[L'etica di Lukács di
fronte al tuono
Dal piů
importante studioso del filosofo ungherese un contributo critico al libro di
Stefano Catucci, «Per una filosofia povera» (Bollati). Contrariamente alla
maggioranza degli intellettuali, che videro nella Grande Guerra un riscatto
dalla miseria quotidiana, l'antibellicista Lukács identificň uno spazio di
possibile autenticitŕ per il presente nella rinuncia della filosofia alle
pretese totalizzanti del suo sguardo estetico e metafisico
Il
silenzio che ormai da lungo tempo, e soprattutto nei grandi media, circonda
l'opera di György Lukács (in particolare gli scritti della maturitŕ, di
orientamento rigorosamente marxista), comincia a incrinarsi. La sua statura
filosofica, largamente sottostimata per evidenti ragioni di congiuntura
ideologica (ci si č affrettati a seppellirlo sotto le macerie del muro di
Berlino), torna poco a poco all'attenzione, a volte per vie indirette e
tortuose. L'anno scorso, per esempio, di Giuseppe Prestipino č uscita, con il
titolo Realismo e utopia (Editori Riuniti, 2002)
un'interessante raccolta di testi dedicati essenzialmente a un'analisi
comparata del pensiero di Ernst Bloch e di Lukács. Il libro che ora Stefano Cantucci
ha pubblicato per Bollati Boringhieri fa parte di questo stesso movimento.
Dedicato sostanzialmente al pensiero del giovane Lukács, questo lavoro si
distingue fortunatamente dalla letteratura degli ultimi decenni per il suo
rifiuto di scindere l'opera e la personalitŕ del filosofo in due blocchi
eterogenei. Lungi dall'attestarsi sugli scritti del periodo giovanile allo
scopo di svalutare l'opera della maturitŕ (metodo molto diffuso), Stefano
Catucci procede a una spettacolare ricostruzione del primo Lukács per mostrare
come molti dei suoi elementi si ritrovino sviluppati, trasformati o consolidati
nelle grandi opere del secondo periodo. L'autore, che ha una profonda
conoscenza delle opere giovanili di Lukács, compresi gli scritti minori, le
note su Dostoevskij, il Diario del 1910-11 e
naturalmente la corrispondenza, mostra una perfetta comprensione e una grande
sensibilitŕ nei confronti del movimento interno di un pensiero costantemente
alla ricerca di se stesso, lungo tutto il periodo che va dal 1906 al 1918 (i
soli scritti rimasti fuori dalla sua considerazione sono le Heidelberger
Notizen del 1910-13, pubblicate a Budapest nel 1997).
La scommessa di riconoscere nel giovane Lukács i semi della
sua evoluzione ulteriore e di mostrare come la sua adesione al comunismo, nel
1918, anziché provenire ex nihilo, sia stata
preceduta da tentativi ed esperimenti intellettuali che tradiscono un'evidente
volontŕ di rottura con il mondo borghese (il «mondo della convenzione»), puň
apparire azzardata, avendo lo stesso Lukács piů volte ripetuto che al momento
della sua adesione al marxismo si era prodotta, in lui, una vera cesura. Ma si
puň dire che, nell'insieme, Catucci ha vinto la scommessa.
L'autore del libro Per una
filosofia povera fa notare a giusto titolo come l'intellettuale che ha
aderito al movimento comunista avesse giŕ una formazione filosofica solida,
saturata dalle letture di Meister Eckhart, Kierkegaard e Dostoevskij (fra gli
altri), e come, inoltre, egli coltivasse giŕ da tempo il progetto di costruire
una filosofia nuova, in rottura con i sistemi del passato. Analizzando
minuziosamente la ricchezza del patrimonio intellettuale del giovane Lukács e
la singolaritŕ della sua fisionomia spirituale, Stefano Catucci insiste con
ragione sulla intrinseca incompatibilitŕ tra la forma
mentis del futuro marxista, erede di un'esperienza di pensiero complessa e
raffinata, e il semplicismo del marxismo codificato all'epoca dello stalinismo.
Cosě, rivitalizzando il pensiero giovanile e dimostrando la continuitŕ fra i
due diversi periodi dell'attivitŕ di Lukács, Catucci va contro una tendenza
oggi molto diffusa, quella che tende a gettare il discredito sull'insieme del Lebenswerk lukacsiano.
Sotto la penna sottile di Stefano Catucci, e grazie a un
serio lavoro di ricostruzione, testi come Cultura
estetica, il dialogo Sulla povertŕ di spirito,
l'intervento intitolato Le vie si sono divise
e altri piů conosciuti, come i saggi riuniti nell'Anima
e le forme o la Teoria del romanzo, ai
quali bisogna aggiungere il Manoscritto
Dostoevskij, acquistano nuova freschezza, illuminati da una prospettiva
inedita.
L'autore di Per una filosofia
povera costruisce per la prima volta un ampio lavoro di contestualizzazione
storica del pensiero di Lukács situando al centro, giustamente, l'esperienza
della prima guerra mondiale. La posizione lungimirante del giovane filosofo,
che aveva dichiarato la sua ferma opposizione alla guerra fin dai primi giorni
dell'agosto 1914, ritrova tutto il suo senso quando viene messa in relazione,
come fa l'autore del libro, con il paesaggio intellettuale dell'epoca,
portandoci a ricordare l'entusiasmo guerriero di Simmel, di Scheler, di Max
Weber, per tacere di Meinecke, Troeltsch e di tanti altri intellettuali
tedeschi. Anche se non condivido la tesi di Catucci, secondo il quale la
critica di Lukács poggia sulla stessa «base gnoseologica» dei suoi
contemporanei neokantiani (mi sembra, infatti, che egli avesse superato questa
base avviandosi verso un pensiero della sovversione il cui cardine č la
«seconda etica»), č incontestabile che il Kriegserlebnis,
l'esperienza della guerra, abbia segnato una svolta decisiva nel cammino del
filosofo verso una radicalitŕ rivoluzionaria.
Resta da guardare piů da vicino l'idea centrale del libro di
Catucci: l'elogio di una «filosofia povera», Leitmotiv annunciato dal titolo e
che, con numerose variazioni, attraversa l'intera opera. Ispirato da un testo
di Walter Benjamin, Esperienza e povertŕ, del
1933, e soprattutto dal celebre dialogo di Lukács Sulla
povertŕ di spirito, del 1912, il concetto conserva una sua forza euristica
se lo si riconduce al suo senso originario, cosě come lo ha definito Meister
Eckhart in uno dei suoi sermoni piů noti. Nel pensiero del mistico tedesco,
assumeva la valenza di un processo di spoliazione dello spirito dalla falsa
ricchezza del mondo, del congedo da un mondo di simulacri in favore di
un'essenzializzazione e di una stilizzazione estrema, formalizzata appunto
nell'espressione «povertŕ di spirito». La risalita verso il «fondamento
dell'anima» (Grund der Seele), nucleo della
vera humanitas dell'homo
humanus, costituisce in effetti un motivo centrale nel pensiero del giovane
Lukács, presente tanto nel dialogo Sulla povetŕ di
spirito che nelle note manoscritte su Dostoevskij. Stefano Catucci ha
dunque ragione nel mettere in rilievo questo aspetto, arrivando a farne
addirittura una chiave ermeneutica per la comprensione dell'intera opera di
Lukács. Questi, d'altra parte, ha conservato fino alla fine della sua vita una
grande ammirazione per la personalitŕ e l'opera di Meister Eckhart. In tale
direzione Catucci avrebbe potuto prolungare le sue analisi estendendole alle
grandi opere della maturitŕ, per mostrare l'isomorfismo tra il riferimento del
primo Lukács al «miracolo della bontŕ» e l'idea di «grazia» nel capitolo
cruciale dell'Estetica degli anni Sessanta;
fra il «fondamento dell'anima» (Grund der Seele)
e l'idea dell'uomo come «nocciolo» (Kern) e
non come «guscio» (Schale), sviluppata in un
altro capitolo della stessa Estetica; fra il
concetto della «seconda etica» (dominata dagli «imperativi dell'anima») e il
concetto di «genere umano per sé» nell'Ontologia
dell'essere sociale: purtroppo, l'opera dell'ultimo Lukács occupa ancora un
posto troppo ristretto nelle sue analisi, focalizzate soprattutto, anche se non
esclusivamente, sugli scritti di gioventů. E tuttavia il concetto di «filosofia
povera» solleva qualche interrogativo, tanto numerose e fluide sono le
accezioni che gli consegna l'autore. La «povertŕ» indica a volte la situazione
di indigenza del mondo moderno, la perdita della «immanenza del senso» di cui
parlava Lukács nella Teoria del romanzo, e
altre volte, al contrario, «una povertŕ nuovamente ricca e beata», ripresa del
concetto positivo della «beata povertŕ» dei francescani e di Meister Eckhart.
In altri passaggi il concetto si avvicina alla «mancanza di interesse» di Kant
(ripresa da Lukács nella sua Estetica di
Heidelberg), intesa come «il contrassegno della povertŕ dello spirito» (un
accostamento forse non improprio). Altre volte, infine, la «povertŕ» diventa il
fermento costitutivo di una «ontologia critica» e prende un'estensione inattesa
laddove la stessa Estetica giovanile di Lukács
viene definita come una «ontologia povera».
Se una tale estensione del concetto di «filosofia povera»
provoca una certa reticenza, č perché penso alle opere che coronano il cammino
intellettuale di Lukács, l'Estetica e l'Ontologia dell'essere sociale. La ricchezza categoriale che
le caratterizza sembra contraddire l'idea di una «filosofia povera» (quale che
sia il senso figurativo dell'espressione). A differenza di Catucci, non credo
che la vocazione ultima di Lukács sia rimasta fino alla fine quella di un
«saggista» piuttosto che di un «pensatore sistematico». Era l'idea che ne aveva
Emil Lask, vivamente contestato da Max Weber che, nel 1916, incoraggiava Lukács
a perfezionare il suo «sistema» estetico. L'elaborazione, alla fine della sua
vita, di una grande Estetica sistematica, di
una Ontologia dell'essere sociale e di un'Etica (incompiuta), fanno di Lukács uno degli ultimi grandi
pensatori sistematici del nostro tempo, ugualmente distante dal pensiero
dell'Essere a-categoriale di Heidegger, dai «giochi linguistici» di
Wittgenstein, da un mondo «senza sostanze e senza essenze» di Rorty e dal
«messianismo senza messia» di Derrida.
Stefano Catucci ha probabilmente ragione nell'accostare
Heidegger e Lukács, identificando in loro due «pensatori di un'epoca dello
sconforto», come diceva Karl Löwith. Ma č convincente soprattutto laddove
sottolinea l'opposizione fra l'approccio heideggeriano all'opera di Hölderlin e
di Rilke, depurata di ogni connotazione storica e sociale, e quello di Lukács,
che si appoggia precisamente su una contestualizzazione socio-storica
dell'opera di Hölderlin (come si legge nel paragrafo intitolato Perché i filosofi nel tempo della povertŕ?). D'altra parte
nel 1976, in una lettera a Imma von Bodmershof, Heidegger stesso rifiutava una
lettura della poesia di Hölderlin nella prospettiva del suo «giacobinismo»,
alludendo probabilmente ai lavori di Lukács e di Bertaux.
Piů di venticinque anni fa, nella prefazione alla traduzione
italiana del volume Cultura estetica di Lukács
(Newton Compton, 1977), Emilio Garroni, il maestro di Stefano Catucci,
sottolineava la necessitŕ di superare l'opposizione ingiustificata fra il
giovane Lukács e il Lukács della maturitŕ, valorizzando piuttosto le «costanti»
della sua opera. Negli ultimi anni, due allievi di Garroni hanno pubblicato dei
lavori notevoli nei quali gli scritti giovanili di Lukács, in particolare la Teoria del romanzo, sono oggetto di interpretazioni molto
originali: Pietro Montani con il suo libro Estetica
ed ermeneutica e Giuseppe Di Giacomo nel suo Estetica
e letteratura. Il libro appena uscito di Stefano Catucci, che segue quelli
dedicati a Husserl e a Foucault, si situa su questa stessa linea di pensiero.
Ma il suo saggio raffinato si mostra piů vicino all'auspicio di Garroni, poiché
a differenza delle opere appena citate, che si soffermano esclusivamente
sull'opera giovanile di Lukács (Montani, soprattutto, sembra non apprezzare il
«secondo» Lukács), insiste sulla persistenza di alcuni motivi centrali del
periodo giovanile nell'opera della maturitŕ, e cosě facendo mette in luce, al
di lŕ delle discontinuitŕ e delle rotture, l'unitŕ di un'opera che ha
attraversato un secolo.
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