conseguenze che investono direttamente il piano etico e politico. Nel primo
caso, l'uomo figura come la sintesi di due principi indipendenti, che rivelano
in completa trasparenza la loro natura solo là dove siano scissi uno
dall'altro: nei processi biologici che sovrintendono alla riproduzione di
qualsiasi essere vivente, e nei sistemi di calcolo che assicurano in generale
l'elaborazione dell'informazione. Nel secondo caso, invece, la vita
propriamente umana risulterà essenzialmente
diversa dalla semplice facoltà autopoietica che designa in generale i viventi
privi di linguaggio, e analogamente il linguaggio vero
e proprio, appunto perché intimamente legato alla vita, apparirà
irriducibile ad ogni sia pur sofisticato apparato di calcolo e di
trasformazione di segni in base a regole. Di più ancora: in questa seconda
prospettiva l'innegabile somiglianza esteriore tra la condizione umana e l'animalità
da un lato, il linguaggio e il calcolo dall'altro, verrà a configurarsi persino
come una minaccia: quella che una violenza
tanto profonda quanto inavvertita cancelli queste differenze, erodendo così lo
spazio stesso dell'umano.
Come si può vedere, in quest'alternativa è riassunta, in
sintesi, gran parte della discussione sulla tecnica che ha dominato la cultura
europea nella prima metà del Novecento - e si direbbe che lo sviluppo
scientifico dei decenni successivi abbia acuito al massimo questo dilemma,
senza essere riuscito finora a offrirne un'effettiva soluzione. Resta aperta e
incompiuta, in altri termini, la ricerca di un naturalismo
non riduttivo - ed è appunto sulle premesse e sulle difficoltà di
quest'opzione che si discuterà a Raito.
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